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10/05/2026 ore 10.05
Attualità

L’Italia che fa la festa alle mamme: senza asili e servizi lavorare è una corsa a ostacoli. E in Calabria è anche peggio

Se le madri lavoratrici al Nord superano il 73%, al Sud si fermano al di sotto del 46%. La nostra regione fa timidi passi avanti ma resta nelle retrovie in mancanza di politiche che aiutino davvero a conciliare famiglia e carriera

di Mariassunta Veneziano

Camminano su un filo, in un equilibrio sempre e inevitabilmente imperfetto tra lavoro, cura della casa e dei figli e il tanto agognato quanto necessario (ma puntualmente sacrificato) tempo libero. Oggi è la loro festa, la festa delle mamme. Ma la festa, alle mamme, la fa ogni giorno un Paese che ancora, in materia di diritti delle donne, marcia a singhiozzo. E a due velocità. È nel Mezzogiorno, infatti, che l’essere madre passa dall’essere uno svantaggio al rappresentare spesso un impedimento per qualsiasi altra ambizione. A cominciare dal lavoro.

A dare un assaggio amaro della situazione è il report pubblicato appena pochi giorni fa da Save the Children e intitolato, appunto, “Le equilibriste. La maternità in Italia 2026”.

Maternità e lavoro, la Calabria guadagna due posti tra le regioni mother friendly ma resta indietro

«Nel 2025 – riporta l’organizzazione – le nascite sono scese a circa 355mila, con un calo del 3,9% in un solo anno». L'età media delle madri al parto ha raggiunto i 32,7 anni, quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.

Le donne sono penalizzate nel mondo del lavoro, con divari occupazionali e retributivi che si acuiscono per le madri. Questo, in sintesi, il quadro che emerge. Il dettaglio è nei numeri, che sono spietati.

Il rapporto parla di “child penalty”: il divario salariale tra uomo e donna viene infatti scavato ancora più a fondo dalla presenza di figli. Il 78,1% degli uomini senza figli tra i 25 e i 54 anni è occupato, ma la percentuale sale al 92% tra i padri. Situazione inversa per le donne: lavora il 68,7% tra quelle senza figli, ma la quota scende al 63,2% tra le madri.

A pesare sono soprattutto l’assenza di servizi e la mancanza di condivisione dei compiti di cura nelle famiglie.

La Calabria arranca

E se la situazione nazionale non fa sorridere, quella di alcune regioni fa addirittura piangere. Anche (e anzi soprattutto) in un giorno di festa. Al Sud, il tasso di occupazione femminile tra le madri con figli minori scende fino al 45,7%. Una ruzzolata non da poco, partendo dal 73,1% del Nord.

E la Calabria? La buona notizia, contenuta in questa undicesima edizione del rapporto, è che guadagna due posizioni nella classifica delle regioni “mother friendly”. La cattiva è che rimane comunque arginata ai piani bassi, passando dal 18esimo al 16esimo posto. Nel Mezzogiorno, l’Abruzzo guida la carovana dal 14esimo posto; in fondo Basilicata, Puglia e Sicilia.

Punto di riferimento è il “Mother’s index”, rispetto al quale viene valutata la condizione socioeconomica delle madri. Nel 2025 è fissato per l’Italia a 101,460. «Valori superiori – si spiega – indicano contesti più favorevoli, mentre valori inferiori segnalano situazioni meno vantaggiose». La Calabria arriva al 94,197.

Quello che non funziona, nei territori relegati alla metà inferiore dell’elenco, è in primis l’offerta di servizi per la prima infanzia. «Permangono – si legge nel rapporto – forti differenze territoriali, con regioni come il Friuli-Venezia Giulia in cui i posti finanziati dai Comuni sono 40,5 ogni 100 bambini in età, e regioni come Calabria, Campania e Sicilia in cui vi sono 6-8 posti ogni 100 bambini. Allo stesso tempo, anche la spesa dei Comuni per ogni bambino 0-2 anni residente varia fortemente da regione a regione: a fronte di una media nazionale pari a 1.183 euro, la spesa corrente pro capite (ovvero per bambino di 0-2 anni) varia da 531 euro nel Mezzogiorno a 1.542 euro nel Centro-Nord, con una distanza ancora più marcata tra il minimo di 234 euro in Calabria e il massimo di 3.314 euro nella Provincia autonoma di Trento».

Per quanto riguarda i servizi, infatti, la Calabria è classificata 19esima. Gli indicatori presi in esame sono: asili nido offerti dai Comuni, classi a tempo pieno nella scuola primaria e mense scolastiche.

«Campania, Calabria e Sicilia spiccano per l’offerta risicata di servizi educativi per la prima infanzia pubblici (6,9%, 5,9% e 7,9% rispettivamente, contro una media italiana del 18,5%)», evidenzia Save the Children.

Stesso dicasi per gli altri indicatori. Un recente report di Openpolis metteva in luce una presenza di mense scolastiche, in Calabria, tra le più basse d’Italia.

Niente pasti né diritti, in Calabria solo il 22,5% delle scuole statali ha una mensa: peggio solo Campania e Sicilia

Sempre Openpolis, pochissimi giorni fa, aveva pubblicato il rapporto “Asili nido, obiettivo 33% più vicino ma restano i divari”, scattando l’ennesima fotografia impietosa, per il Sud e la Calabria, riguardo ai servizi per la prima infanzia. Mentre infatti a livello nazionale ci si avvicina sempre più al target del 33% stabilito nei primi anni 2000 dall’Ue (ma la nuova raccomandazione è di arrivare al 45%), dal confronto tra regioni il Mezzogiorno esce a pezzi. Abruzzo, Basilicata, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania finiscono, nell’ordine, tutte al di sotto della media nazionale del 31,6%. La Calabria, terz’ultima, arriva appena al 17,2%. Con buona pace degli obiettivi europei.

Un welfare insufficiente

A pagare le inefficienze del sistema sono – e ha senso ribadirlo proprio in questa giornata – in primis le madri, come d’altronde non aveva mancato di sottolineare la segretaria regionale della Uil, Maria Elena Senese, in occasione del Primo Maggio, in un’intervista rilasciata al nostro network. «La condizione delle donne in Calabria è il punto in cui tutte le fragilità del mercato del lavoro si concentrano e si amplificano», aveva sottolineato. Rimarcando: «Mancano asili nido, servizi di cura, politiche vere di conciliazione tra lavoro e famiglia. E quando una donna è costretta a scegliere tra lavoro e figli, o tra lavoro e cura di un genitore anziano, quella non è una scelta libera: è una resa imposta da un welfare insufficiente. A questo si aggiunge il divario salariale, che in una regione già segnata da redditi bassi pesa ancora di più».

I conti tornano. Tutti. E purtroppo. Per i diritti, invece, si continua ad attendere.