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12/09/2026 ore 06.15
Attualità

L’Italia (istruita) che non sa più leggere: così l’analfabetismo funzionale mette a rischio la democrazia

La fragilità nella lettura e nella scrittura attraversa anche diplomati e laureati, mentre il digitale accentua la comunicazione frammentaria. E quando le parole diventano incomprensibili, anche il pensiero si impoverisce

di Ernesto Mastroianni

Vi è un’Italia che legge poco, che scrive sempre peggio e che, con inquietante frequenza, non riesce più a comprendere fino in fondo ciò che pure ha davanti agli occhi. È un’Italia apparentemente istruita, munita di diplomi, lauree, attestati e certificazioni, ma progressivamente impoverita nella facoltà più elementare e, insieme, più decisiva di ogni civiltà: comprendere le parole, riconoscerne le implicazioni, ricostruirne il senso, sottoporle al vaglio della ragione.

Dietro la rassicurante liturgia delle statistiche sull’istruzione si consuma una crisi assai meno celebrata: quella dell’alfabetizzazione funzionale. Una crisi che non coincide con l’antica ignoranza di chi non ebbe accesso alla scuola, né può essere confinata entro una determinata generazione o classe sociale. Il fenomeno attraversa trasversalmente il Paese e, nella sua forma più paradossale, raggiunge persino coloro che un titolo di studio lo hanno conseguito.

Il problema, dunque, non consiste soltanto nel non conoscere una parola, nel dimenticare una regola grammaticale o nel commettere un errore sintattico. Il problema è più profondo: riguarda la capacità di attribuire significato a ciò che si legge e di costruire significato attraverso ciò che si scrive.

Secondo i dati dell’Ocse, una quota compresa fra il 35 e il 37 per cento degli adulti italiani fra i 16 e i 64 anni si colloca ai livelli più bassi delle competenze di literacy. Significa saper decifrare il testo, riconoscerne le parole, comprenderne magari il significato più immediato, senza possedere però gli strumenti necessari per affrontare una pagina che richieda inferenze, collegamenti, interpretazione e discernimento critico. Un contratto, un documento amministrativo, un articolo appena più articolato possono trasformarsi, così, in una selva semantica nella quale ci si smarrisce.

La media dei Paesi avanzati si aggira intorno al 26-27 per cento. L’Italia rimane nelle posizioni più arretrate, ultima fra le grandi economie industrializzate.

E persino il possesso di una laurea non costituisce una garanzia assoluta. Una quota significativa dei laureati italiani permane nei livelli elementari di competenza, in misura superiore alla media Ocse. La circostanza dovrebbe interrogarci assai più di quanto faccia.

Perché significa che il titolo di studio, quando non è accompagnato da un esercizio autentico e permanente delle facoltà intellettuali, può ridursi a un involucro burocratico dell’apprendimento.

Si può avere una laurea e non possedere pienamente la capacità di leggere.

Si può conoscere l’alfabeto e rimanere analfabeti davanti alla complessità.

È questo il paradosso dell’Italia contemporanea.

La grammatica come cartina di tornasole

A rendere ancora più inquietante il quadro concorrono le rilevazioni sulle competenze linguistiche. Un’indagine condotta nel 2025 su un panel di esperti ha evidenziato come circa sette italiani su dieci commettano errori grammaticali rilevanti, tanto nella scrittura quanto nell’oralità.

Apostrofi, congiuntivi, pronomi, coniugazioni verbali, grafemi, particelle e punteggiatura costituiscono altrettanti terreni di incertezza. Percentuali considerevoli riguardano persino errori che, fino a non molto tempo fa, appartenevano al repertorio delle correzioni elementari.

Sarebbe tuttavia miope liquidare la questione come una battaglia per il purismo linguistico, quasi che la grammatica fosse un aristocratico passatempo per professori nostalgici e accademici dell’ultima ora.

La grammatica è struttura del pensiero.

Una frase costruita male può tradire un pensiero confuso; un lessico povero restringe il perimetro delle possibilità espressive; l’incapacità di articolare una proposizione complessa può diventare, prima ancora che un difetto linguistico, un limite cognitivo.

La lingua non è un ornamento applicato al pensiero dopo che quest’ultimo si è formato. È uno degli strumenti attraverso i quali il pensiero prende forma.

Quando impoveriamo la lingua, dunque, impoveriamo anche la possibilità di distinguere, argomentare, dissentire, persuadere, comprendere.

Ed è qui che l’analfabetismo di ritorno assume una dimensione persino più inquietante: competenze acquisite nel percorso scolastico vengono progressivamente consumate dall’assenza di esercizio, fino a lasciare nell’adulto una competenza intermittente, fragile, spesso incapace di confrontarsi con testi che eccedano la comunicazione più immediata.

L’epoca in cui nessuno scrive più

Poi è arrivata la rivoluzione digitale.

E, con essa, una mutazione antropologica della comunicazione.

Il messaggio vocale ha progressivamente sostituito la parola scritta; la nota audio ha sottratto spazio alla frase; la comunicazione istantanea ha reso la revisione quasi superflua. WhatsApp, Telegram e i social hanno magnificamente accelerato la trasmissione dei contenuti, ma hanno anche contribuito a rendere la scrittura una pratica sempre più residuale.

Il problema non è la tecnologia.

Attribuire al digitale la responsabilità esclusiva del declino linguistico sarebbe tanto facile quanto intellettualmente insufficiente. Il problema risiede piuttosto nell’uso che abbiamo fatto di quella tecnologia e nell’assenza di un’educazione adeguata alla sua grammatica.

Un messaggio vocale non richiede di scegliere l’aggettivo, accordare il participio, costruire il periodo, decidere dove collocare una virgola. La parola pronunciata fluisce e scompare; quella scritta rimane, si espone, pretende una forma.

E proprio la forma educa il pensiero.

Una generazione abituata a comunicare prevalentemente attraverso frammenti, abbreviazioni, emoticon, audio e formule stereotipate rischia di perdere progressivamente l’abitudine alla costruzione del periodo, alla precisione lessicale, alla subordinazione logica, alla pazienza necessaria per dire qualcosa in maniera esatta. Si parla molto. Si scrive sempre meno. E quando si scrive, spesso, non si sa più come farlo. Un Paese che legge meno comprende meno

A questa erosione della scrittura corrisponde la contrazione della lettura.

Solo una minoranza degli italiani legge almeno un libro nell’arco di un anno, in una proporzione significativamente inferiore alla media europea. La coincidenza con la quota di popolazione collocata nei livelli più bassi della literacy dovrebbe bastare, almeno, a suggerire una correlazione culturale che sarebbe imprudente ignorare.

Leggere significa esporsi alla complessità.

Significa incontrare parole sconosciute, periodi subordinati, metafore, argomentazioni, punti di vista incompatibili con i propri. Significa imparare, quasi senza accorgersene, che una frase può contenere più di un significato e che un pensiero non si esaurisce necessariamente nella sua formulazione più semplice.

La lettura amplia il vocabolario, affina la sintassi, esercita la memoria, abitua all'astrazione e soprattutto insegna una virtù che l'epoca dell’immediatezza sembra avere smarrito: la pazienza intellettuale.

Chi legge poco è più facilmente consegnato alla superficie.

E una società condannata alla superficie diviene inevitabilmente più vulnerabile alla semplificazione.

La questione non riguarda soltanto i ragazzi.

Ridurre tutto a una presunta incapacità delle nuove generazioni sarebbe un comodo alibi per gli adulti.

L’analfabetismo funzionale non è una colpa dei ragazzi. È una responsabilità collettiva.

Riguarda la scuola, certamente. Riguarda la famiglia, il sistema culturale, l’editoria, i mezzi di comunicazione, la politica e persino il modo nel quale una società decide che cosa considerare importante.

Riguarda anche noi giornalisti.

Perché una democrazia nella quale una parte consistente dei cittadini non riesce a comprendere un testo di media complessità è una democrazia più esposta alla manipolazione.

Chi fatica a interpretare un articolo può essere più facilmente catturato da uno slogan. Chi non distingue una tesi da un’opinione può confondere un dato con una propaganda. Chi non possiede gli strumenti linguistici per seguire un ragionamento complesso può finire per affidarsi alla brutalità comunicativa della frase breve, dell’indignazione confezionata, della contrapposizione permanente.

Il linguaggio politico contemporaneo, del resto, ha imparato perfettamente questa lezione.

Meno comprendiamo, più facilmente tifiamo.

Meno sappiamo distinguere, più facilmente scegliamo.

Meno leggiamo, più facilmente qualcuno legge per noi.

È questo il punto nel quale una questione apparentemente scolastica diventa una questione eminentemente civile.

Ricominciare dalla parola

La risposta non può essere una nostalgica restaurazione del passato. Occorre, piuttosto, restituire alla parola il proprio statuto di strumento fondamentale della formazione individuale e collettiva.

La scuola deve tornare a considerare la lettura e la scrittura pratiche quotidiane, non incombenze occasionali. Bisogna leggere ad alta voce, scrivere, riscrivere, correggere, discutere gli errori, comprendere perché una frase sia efficace o perché un periodo non funzioni. Bisogna formare insegnanti capaci di trasmettere la grammatica come architettura del pensiero, sottraendola tanto alla sterile memorizzazione quanto alla sua progressiva marginalizzazione.

Servono biblioteche scolastiche e comunali vive, progetti di lettura precoci, strumenti capaci di intercettare gli adolescenti senza impoverire la qualità dei testi.

E persino il digitale può diventare alleato, purché smetta di essere considerato una zona franca della lingua. Si può educare a scrivere bene anche un messaggio, una mail, un post, un commento.

Perché l’italiano non dovrebbe essere impeccabile soltanto nel compito in classe.

Dovrebbe esserlo, almeno nella consapevolezza di chi lo adopera, ogni volta che attraverso di esso tenta di farsi comprendere.

Un Paese che rischia di non capirsi più

La questione, in fondo, è tutta qui.

L’Italia rischia di diventare un Paese nel quale le persone sanno leggere le parole senza riuscire a leggerne il significato; sanno parlare senza riuscire ad argomentare; sanno scrivere senza riuscire a costruire un pensiero; possiedono titoli di studio senza possedere necessariamente gli strumenti culturali che quei titoli dovrebbero certificare.

Non è una catastrofe linguistica.

È qualcosa di più serio.

È una possibile crisi della comprensione.

E una società che perde la capacità di comprendere diviene inevitabilmente una società più manipolabile, più rancorosa, più esposta alla propaganda, più incapace di sostenere il dissenso senza trasformarlo in ostilità.

L’analfabetismo funzionale, allora, non è soltanto l’incapacità di comprendere un contratto, un articolo di giornale o una comunicazione amministrativa. È la progressiva incapacità di abitare criticamente la complessità del proprio tempo.

Per questo sarebbe necessario smettere di considerarlo una marginale questione scolastica.

La lingua è una infrastruttura civile.

La lettura è una forma di cittadinanza.

La scrittura è una disciplina della libertà.

E un Paese che non sa più leggere ciò che scrive rischia, prima o poi, di non comprendere più neppure ciò che è diventato.

Forse è questo il vero analfabetismo di cui dovremmo avere paura: non quello di chi non conosce una regola, ma quello di una società che, lentamente, perde gli strumenti per interrogare le parole, distinguere il vero dal falso, riconoscere la complessità e comprendere se stessa.