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08/04/2026 ore 06.15
Attualità

Lockdown energetico, questa crisi sarà peggio del Covid e per la Calabria l’impatto sarà durissimo: ecco perché

Nel mezzo del caos globale, il Consiglio regionale ha abolito l’Arec, organismo destinato a gestire la sicurezza energetica regionale. Un segnale devastante che mette a rischio infrastrutture critiche e filiere produttive locali

di Rocco Sicoli*

Sì, sarà peggio del Covid. Lo so, suona come un pugno nello stomaco, ma inutile girarci attorno: meglio capire e prepararsi, senza allarmismi ma con cognizione di causa. E no, non è un hook per acchiappare qualche clic o uno slogan, non è allarmismo da social: è la conclusione a cui stanno arrivando i principali analisti e istituzioni economiche del pianeta.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia, il Fondo Monetario Internazionale e il gruppo della Banca Mondiale hanno formato un gruppo di coordinamento d’emergenza, definendo la crisi generata dalla guerra in Iran come la più grande interruzione dell’offerta energetica nella storia del mercato globale. L’ISPI, nel suo ultimo focus, ha quantificato la portata dello shock: da oltre un mese il mondo perde tra il 10% e il 17% dell’offerta petrolifera globale, un dato che, se confrontato con il –5% della crisi del 1973, rende l’idea della situazione in cui ci stiamo impantanando e dell’onda che sta arrivando.

Italia verso il lockdown energetico: rischio stop già a maggio

D’altronde, ce ne rendiamo tutti conto vedendo che un pieno di diesel a Cosenza costa già quasi venti euro in più rispetto a un mese fa. La bolletta del gas di un bar del centro di Reggio Calabria è aumentata del 30%. Un agricoltore della Piana di Sibari paga il gasolio agricolo quasi il doppio dello scorso anno. Gli agricoltori hanno problemi a trovare concimi e coadiuvanti. Le filiere più energivore (panifici, salumifici, linea del freddo) vedono i costi salire vertiginosamente. Sono numeri piccoli, quotidiani, che non fanno notizia. Ma sono la superficie visibile di qualcosa di molto più grande e pericoloso che intacca il nostro potere d’acquisto, già ultimo in Europa, con salari fermi da un decennio.

In questa emergenza, la differenza con il Covid è strutturale. Durante la pandemia avevamo una crisi di domanda: le fabbriche si fermavano, le persone restavano a casa, le materie prime restavano nei depositi. I governi hanno potuto rispondere con stimoli fiscali, sussidi, politiche monetarie espansive. Qui siamo davanti all’opposto: una crisi di offerta con eccesso di domanda. Le persone vogliono guidare, volare, riscaldarsi, produrre, consumare, ma il petrolio e il gas non ci sono. Non si possono stampare barili. Non puoi fare quantitative easing sullo Stretto di Hormuz.

Questo rende la crisi potenzialmente più distruttiva di quella del 2008 e del 2020, perché i margini di manovra dei governi sono enormemente ridotti. Non possiamo aprire un rubinetto che non possediamo.

I numeri parlano già chiaro: il prezzo del gas europeo è salito dell’81% in un mese, il petrolio del 30%. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha dichiarato che anche se la pace arrivasse domani, i prezzi non torneranno alla normalità nel futuro immediato. Le infrastrutture di Ras Laffan in Qatar, colpite dai missili iraniani, richiederanno tra i tre e i cinque anni per essere riparate: parliamo del 3,5% della capacità globale di GNL. L’Europa ha iniziato il 2026 con riserve di gas al 30% della capacità (l’Italia per una volta è avanti trovandosi sopra il 40% di riserve), ben al di sotto della media quinquennale, e si trova ora a competere con i compratori asiatici sul mercato spot per riempire gli stoccaggi prima dell’inverno.

La fattura per l’Europa è già salata: 14 miliardi di euro in più dall’inizio del conflitto per i soli combustibili fossili importati. Analisti tedeschi stimano perdite complessive per l’Unione tra i 410 e i 690 miliardi di euro entro fine anno. La BCE ha rivisto al rialzo al 2,6% le previsioni di inflazione per l’Eurozona e tagliato le aspettative di crescita del PIL.

L’Italia più esposta di tutti

Oxford Economics, in un’analisi ripresa dal Financial Times, indica l’Italia come l’economia avanzata più colpita dallo shock: inflazione su di oltre un punto percentuale, più del doppio della media europea. Confindustria prevede recessione al –0,7% se la guerra durerà ancora mesi. La CGIA di Mestre stima in 15,2 miliardi i rincari energetici. La famiglia tipo spenderà quasi 3.000 euro l’anno in bollette, il 21,5% in più di quanto preventivato.

Per capire la situazione nel concreto, Eni aveva firmato contratti con il Qatar per 1,5 miliardi di metri cubi annui: si sono fermati nella notte in cui i Pasdaran hanno chiuso lo Stretto e danneggiato le infrastrutture. L’Italia non è stata attaccata: ha semplicemente costruito parte della propria sicurezza energetica su una rotta vulnerabile.

La buona notizia che nessuno racconta (e la tentazione russa)

C’è però un dato che il dibattito pubblico ignora: la domanda italiana di gas dal 2021 è scesa del 19%. A livello europeo, la riduzione supera il 20% in quattro anni, grazie alle rinnovabili e all’efficienza energetica. È un dividendo concreto della transizione: con i consumi di quattro anni fa, questa crisi ci avrebbe colpito molto più duramente.

Fa b

Sparisce l’Agenzia per l’energia, Occhiuto si rimangia la norma che aveva sponsorizzato: l’idea geniale ora è un carrozzone

ene Meloni a rafforzare i flussi dall’Algeria, la visita ad Algeri del 25 marzo ha puntato a portare il Transmed oltre i 28 miliardi di metri cubi. Ma come nota l’ISPI, il consumo interno algerino cresce e l’Algeria non può rimpiazzare il Qatar. E nel 2022, il gas algerino arrivò sì, ma a caro prezzo: lo pagarono famiglie e imprese.

Di fronte a tutto questo, qualcuno in Italia torna a proporre il gas russo. Sarebbe come rimandare una morte annunciata. Ogni volta che l’Europa ha legato la propria sicurezza a un fornitore autocratico, si è ritrovata ricattabile. Il think tank Bruegel lo scrive con chiarezza: la risposta non è rallentare la transizione, ma accelerarla. Le rinnovabili oggi coprono un quinto dei consumi totali; gli altri quattro quinti restano fossili. Ma questo non rende inutile il percorso: rende urgente completarlo, anche con il nucleare di ultima generazione.

Il paradosso calabrese

E in tutto questo marasma mondiale, ci siamo anche noi, la Calabria. Il 30 marzo 2026, con il prezzo del gas raddoppiato e mezzo mondo che raziona il carburante, il Consiglio regionale della Calabria ha abolito l’Agenzia regionale per l’Energia (AREC). L’ha fatto con un emendamento inserito in una legge omnibus, senza passaggio in commissione.

Il presidente Occhiuto ha spiegato che l’agenzia non era mai stata attuata e che si voleva evitare un ennesimo ente di sottogoverno. Il tempismo di questa decisione è devastante, e il segnale che manda è peggiore della decisione stessa. Nel momento in cui ogni Paese, regione o comunità dovrebbe gestire la propria sicurezza energetica, la Calabria cancella lo strumento pensato per occuparsene.

AREC avrebbe dovuto occuparsi di gestione delle concessioni idroelettriche sugli invasi silani, supporto alle comunità energetiche, pianificazione del Piano Energetico Regionale, efficientamento degli edifici pubblici. Tutte cose che oggi, con il gas a 60 euro per megawattora e la bolletta delle famiglie in crescita del 21%, non sono lussi: sono emergenze da affrontare al pari della sanità.

Dove sono i tavoli? Dove sono gli stress test?

In queste ore, non risultano attivi tavoli regionali con le parti sociali sulla crisi energetica. Nessuno stress test sulle filiere calabresi. Nessuna mappatura delle vulnerabilità. Stiamo aspettando l’onda, sperando che non arrivi. Ma l’onda sta già montando oltre l’orizzonte.

Tutto dipende dall’energia: acqua, sicurezza alimentare, mobilità, ospedali. Se l’energia si fa scarsa o troppo costosa, non è un problema di portafoglio: è un problema di funzionamento della società.

Un tavolo già attivo con le parti sociali servirebbe a comunicare bene alla popolazione, cogliere segnali di crisi e costruire risposte coordinate. Non è solo la benzina: le filiere produttive si fermano se manca energia.

Non paura, ma azione

La Calabria ha un asset che molte regioni europee le invidiano: una produzione di energia verde che supera il fabbisogno regionale, con esportazioni fino al 60%. Eolico, fotovoltaico, idroelettrico: ogni megawatt prodotto in Calabria è energia sicura e sovrana, che non genera guerre né arricchisce oligarchi.

Serve un tavolo regionale permanente per monitorare la crisi, comunicare con trasparenza e fare stress test delle filiere. Serve accelerare sulle rinnovabili e sulle comunità energetiche. Ogni ritardo è un rischio in più; ogni impianto in più è un pezzo di sicurezza guadagnato.

La crisi del 1973 costrinse l’Italia a circolare con le targhe alterne. Quella del 2022 ci fece scoprire che avevamo affidato il riscaldamento a Putin. Quella del 2026 ci dice: l’unica energia davvero sicura è quella che produci tu, a casa tua. La Calabria ce l’ha. Deve solo decidere di usarla per sé e per l’Europa.

*esperto di comunicazione politica