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03/09/2026 ore 07.33
Attualità

Lollobrigida richiama Signorelli: il ritorno che riapre la ferita del caso del 2024

Dopo due anni, Paolo Signorelli torna alla guida della comunicazione del ministro. Una scelta che ripropone interrogativi sull’opportunità politica dell’incarico e sul rapporto della destra con le pagine più controverse della propria storia

di Redazione
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Ci sono decisioni che possono essere formalmente legittime e, nello stesso tempo, profondamente inopportune. La scelta del ministro Francesco Lollobrigida di richiamare Paolo Signorelli alla guida della propria comunicazione appartiene esattamente a questa categoria.

Perché Signorelli non è semplicemente un comunicatore che torna a lavorare con un ministro dopo una parentesi. È l’uomo che, nel 2024, fu costretto a lasciare l’incarico dopo che vennero rese pubbliche alcune conversazioni con Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, nelle quali comparivano espressioni antisemite, insulti e riferimenti elogiativi nei confronti dell’eversione nera. Allora Signorelli si autosospese e, successivamente, si dimise. Disse di farlo anche per non danneggiare il governo.

Sono passati due anni. E adesso, come se nulla fosse accaduto, torna al suo posto. È questo il punto politico della vicenda. Non si tratta di stabilire oggi se una persona debba essere condannata per ciò che ha scritto in una conversazione privata. Né di attribuire automaticamente a un individuo l’ideologia o le responsabilità delle persone con cui ha avuto rapporti.

Si tratta di una domanda molto più semplice: era davvero necessario affidare nuovamente la comunicazione di un ministro della Repubblica proprio a quella persona?

La comunicazione istituzionale non è un incarico qualsiasi. Chi la dirige diventa, inevitabilmente, parte dell’immagine pubblica di un ministro e, in qualche misura, dell’istituzione che rappresenta. E quando alle spalle c’è una vicenda così pesante, la scelta di riproporre lo stesso nome non può essere considerata neutra.

È una scelta che riporta al centro parole, ambienti e riferimenti che avrebbero dovuto appartenere definitivamente al passato. E c’è un altro elemento che rende questa decisione ancora più delicata. Il partito di Lollobrigida, Fratelli d’Italia, ha da anni davanti a sé una questione che non può continuare a eludere: il rapporto con la propria storia, con la tradizione missina dalla quale proviene e con quelle nostalgie dell’estrema destra che periodicamente riemergono dentro o ai margini del suo universo politico.

Giorgia Meloni ha costruito una parte importante della propria credibilità internazionale sulla trasformazione di Fratelli d’Italia in una forza conservatrice pienamente inserita nelle democrazie occidentali. Ma proprio per questo, ogni episodio che riporta in superficie antisemitismo, nostalgia fascista, estremismo nero o frequentazioni politicamente imbarazzanti diventa un problema molto più grande del singolo episodio.

Non perché si possa dire che tutto il partito sia fascista. Sarebbe una semplificazione e, soprattutto, sarebbe un errore giornalistico. Ma perché una destra che vuole essere moderna, europea e pienamente democratica dovrebbe essere la prima a pretendere da se stessa una distanza inequivocabile da qualsiasi cultura dell’odio, dell’antisemitismo e dell’eversione.

Il problema, dunque, non è soltanto Paolo Signorelli. Il problema è il messaggio che arriva da questa scelta. Perché, dopo una vicenda del genere, si poteva scegliere un’altra strada. Si poteva dire: abbiamo bisogno di persone nuove, di una comunicazione istituzionale capace di rappresentare un governo che vuole parlare a tutto il Paese, non soltanto alla propria storia e alla propria comunità politica. Invece, si è scelto di richiamare proprio lui.

Questa non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di democrazia, di memoria e di opportunità istituzionale. Lollobrigida aveva moltissimi nomi tra cui scegliere. Ha scelto Signorelli. Ed è proprio questa scelta, oggi, a dover essere spiegata.