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05/04/2026 ore 10.06
Attualità

Lontani da casa, la Pasqua dei lavoratori stranieri in Calabria: «La passeremo con i colleghi»

Musulmani, induisti, evangelici e ortodossi si organizzano insieme e trovano casa attorno a un tavolo: «È famiglia anche quella»

di Franco Sangiovanni

Mentre le famiglie calabresi preparano gli agnelli al forno e impastano i taralli 'ndurati, c'è un'altra Calabria che le feste le vive in silenzio, tra turni di lavoro, chat vocali con i figli lontani e riti costruiti da zero, senza il calore di una tradizione condivisa nella propria terra. È la Calabria dei lavoratori stranieri, soggiornanti stagionali legati all'agricoltura, all'edilizia e alla logistica. Pasqua 2026 cade il 5 aprile per i cattolici e il 12 aprile per gli ortodossi, due date ravvicinate che significano una settimana e mezza in cui decine di migliaia di uomini e donne (rumeni, ucraini, marocchini, indiani, bengalesi) si trovano a fare i conti con una festa grande e con il vuoto lasciato dall'assenza della famiglia.

La comunità straniera in Calabria è eterogenea e distribuita in modo non uniforme sul territorio. Le prime nazionalità per presenze sono rumene con decine di migliaia di residenti, prevalentemente cristiani ortodossi. Seguono i marocchini, seconda comunità per anzianità di insediamento, in grande maggioranza musulmani. Ci sono gli ucraini (cristiani ortodossi o greco-cattolici), i bulgari (prevalentemente ortodossi) gli indiani, in maggioranza induisti. Non di meno consistenti sono le presenze di lavoratori che arrivano dal Bangladesh, Pakistan, Senegal e Nigeria, comunità minori ma significative, quasi tutte di fede islamica. Le province con maggiore concentrazione sono Cosenza e Reggio Calabria (che insieme raccolgono circa i due terzi dei residenti stranieri della regione), seguite da Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. A questi residenti stabili si aggiungono migliaia di lavoratori stagionali presenti con permessi a termine o, con una quota difficilmente quantificabile, in condizione di irregolarità, impiegati principalmente in agricoltura.

Tra queste comunità, i cristiani sono la maggioranza assoluta tra gli stranieri residenti in Italia, seguono i musulmani. Gli ortodossi (rumeni, ucraini, bulgari) festeggiano la Resurrezione il 12 aprile. È la festività più importante del calendario liturgico orientale, preceduta da quaranta giorni di digiuno e culminante nella Liturgia della notte con i propri riti. Senza una chiesa ortodossa di riferimento raggiungibile, molti si raccolgono in appartamenti privati o affittano una sala, guidati spesso da un diacono laico o da un sacerdote itinerante che percorre le comunità della regione. I musulmani (marocchini, senegalesi, bangladesi, pachistani) vivono la Pasqua come una settimana lavorativa qualunque. Per loro il calendario sacro è scandito dal Ramadan. Per chi non ha parenti in Italia, la comunità diventa l'unica famiglia disponibile. 

Tra tutti i dolori dell'emigrazione, la festa è forse il più acuto. Non perché il lavoro sia più duro, ma perché il contrasto è più visibile. La Calabria in questi giorni rallenta, le famiglie si raccolgono, i profumi escono dalle finestre. E chi non ha una famiglia intorno sente la propria solitudine con un'intensità che nelle settimane ordinarie riesce a tenere a bada. «La Pasqua la faccio con i miei colleghi» racconta un lavoratore agricolo romeno che vive a Cassano All’Ionio e che da tre anni non torna in Romania per la festa.

«Siamo in quattro nello stesso appartamento. Compriamo un agnello, cuociamo le uova rosse, facciamo la nostra liturgia. È famiglia anche quella». Questo senso di comunità costruita dal basso è la risposta più diffusa all'isolamento. Le associazioni di connazionali, le chat WhatsApp di villaggio, i raduni nelle case private sopperiscono all'assenza di strutture formali.

Le comunità rumene hanno consolidato nel tempo la presenza di sacerdoti ortodossi. Le comunità marocchine hanno sviluppato nel tempo strutture associative proprie. Le associazioni islamiche locali organizzano pranzi comunitari a cui partecipa anche chi non è credente praticante, il cibo e il ritrovo servono a mantenere un senso di appartenenza collettiva. Le comunità indiane e bangladesi usano le feste come momento di raccolta fondi per i paesi d'origine e di rafforzamento dei legami di solidarietà interna. La logica del "fare comunità" non è separata dalla logica economica. Chi si aiuta durante le feste è anche chi presterà denaro in caso di emergenza, chi aiuterà a trovare un lavoro, chi si occuperà di un figlio malato.

La Caritas e alcune associazioni del terzo settore offrono in questo periodo servizi di ascolto, pranzi comunitari e sportelli informativi. Non sostituiscono il calore familiare, ma riducono l'isolamento più estremo, soprattutto per i richiedenti asilo e per i lavoratori in condizione di irregolarità che le strutture formali faticano a raggiungere. C'è una contraddizione nel cuore di questa storia. La Calabria è la regione italiana con il tasso di emigrazione interna più alto e allo stesso tempo è una regione che dipende sempre di più dal lavoro straniero per tenere in piedi la sua agricoltura, i suoi cantieri, i suoi servizi alla persona. In un paradosso tutto meridionale, si svuota di calabresi e si riempie (parzialmente, stagionalmente, precariamente) di stranieri che a loro volta sognano di raggiungere il Nord. Eppure, qualcosa si sedimenta. Famiglie che fanno il terzo figlio, bambini rumeni e marocchini che vanno a scuola e parlano calabrese con l'accento giusto, negozi di alimentari ortodossi nelle vie dei centri di residenza. Non è integrazione da manuale, è qualcosa di più caotico, più fragile, più reale. È la vita che trova il modo di celebrarsi anche lontano da casa, anche quando la casa è un appartamento in affitto con quattro letti e una cucina condivisa. È una Pasqua che in certi condomini si festeggia due volte, il 5 aprile con i vicini italiani, il 12 con i vicini romeni, scambiandosi dolci e auguri con la stessa disinvoltura con cui ci si presta il sale.