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01/10/2026 ore 16.40
Attualità

L’uomo oltre il personaggio, Evelina Sgarbi racconta papà Vittorio: «Quella forza è anche una corazza»

Nel libro “Nata Sgarbi”, la giovane racconta il rapporto con il padre. Dalle ferite da rielaborare e ricordi felici, come le notti trascorse insieme nei musei, ecco l’intervista ai microfoni di LaC OnAir

di Francesco Graziano

C’è il Vittorio Sgarbi che tutti conoscono, quello pubblico, irruento, imprevedibile, capace di occupare la scena con una personalità debordante. E poi c’è il padre visto attraverso gli occhi di una figlia. Un uomo diverso, più fragile, meno granitico di quanto la sua immagine abbia lasciato credere per anni.

Oggi Vittorio Sgarbi è ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Roma e le sue condizioni sono considerate gravi. Al momento non sono state rese note le cause del ricovero e non è stato diffuso un bollettino medico ufficiale.

Vittorio Sgarbi ricoverato al Gemelli in terapia intensiva, le sue condizioni sarebbero gravi

È soprattutto dentro questa distanza tra il personaggio pubblico e l’uomo privato che si muove “Nata Sgarbi. Storia di un padre e di una figlia”, il libro con cui Evelina Sgarbi ricostruisce il rapporto con suo padre Vittorio. Un rapporto fatto di affetto e assenze, vicinanze e incomprensioni, momenti di tenerezza e ferite rimaste a lungo senza una risposta. Evelina ne ha parlato a Caccuri, in occasione della quindicesima edizione del Premio Letterario promosso dall’Accademia dei Caccuriani, ed all’interno del format “Le interviste del Premio Letterario Caccuri” realizzate con la regia di Andrea Laratta ed in onda su LaC OnAir (canale 17 del digitale terrestre). Il libro, pubblicato da Piemme, nasce quasi per caso, dopo il clamore suscitato dalla vicenda che ha coinvolto il padre e dalla richiesta avanzata da Evelina di un amministratore di sostegno. Ma, una volta iniziata la scrittura, quella che sembrava un'operazione quasi occasionale si è trasformata in un viaggio dentro la propria storia.

«È nata un po' veramente quasi per scherzo», racconta Evelina. Poi la scrittura ha preso un'altra direzione: «È stato impegnativo ma catartico, come una grossa seduta dallo psicologo. Mi ha fatto bene». Rimettere insieme i ricordi ha significato tornare a episodi che il tempo non aveva necessariamente cancellato. Al contrario, alcune sofferenze erano rimaste lì, sedimentate. Scriverle ha permesso alla figlia di rileggerle con una consapevolezza diversa. «Sono tutte cose che, avendole vissute giorno per giorno, magari ti trascini e ti porti dietro nel tempo. Non le risolvi mai – spiega –. Riguardi le cose in un'altra ottica. Sono passati comunque degli anni da delle cose che mi hanno fatto soffrire, cerco di rielaborarle». È questo forse il cuore del libro: non il tentativo di emettere una sentenza sul padre, ma quello di comprendere una relazione complessa. 

Il padre delle notti nei musei

Eppure, nel racconto di Evelina, Vittorio non è soltanto il padre delle assenze o delle difficoltà. È anche l'uomo capace di trasformare l'infanzia della figlia in qualcosa di fuori dall'ordinario. Tra i ricordi più belli c'è quello delle visite notturne a musei e chiese, delle occasioni in cui porte normalmente chiuse si aprivano per lui e per la figlia. Oppure i ristoranti che, anche se chiusi, diventavano improvvisamente accessibili.  Da bambina Evelina viveva tutto questo con stupore: «Mi sembrava una cosa strana». E quando portava con sé gli amici, lo stupore diventava ancora più grande. Sono ricordi apparentemente leggeri, ma che raccontano un'altra dimensione del rapporto tra i due. È il Vittorio privato, dunque, quello che emerge dalle pagine e dalle parole di Evelina. Un padre che non può essere separato dal personaggio pubblico, ma nemmeno ridotto a quello.

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«Quella forza è anche una corazza»

Il passaggio più intenso dell'intervista arriva quando Evelina parla della fragilità di suo padre. Vittorio Sgarbi, negli ultimi tempi, ha attraversato una fase molto delicata della sua vita. La figlia osserva però quella fragilità da una prospettiva particolare: non come una trasformazione improvvisa di un uomo che ha sempre mostrato sicurezza e forza, ma come qualcosa che, forse, era già presente sotto la superficie. «Per tutti può sembrare così inaspettato, così impossibile che una persona che ti sembra essere di questa forza possa arrivare a questo», racconta. «Ma per me in realtà non sembra così incredibile perché quella è un po' anche una corazza, uno scudo che tu mostri per proteggerti». Evelina interpreta così il carattere del padre: una personalità apparentemente incrollabile, aggressiva, sempre strutturata, che ha nascosto una fragilità profonda: «Un po' una tigre di carta». Non significa, per Evelina, negare la forza del padre. Significa piuttosto provare a guardare oltre quella forza. A chiedersi cosa ci sia dietro la corazza. «Secondo me reprimere sempre i sentimenti, mettere davanti questi scudi, a un certo punto fa crollare». È uno dei punti in cui il racconto personale della figlia si trasforma in una riflessione più universale sulla fragilità. Perché dietro una persona che sembra invulnerabile può esserci qualcuno che, semplicemente, non ha mai imparato a mostrare fino in fondo ciò che prova.

«Spero che riesca a guardare dentro se stesso»

E allora l'augurio che Evelina rivolge al padre non riguarda il ritorno al Vittorio di un tempo, alla sua immagine pubblica o alla sua inesauribile energia. È qualcosa di più profondo. «Spero che riesca a guardare davvero dentro se stesso - dice -. Secondo me è una cosa che non ha mai fatto». Una frase che contiene insieme affetto, dolore e forse anche il desiderio di una riconciliazione più autentica. E nello stesso momento si rivolge anche a se stessa. «Mi auguro di cercare, come già sto cercando di fare, di capirmi e di non reprimere, di non fare un po' lo stesso errore». È qui che il titolo del libro acquista un significato ancora più ampio. “Nata Sgarbi” non racconta soltanto cosa significhi essere figlia di un personaggio così ingombrante. Racconta anche il tentativo di capire quali parti di quel padre siano rimaste dentro la figlia e quali, invece, possano essere cambiate. «Bisogna affrontare le cose e non scappare», dice Evelina. Una frase semplice, ma che sembra riassumere il senso dell'intero percorso che l'ha portata a scrivere il libro.