Sezioni
Edizioni locali
09/06/2026 ore 20.00
Attualità

L’utilità dell’inutile, tre anni dopo Nuccio Ordine: il valore di sentirsi fuori posto

A tre anni dalla scomparsa dell’intellettuale, l'omaggio più sincero che si possa fare non è un convegno ma smettere di pretendere che ogni vita meridionale si giustifichi diventando una storia di riscatto, rivincita e ritorno

di Rocco Sicoli*

Ci sono mattine in cui mi sveglio e mi sento frustrato, fuori contesto. Credo capiti a tutti.

Non per rimpianto di un altrove: altrove ci sono stato, forse troppo o forse troppo poco. È una fatica più sottile e più logorante: provare a far percepire il lavoro e il suo reale valore per quello che è. Muoversi e fare rete nella nostra regione costa il triplo. Le frontiere su cui mi piace spingermi (tecnologie nuove, modi diversi di pensare un mestiere, linguaggi ancora poco percepiti) sembrano sempre un passo oltre, pronte a sbattere contro una porta chiusa.

A volte sento che la mia conversazione con il territorio non trova interlocutori.

In queste giornate riprendo in mano un libretto sottile, ma denso e pesante, scritto da un calabrese di Diamante: L'utilità dell'inutile di Nuccio Ordine. E ogni volta mi ricorda la stessa cosa: forse proprio quel sentirsi inutili, fuori mercato, fuori dai giri che contano, ai margini della scena, non è una condanna. Può essere una spinta. La forza per andare oltre il limite e restare straordinariamente normali. Anche quando il contesto fa di tutto per convincerci del contrario: che per avere valore bisogna diventare eccezione, cioè sentirsi straordinari e periferici nello stesso istante.

Nuccio Ordine è morto il 10 giugno di tre anni fa, a Cosenza. Ha insegnato letteratura all'Università della Calabria e ha scritto un manifesto che il mondo ha letto, tradotto e discusso in decine di Paesi.

La sua tesi nasce da un ribaltamento: le parole "utile" e "inutile" non hanno un valore assoluto. In una società che considera utile solo ciò che produce profitto, tutto il resto: la letteratura, l'arte, il pensiero, la ricerca senza ritorno immediato; finisce automaticamente nella casella dell'inutile. Ed è invece proprio quel sapere gratuito, diceva Ordine, a renderci più umani: "considero utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori".

Da qui la doppia faccia che dà il titolo al libro: l'utilità dell'inutile e, specularmente, l'inutilità dell'utile. Cioè di tutte quelle cose che ci vengono spacciate per indispensabili, esemplari, motivazionali, ma che in realtà non lasciano nulla.

Già in un'intervista del 2014 Ordine lo diceva, riprendendo un passaggio del libro, con parole che sembrano scritte per noi: l'ossessione utilitaristica ha invaso persino gli ambiti dove non dovrebbe avere voce. La scuola ridotta ad azienda e gli studenti a clienti. La sanità dove i malati diventano numeri. Gli eventi culturali ridotti a vetrina di "bellezze facili", quelle che non chiedono sforzo. Il punto di arrivo, avvertiva, è sempre lo stesso: considerare l'uomo stesso e i suoi sentimenti come merce di scambio. Ecco. In Calabria il profitto, paradossalmente, non c'entra quasi mai.

Da noi le persone non si monetizzano: si narrativizzano.

Le riduciamo a una cifra diversa: la storia, l'esempio, il caso da raccontare. Ma il gesto del rendere "eccezionale" qualcosa o qualcuno è identico a quello che Ordine denunciava. Una vita vale la pena di essere vista solo se serve a qualcosa di più grande di sé: a smentire uno stereotipo, a rilanciare un'immagine, a dimostrare che "anche qui si può".

È la domanda "a cosa serve?" applicata non più a una materia di studio, ma a un essere umano. E la storia di riscatto è la più facile delle "bellezze facili": commuove subito, non chiede sforzo, si condivide in un clic, contiene tutte le regole dello storytelling, da Omero a oggi. Peccato che sia, nel senso esatto di Ordine, profondamente inutile: non costruisce nulla di reale e consuma le persone che celebra. La dinamica che vedo di fronte a me è spesso quella, distorta, di un alveare: un'ape regina attorno a cui tutti ruotano pur di avere un attimo di luce riflessa, di regalità, dimenticando la propria identità e la propria utilità.

Quasi tutti pensano che l'ape regina governi e regni incontrastata. Non è così. La regina non comanda, non dirige, non decide: depone uova ed emette le sostanze che tengono unita la colonia. Tutto il resto dal cercare il nettare, costruire, nutrire le larve, regolare la temperatura, difendere il nido, perfino scegliere quando partire e dove fondarne uno nuovo lo fanno le operaie. Dal basso. Coordinandosi a migliaia. Senza un ordine calato dall'alto.

La storia dell'alveare, semplicemente, non la fa la regina. La fanno le operaie.

E soprattutto: l'alveare non esiste per produrre una regina da esibire. È la regina che esiste per tenere in vita l'alveare fatto dal lavoro ordinario. Mezzi e fini sono tutti dalla parte del tessuto sociale, non dell'eccezione su cui ci concentriamo.

La Calabria che si racconta ha capovolto questo rapporto: tratta il lavoro quotidiano di tanti come materia prima da cui, ogni tanto, deve sbocciare un'eccellenza per la vetrina. Dovrebbe essere il contrario: l'eccellenza, quando c'è davvero, ha senso solo se serve il tessuto del suo territorio, non se ne assorbe l'attenzione fino a diventarne l'unica rappresentazione possibile.

E c'è un dettaglio su cui vale la pena soffermarsi. Una regina non nasce regina. Nasce come tutte: qualsiasi larva femmina potrebbe diventarlo. La differenza è una sola: il nutrimento. La pappa reale. La cella in cui viene allevata. Se abbattiamo la mitologia del talento innato, dell'eccezionalità di un gesto o di un'impresa, ciò che resta è una verità precisa: spesso ciò che chiamiamo "eccellenza" è una larva ordinaria che a un certo punto ha ricevuto la sua razione di pappa reale. Il contesto giusto. La rete. Una piattaforma. Un curriculum che apre porte. Un premio. Un'occasione.

Non è una colpa. È una fortuna. Ed è struttura.

Ma il racconto pubblico trasforma la struttura in merito innato, perché chi legge o ascolta conosce solo la parte pubblica della storia. E così cancella due cose insieme: la pappa reale ricevuta e le diecimila operaie che non l'hanno avuta, ma continuano comunque, instancabilmente, a fare il miele.

C'è una versione contemporanea di questa liturgia, vestita di falsa modestia, che pervade ogni storia e ogni persona messa sotto i riflettori per i famosi quindici minuti di celebrità.

Ordine studiava Giordano Bruno, e da Bruno aveva ripreso una distinzione che qui torna utile: il vero pensatore ha il coraggio di tradurre il proprio pensiero in un modo di vivere; il falso mette il pensiero al servizio dei potenti e del profitto.

Lo scarto non è tra chi si promuove e chi no. Guai a condannare l'autopromozione: in questo mondo digitale la facciamo tutti, ed è anche il mio mestiere. Lo scarto è tra il racconto che serve qualcosa fuori di sé: il lavoro, il cliente, un'idea, una comunità; e il racconto che serve solo al posizionamento e accrescimento di se stessi.

Ordine lo diceva anche del sapere: non si compra, è una conquista personale, uno sforzo che nessuno può fare al posto tuo. Vale anche per la competenza: si conquista, non si racconta.

Nessuna narrazione, per quanto brillante, può sostituire una ricaduta reale sul territorio che non si tocca, che non si vede, che non c'è.

Perché da noi la normalità, da sola, non è ammessa al racconto. Per esistere in pubblico deve travestirsi da eccezione. Deve diventare tutto straordinario: il piatto di pasta con lo stocco, il pane, una pizza, una consulenza, un sito web. Ogni cosa viene gonfiata al punto che alla fine non si riconosce più.

E di questo "ecosistema del racconto delle eccellenze" arriva la prova più amara, che riguarda proprio Ordine.

Perché lui un'eccellenza vera lo era: letto nelle grandi università, tradotto in decine di Paesi, discusso ben oltre i confini italiani. Eppure la sua terra, quella che fabbrica eccellenze, lui se l'è quasi dimenticato. A ricordarlo, in concreto, è stata soprattutto la gente comune. Chi ha avuto il piacere di conoscere i suoi scritti e di sentirli arrivare sotto la pelle. Chi si è lasciato smuovere l'animo da quelle pagine. Chi ha trovato in Ordine non una celebrazione, ma una domanda scomoda da porsi.

Perché Ordine era scomodo. Era diretto. Spesso diceva ai calabresi cose che non volevano sentirsi dire, senza addolcirle in una bella storia. Era, nel senso pieno della parola, un eretico. E gli eretici non si lasciano incoronare, perché si rifiutano di fingersi regine rassicuranti.

La Calabria, spesso, celebra le eccellenze che la consolano e dimentica quelle che la interrogano.

Ordine era l'inutile che rivelava la propria straordinaria utilità. Ed è stato trattato come inutile nel senso peggiore: ignorato. Non una regina da esibire, ma una coscienza scomoda da ascoltare. Forse proprio per questo l'alveare non ha saputo riconoscerlo e valorizzarlo fino in fondo.

Ed è qui il danno vero, quello che ferisce le aspettative di tutti i calabresi.

Non è che manchino le regine. È che con un certo tipo di narrazione abbiamo convinto le operaie di essere solo regine mancate.

In un alveare nessuna operaia è un fallimento: l'operaia è la struttura, è ciò che produce il miele. Nel nostro racconto, invece, chi fa ogni giorno un lavoro competente e non diventa una storia si sente uno che "non ce l'ha fatta", uno rimasto intrappolato nella ragnatela calabrese, perché evidentemente ha qualcosa in meno di chi torna e diventa eroe, di chi è fuori e spesso guadagna meglio di chi è ancora qui.

Invece, dovremmo dirci con chiarezza e forza, che chi dice "io resto in Calabria" fa semplicemente una scelta. Una scelta che certe mattine può farti svegliare con la sensazione di essere fuori contesto, certo. Ma non per questo vale meno.

Siamo diventati un alveare in cui ogni ape si vergogna di non essere regina. E un'ape che si vergogna, prima o poi, smette di fare miele. Smette di amare la sua comunità e di amare se stessa, perché si misura con qualcosa di irraggiungibile, che spesso non esiste nemmeno. Questo forse è il vero motivo alla base del disincanto che si percepisce in tanti (troppi) calabresi.

A tre anni dalla sua morte, l'omaggio più sincero che si possa fare a Nuccio Ordine non è un convegno con il suo nome nel titolo. L'omaggio più sincero è smettere di pretendere che ogni vita meridionale si giustifichi diventando una storia di riscatto, rivincita e ritorno.

È riconoscere che la dignità non sta nell'essere un'eccezione, ma nell'avere il diritto di non esserlo.

È capire che chi parte ogni lunedì, Marco, Pina, Luciano, Emanuel, Barbara e Francesco, lavora bene per mezzo mondo e ogni venerdì torna nel suo paese a tenere insieme legami che nessun bando finanzierà mai, non è un eroe e non è un fallito: è l'alveare. È l'utilità dell'inutile fatta persona.

La Calabria non ha bisogno di altre regine da raccontare. Ha bisogno di imparare l'inutilità dell'utile, di ricordarsi i suoi eretici, e di lasciarci, finalmente, restare straordinariamente normali. Perché solo accettando di essere normali ci si può confrontare con il resto del mondo che ci circonda; altrimenti, se facciamo giocare solo le eccellenze, continueremo a sentirci sempre sconfitti, perché quelle sono ovunque, è una cosa normale.

PS — Un evento, il prossimo 10 giugno, o anche prima, lo farei davvero. Ma su questi temi, che sono lo spirito del Manifesto di Ordine:

la conversazione lenta;

la costruzione di fiducia;

la qualità delle istituzioni;

la cura delle competenze;

la continuità delle relazioni;

la capacità di fare sistema senza doverlo annunciare;

la normalità di chi lavora bene senza diventare simbolo.

Alcune delle cose inutili: inutili perché abbiamo smesso di vederle, e non le percepiamo più come un valore. Eppure sono vitali per fare davvero un salto di qualità come comunità e dare nuova speranza al nostro territorio.

*esperto di comunicazione politica