Marcello Fonte, la Calabria e il successo: «Il segreto? Non lo so, bisogna resistere»
L’attore calabrese, premiato ad Acri alla quindicesima edizione di Cineincontriamoci, si racconta in un’intervista al network LaC: «Non bisogna lamentarsi, ma essere propositivi. Resistere alle avversità è importante»
C’è un filo che unisce Archi, piccolo centro del Reggino, e il palco di Cannes. È il filo della vita di Marcello Fonte, attore e regista calabrese che nel 2018 ha conquistato la Palma d’Oro come miglior attore al Festival di Cannes per Dogman di Matteo Garrone. Un riconoscimento arrivato dopo una lunga gavetta, lontano dai riflettori e dai percorsi più prevedibili del cinema. Ad Acri, nel Cosentino, quel percorso è tornato idealmente al punto di partenza. Fonte è stato infatti l’ospite d’onore della quindicesima edizione di Cineincontriamoci, la rassegna ideata e diretta da Mattia Scaramuzzo, dove ha ricevuto un premio alla carriera. Una serata che ha riportato in Calabria un volto tra i più riconoscibili del cinema italiano e che, proprio dalla Calabria, ha scelto di lanciare un messaggio che va oltre il cinema.
«È bellissimo ritornare in Calabria», racconta Fonte nell’intervista rilasciata al network LaC. Un ritorno alle origini, ma anche l'occasione per riflettere sul percorso che lo ha portato da Archi fino alla ribalta internazionale. Il segreto di quella scalata? Fonte sorride e non cerca formule magiche: «Che ne so qual è il segreto? Non lo so». Poi, però, il discorso prende una direzione precisa. Quella della capacità di reagire, di non fermarsi davanti alle difficoltà: «In Calabria in tanti, soprattutto tanti giovani, si lamentano. Questo è un grande errore. Lamentarsi non fa bene mai. Bisogna essere propositivi».
È forse qui che la storia personale dell'attore incontra quella di una terra abituata a confrontarsi con partenze, distanze e difficoltà. Fonte cita i nonni, l’emigrazione, i sacrifici di una generazione che per costruirsi un futuro doveva affrontare viaggi lunghi e complicati: «Mio nonno partiva per il nord, andava ad Aosta per portare il pane a casa. Aveva solo una bicicletta. Oggi – osserva – tutto è diverso. Prendi l’aereo e vai. Prendi il treno e sei arrivato. È tutto più facile».
La distanza, dunque, non può più essere una scusa. E nemmeno la paura di partire. Per Fonte la parola chiave è resistere. Quando gli viene suggerito il termine “resilienza”, inizialmente ammette con la consueta ironia di non conoscere bene la parola. Ma quando gli viene spiegato che significa resistere alle avversità, la risposta arriva immediata: «Resistere è un bel termine». E insiste: «Bisogna essere forti e non farsi abbattere da quello che si è creato».
Il suo ragionamento, però, non riguarda soltanto il successo professionale. Fonte parla anche di un modo diverso di guardare alla vita, alle necessità, alle abitudini che spesso diventano gabbie. E torna a ciò che ha imparato dalla sua famiglia: «La semplicità è la cosa migliore», dice. Una lezione ricevuta dai nonni, dalla madre, dal padre e dalle persone incontrate lungo il cammino. Una filosofia che, secondo l'attore, vale anche per l'arte. «Anche nell’arte, la semplicità. Arrivare alla semplicità è una cosa importante, perché nella semplicità c’è tutto dietro un mondo».
Una frase che sembra racchiudere anche il senso del riconoscimento ricevuto ad Acri. Un premio nato, come la stessa rassegna di Scaramuzzo, dalla forza di una comunità. Quindici anni di Cineincontriamoci, quindici anni di incontri con protagonisti del cinema italiano, da Carlo Verdone a Pupi Avati, da Ornella Muti ad Alessio Boni e Giovanni Veronesi.
Fonte, quando scopre che quella sera sarà premiato, scherza: «Ah sì, ricevo un premio e non lo sapevo». Poi parla di Carlo Verdone, uno degli ospiti che hanno segnato la storia della manifestazione: «Mi sarebbe piaciuto lavorare con lui una volta, vedere com’è». Una battuta che diventa quasi un invito. E chissà che proprio da Acri non possa partire una nuova collaborazione cinematografica. Ma è soprattutto nel finale che Fonte lascia il messaggio più personale. Non soltanto ai giovani calabresi, ma a tutti: «Continuate a vivere, a godere la vita e non pensate troppo a tutte le cose che si devono fare», dice. La vita, ricorda, è un passaggio. E ciò che conta è lasciare qualcosa agli altri.
La metafora scelta è quella di un albero: «Magari un albero che lo piantiamo noi e adesso i frutti li raccoglieranno i nostri figli e altre persone anche che non sono i nostri figli». Non importa, dunque, essere presenti quando arriveranno i frutti. Conta aver piantato quell’albero: «Seminate qualcosa di buono. Così qualcuno raccoglierà i frutti, almeno. Se non adesso, magari dopo».