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16/08/2026 ore 10.19
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Mediterraneo bollente, Tansi avverte: «La Calabria rischia un autunno di cicloni, frane e alluvioni»

Il geologo e ricercatore Cnr lancia l’allarme sulla stagione autunnale: «Il mare è un serbatoio di energia». Nel mirino anche argini degradati, cunette ostruite, abusivismo e opere mai completate. Il problema non è solo il clima, ma una regione troppo fragile per affrontare nuove emergenze

di Riccardo Montanaro

Il Mediterraneo continua a registrare temperature superiori alla media e gli esperti avvertono che il calore accumulato nel mare potrebbe trasformarsi, nei prossimi mesi, in un potente carburante per eventi meteorologici estremi. Ma il vero problema, spiega il geologo Carlo Tansi, non è soltanto il cambiamento climatico: è la fragilità di un territorio dove manutenzione insufficiente, dissesto idrogeologico, abusivismo edilizio e ritardi nella realizzazione delle opere di difesa rendono la Calabria particolarmente esposta a cicloni, alluvioni, frane e mareggiate.

Ne parliamo con il geologo, Primo Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche ed ex Direttore generale della Protezione civile della Calabria.

Professor Tansi, il Mediterraneo sempre più caldo può davvero rappresentare un pericolo per il prossimo autunno e inverno?

Sì. Il Mediterraneo è un gigantesco serbatoio di energia e di umidità. Più aumenta la temperatura dell’acqua, maggiore è la quantità di calore e di vapore acqueo che può essere trasferita all’atmosfera.

Naturalmente un mare caldo non produce automaticamente un ciclone: sono necessarie precise condizioni atmosferiche. Ma quando queste si verificano sopra un mare eccezionalmente caldo, il sistema dispone di una quantità enorme di energia e umidità. È questo che deve preoccuparci in vista dell’autunno e dell’inverno.

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Quest’anno c’è anche El Niño. Che ruolo può avere?

El Niño nasce nel Pacifico equatoriale, ma può influenzare la circolazione atmosferica su scala planetaria. Non possiamo dire che provocherà direttamente cicloni in Calabria. Possiamo però affermare che si inserisce in un sistema climatico globale già fortemente riscaldato e può contribuire a modificare temperature, precipitazioni e circolazione atmosferica.

In sostanza, stiamo accumulando sempre più energia nel sistema climatico. Quando questa energia incontra condizioni favorevoli, gli eventi possono diventare estremi.

Abbiamo già avuto un assaggio di quello che potrebbe accadere?

Più che un assaggio. Tra gennaio e marzo di quest’anno la Calabria è stata interessata da una successione impressionante di eventi meteorologici estremi: Harry, Ulrike, Nils, Oriana, Pedro, Jolina, Deborah ed Erminio.

Otto eventi in appena tre mesi.

Nessuno può prevedere quanti ne arriveranno nel prossimo autunno-inverno. Potrebbero essere anche più numerosi e intensi, ma oggi sarebbe scorretto dirlo. Sappiamo però che un Mediterraneo eccezionalmente caldo rappresenta un enorme serbatoio di energia a disposizione delle perturbazioni.

La vera domanda è un’altra: su quale territorio andranno a scaricarsi questi eventi? E su quale territorio?

Su un territorio estremamente fragile e scarsamente manutenuto.

Fiumi, torrenti e fossi sono, in moltissimi casi, pieni di vegetazione e detriti. Le cunette di tantissime strade, soprattutto provinciali e comunali, sono intasate e non svolgono più la loro funzione: raccogliere e convogliare l’acqua.

L’acqua che non viene correttamente regimentata finisce sui versanti, sulle strade e nelle scarpate. Quando enormi quantità di pioggia cadono in poche ore su un territorio in queste condizioni, aumentano sia il rischio di alluvioni sia quello di frane.

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E quest’estate gli incendi hanno creato un ulteriore problema?

Certamente. Gli incendi distruggono la copertura vegetale che protegge il terreno e possono ridurne la capacità di assorbire l’acqua, favorendo l’impermeabilizzazione superficiale.

Con le prime piogge intense aumenta il ruscellamento: più acqua scorre rapidamente in superficie, maggiore è l’erosione e cresce il rischio di colate di fango, detriti e, dove le condizioni geologiche lo consentono, di frane.

Per questo le aree percorse dagli incendi saranno tra le più vulnerabili alle piogge autunnali. Incendi estivi e dissesto idrogeologico sono fenomeni strettamente collegati.

Nei giorni scorsi il crollo di una parte della rupe di Tropea ha riproposto il problema. È un altro campanello d’allarme?

Assolutamente sì. A Tropea, soltanto per puro caso, il crollo non ha provocato vittime.

Non possiamo continuare ad affidarci alla fortuna. I fenomeni di instabilità devono essere individuati, studiati e monitorati prima che avvenga il cedimento.

Il caso di Tropea è ancora più significativo perché la necessità di intervenire sulla rupe era stata da me segnalata già nei mesi precedenti, proprio dai microfoni di LaC News.

Questa volta non ci sono state vittime. La prossima potremmo non essere altrettanto fortunati.

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Lei insiste molto anche sulla mancata manutenzione delle strade. Perché?

Perché l’acqua è spesso il principale fattore che innesca le frane. Le cunette servono proprio a raccoglierla e a convogliarla in sicurezza.

Se sono piene di terra, vegetazione e rifiuti, l’acqua tracima, attraversa le strade e si infiltra nelle scarpate. In una regione geologicamente fragile come la Calabria, trascurare la manutenzione delle opere di drenaggio significa aumentare il rischio di frane e smottamenti.

E poi c’è il problema dei fiumi.

È uno degli aspetti più gravi. Molti corsi d’acqua presentano enormi accumuli di sedimenti e vegetazione. Se il materiale trasportato dal fiume si deposita nell’alveo, il fondo si innalza progressivamente.

In parole semplici: il letto del fiume si alza e gli argini diventano relativamente più bassi.

A questo si aggiungono arginature vecchie di molti decenni, spesso degradate e, in alcuni punti, ridotte a brandelli.

Il Crati ne è l’esempio più evidente?

Certamente. Parliamo del principale fiume calabrese, con un sistema di arginature realizzato in larga parte circa un secolo fa.

Abbiamo due problemi che si sommano: argini vecchi e degradati e un alveo progressivamente riempito dai sedimenti.

Negli anni siamo intervenuti troppo spesso soltanto dove l’argine aveva già ceduto. Si rompe, arriva l’alluvione e si ripara quel tratto. Ma chilometri più avanti rimangono argini nelle stesse condizioni.

Questa non è prevenzione. È aspettare che si rompa il prossimo argine.

I cicloni, però, non producono soltanto alluvioni e frane. C’è anche il problema delle coste.

Esattamente. Questi eventi sono spesso accompagnati da venti molto forti, capaci di generare mareggiate estremamente violente.

E le mareggiate colpiscono coste interessate da oltre sessant’anni da un processo di erosione.

Il ciclone può quindi colpire in sequenza: prima vento e mareggiate, poi precipitazioni intense, alluvioni e frane.

Per spiagge già fortemente erose, lungomari, ferrovie e infrastrutture costiere, una grande mareggiata può rappresentare il colpo di grazia.

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Che cosa rende queste piogge così pericolose?

Non conta soltanto quanta pioggia cade, ma soprattutto come cade.

I sistemi temporaleschi possono scaricare enormi quantità d’acqua in tempi brevissimi. E in Calabria quell’acqua incontra fiumi poco manutenuti, alvei colmi di sedimenti, cunette e tombini ostruiti, versanti fragili, aree incendiate e un’urbanizzazione che troppo spesso ha occupato zone che avrebbero dovuto rimanere libere.

È questa combinazione a trasformare un evento meteorologico intenso in una catastrofe.

A questo si aggiunge il problema dell’abusivismo edilizio.

Certamente. In Calabria abbiamo uno dei più alti tassi di abusivismo edilizio del Paese.

Il problema non è soltanto quante costruzioni abusive esistono, ma soprattutto dove sono state realizzate: lungo i corsi d’acqua, nelle aree esondabili, sui versanti instabili e a ridosso delle spiagge.

Una piena diventa tragedia quando trova case sulla strada dell’acqua. Una frana quando si costruisce sul suo percorso. Una mareggiata quando si edifica dove il mare tende naturalmente ad arrivare.

Molti cittadini si preoccupano soltanto quando viene diramata un’allerta rossa. È un errore?

È un errore gravissimo. Un’allerta gialla non significa assenza di pericolo.

Il livello di allerta dipende anche dall’estensione territoriale dei fenomeni previsti. Possiamo avere celle temporalesche molto localizzate che, pur non determinando un’allerta elevata su scala regionale, scaricano enormi quantità d’acqua in pochissimo tempo.

Il colore dell’allerta non misura necessariamente la violenza del singolo temporale in una determinata località.

Una quantità d’acqua che può uccidere. A quali tragedie si riferisce?

Penso alle vittime del Raganello, alle alluvioni nel Vibonese e alla tragedia di Soverato.

Questi eventi ci insegnano una cosa: non bisogna mai sottovalutare un’allerta gialla.

Il rischio è particolarmente elevato nei corsi d’acqua utilizzati per attività ricreative, come il Raganello o il Lao.

Può esserci il sole dove ci troviamo, mentre pochi chilometri più a monte un violento temporale sta riversando acqua nel bacino. Il cittadino vede il sole, ma il fiume riceve l’acqua caduta altrove. Ed è una situazione potenzialmente letale.

Ma non sono stati stanziati ingenti finanziamenti per il dissesto idrogeologico?

Sì, ed è proprio questo a rendere la situazione ancora più grave.

Dal 2007 alla Calabria sono stati assegnati miliardi di euro per contrastare il dissesto idrogeologico.

Secondo i dati che ho verificato sul sito dell’Ufficio del Commissario per il Dissesto Idrogeologico della Calabria, solo una minima parte degli interventi programmati risulta conclusa.

Questo significa che, dopo quasi vent’anni, resta ancora una quantità enorme di opere da realizzare. E una parte consistente delle risorse non utilizzate è andata perduta.

È un paradosso gravissimo: disponiamo di un territorio tra i più fragili d’Italia, abbiamo avuto risorse importanti per metterlo in sicurezza e non siamo riusciti a trasformarle in opere.

Di chi è la responsabilità?

Le responsabilità individuali spettano agli organi competenti e vanno accertate sulla base degli atti.

Ma una domanda è inevitabile: dopo quasi vent’anni di finanziamenti, come è possibile ritrovarsi ancora con fiumi in queste condizioni, argini degradati, versanti che franano e coste che arretrano?

Chi ha avuto la responsabilità della programmazione e dell’attuazione degli interventi deve spiegare perché tante opere non siano state realizzate e perché tante risorse non siano state utilizzate.

Che cosa dovrebbe fare immediatamente la Regione?

Passare finalmente dalla politica dell’emergenza a quella della prevenzione.

Bisogna controllare sistematicamente corsi d’acqua e argini, ripristinare il corretto deflusso, pulire cunette, tombini e attraversamenti, monitorare i versanti percorsi dagli incendi, intervenire nelle aree a maggiore rischio di frana e mettere in sicurezza i tratti costieri più vulnerabili.

E soprattutto trasformare i finanziamenti in cantieri e i cantieri in opere concluse.

Dunque, che autunno dobbiamo aspettarci?

Nessuno può dire oggi dove, quando e con quale intensità arriverà il prossimo evento estremo. Chi lo facesse non farebbe scienza.

Ma sappiamo che il Mediterraneo è molto caldo, che il clima sta cambiando e che la Calabria presenta vulnerabilità enormi, note da decenni.

Non dobbiamo fare terrorismo meteorologico. Ma non possiamo continuare a considerare ogni alluvione, frana o mareggiata come una disgrazia imprevedibile.

Il prossimo ciclone non possiamo impedirlo. Possiamo però decidere quale Calabria troverà quando arriverà.

E dobbiamo smetterla di utilizzare il cambiamento climatico come alibi per ciò che dipende dalle nostre scelte e dalle nostre omissioni.

Perché il cambiamento climatico non riempie le cunette di terra, non lascia degradare gli argini e non costruisce case negli alvei dei fiumi. Queste sono responsabilità umane.

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Di questo e di molto altro parleremo il prossimo 27 agosto alle 22:00 nella puntata speciale di “I giorni della storia” condotta da Franco Laratta su LaC Tv, con esperti del clima, Protezione civile, vigili del fuoco, studiosi e docenti universitari.

Riccardo Montanaro