Sezioni
Edizioni locali
04/03/2026 ore 19.01
Attualità

Metri cubi d’acqua nelle case, milioni di euro nei cassetti: così il Crati è rimasto prigioniero dell’emergenza

Da un lato risorse economiche messe sul tavolo per la riduzione del rischio idrogeologico, dall’altra un fiume che continua negli anni a presentare le stesse criticità. E a vomitare fango sulla Sibaritide

di Mariassunta Veneziano

I fondi c’erano. E non solo gli 8 milioni di euro stanziati dopo l’alluvione del 2018 per lavori ancora non iniziati e di cui, subito dopo l’ultima esondazione, il sindaco di Corigliano Rossano Flavio Stasi chiede conto. I soldi per intervenire c’erano anche prima: 220 milioni stanziati nel 2010 nell’ambito dell’Accordo di Programma Quadro tra il Ministero dell’Ambiente e la Regione Calabria finalizzato alla programmazione e al finanziamento di interventi urgenti e prioritari per la mitigazione del rischio idrogeologico, di cui 4 milioni di euro proprio per la sistemazione del tratto terminale del Crati.

La perizia del geologo Carlo Tansi redatta per la Procura di Castrovillari dopo l’alluvione della Sibaritide del gennaio 2013 tocca anche questo punto. Risorse economiche messe sul tavolo ma scivolate in un cassetto. Risorse che avrebbero potuto – e dovuto – intervenire sulle criticità della Calabria e per spendere le quali era stato nominato un commissario straordinario. «Nell’arco di quasi 4 anni, sono stati spesi solo 19 milioni per la realizzazione degli interventi previsti» rilevava Tansi nel 2014 in merito ai 220 milioni a disposizione della Calabria, dopo che l’inerzia aveva già prodotto i suoi frutti.

Tra fango e memoria: dopo l’ultima esondazione il Crati torna a fare paura, ma era già tutto scritto 11 anni fa

Rischio conosciuto, nessun intervento

Oggi, dopo l’ennesima esondazione del Crati, si torna a parlare di emergenza. Ma leggendo quel documento emerge un dato che rende questa narrazione sempre meno sostenibile: il rischio era conosciuto, i soldi c’erano, ma si è continuato a rimandare gli interventi necessari. Fino al 2013 e poi al 2018 arrivando al 2026, quando il ciclone Nils ha risvegliato la forza di una natura prima manipolata e poi lasciata a se stessa.

Prima dell’alluvione del 18 gennaio 2013 c’erano state segnalazioni precise «da cui si evincevano – si legge nella perizia – le criticità degli argini, la presenza di agrumeti abusivi (provvisti di cancelli che impediscono l’accesso) e sbarramenti causati da alberi divelti ed ammassati».

Tutto comunicato agli enti allora competenti tra i quali però, come si evince dalla perizia, c’era stato un rimpallo di responsabilità. Intanto con Dpcm del 25 gennaio 2011 era stato individuato un commissario straordinario per l’emergenza idrogeologica con compiti di: intervenire con urgenza nelle situazioni a più elevato rischio e al fine di salvaguardare la sicurezza delle infrastrutture e il patrimonio ambientale e culturale; assicurare una gestione capace di accelerare la realizzazione dei piani straordinari per le situazioni a più alto rischio.

Nella perizia, riguardo all’alluvione del 2013, si punta il dito contro la «sovrapposizione di competenze, responsabilità, funzioni ed attività che si è tradotta in una confusione normativa» e, infine, in uno «scaricabarile istituzionale» tra gli enti coinvolti: Regione, Provincia, Comuni e Consorzio di bonifica.

Alluvione nella Sibaritide, il Crati deviato per far spazio ai Laghi di Sibari. Tutti gli allarmi ignorati negli anni

Subito dopo, però, cambia tutto. Con l’entrata in vigore della legge Delrio nel 2014 la competenza in tema di manutenzione ordinaria e straordinaria dei corsi d’acqua passa tutta in mano alla Regione. Ma c’è anche un’altra figura. Il decreto legge 91/2014 (convertito in legge 116/2014) attribuisce infatti ai presidenti di Regione il ruolo di commissari di Governo contro il dissesto idrogeologico, andando a sostituire la figura dei commissari straordinari con l’intento di accelerare gli interventi. Un ruolo, questo, che non soppianta le competenze ordinarie in capo a Comuni, Consorzi di bonifica e Regione. Il commissario gestisce i fondi per programmare gli interventi secondo le priorità imposte dall’urgenza, potendo anche nominare soggetti attuatori, operare in deroga ad alcune procedure ordinarie, esercitare poteri sostitutivi in caso di inerzia degli enti locali.

Quindi: per la manutenzione ordinaria di alvei e argini la competenza è regionale, per gli interventi strutturali finanziati nel piano contro il dissesto la competenza è del commissario.

Prigionieri dell’emergenza

Da una parte i ruoli, dall’altra ciò che è accaduto. In mezzo cosa sia o non sia stato fatto. E qui si colloca l’indagine aperta dalla Procura della Repubblica di Castrovillari che dovrà verificare la correttezza delle procedure adottate prima e durante l’emergenza e chiarire eventuali responsabilità in fatto di prevenzione e gestione del rischio idrogeologico.

Al di là dell’aspetto giudiziario, il quadro che emerge è netto. Da un lato milioni di euro disponibili, programmati, assegnati. Dall’altro un fiume che continua a presentare sempre le stesse criticità strutturali: argini fatiscenti, vegetazione invasiva, riduzione dell’officiosità idraulica.

La conclusione appare inevitabile: la gestione del Crati è rimasta prigioniera dell’emergenza, nonostante strumenti e risorse non siano mancati nel corso degli anni. Con un rischio che, anziché essere ridotto, viene solo rimandato.

(3. continua)

***

Questo terzo articolo prosegue l’approfondimento iniziato con la rilettura della perizia del 2014. Non per attribuire colpe in modo sommario, ma per affermare un fatto documentato: quando esistono analisi tecniche, piani e risorse economiche, continuare a parlare di imprevedibilità non è più credibile.

Ma la questione non riguarda soltanto quanto è stato speso o non speso. Riguarda anche come il fiume è stato trattato nel tempo, come il suo spazio naturale è stato progressivamente compresso, occupato, trasformato. Perché tra le risorse rimaste nei cassetti e l’acqua che invade le case c’è un altro elemento: l’uso del territorio lungo gli argini. E da qui ripartiremo.