Musica e intelligenza artificiale, il maestro Perri: «La macchina può produrre suono, ma l’emozione resta umana»
Il direttore del Conservatorio “S. Giacomantonio” di Cosenza spiega perché perché la tecnologia è uno straordinario strumento, ma non può sostituire l’esperienza dell’arte e della performance dal vivo
L’intelligenza artificiale sta cambiando anche il mondo della musica, e sta aprendo scenari inediti tra creatività e nuove tecnologia . Ma fino a che punto una macchina può sostituire l’artista? Può l’ IA creare un brano, interpretare un’emozione, trasmettere la magia di un concerto?
Sono le domande al centro della nostra intervista con il maestro Francesco Perri, compositore, e direttore d’orchestra, direttore del Conservatorio “S. Giacomantonio” di Cosenza.
Con il maestro Perri analizziamo il rapporto tra IA e musica, per capire perché la tecnologia sia veramente uno straordinario strumento, ma non possa sostituire l’esperienza umana dell’arte e della performance dal vivo.
Maestro Perri, lei in più occasioni ha affermato che l'IA può produrre suono ma non può stare sul palco. Qual è il significato più profondo di questa affermazione?
Non intendo semplicemente che manca un corpo da mettere in scena. Intendo che salire sul palco significa esporsi a un tempo che non si può fermare né riavvolgere: una nota sbagliata resta sbagliata, va integrata nel discorso musicale che segue, davanti a un pubblico che la percepisce accadere una volta sola. La macchina, per costruzione, è sempre disponibile: non oppone resistenza, si può rigenerare dieci, cento, mille volte senza che nessuna delle versioni scartate abbia mai avuto conseguenze per nessuno. Il palco è l'esatto contrario di questa disponibilità: è il luogo dove ci si espone al rischio di fallire davanti a testimoni. Un'esecuzione che non potrebbe mai andare storta, in fondo, non può nemmeno commuovere fino in fondo. Il punto cruciale di questo è il ricreare l’Hic et Nunc di Benjamin ovvero una esistenza unica, irripetibile, legata al luogo e al momento in cui si trova.
L'intelligenza artificiale sta entrando sempre più nel mondo della composizione musicale. Quali opportunità offre ai musicisti e quali rischi intravede per la creatività artistica?
L'opportunità più concreta è la velocità con cui oggi si può esplorare un'idea: un compositore può ascoltare in pochi minuti dozzine di varianti armoniche o orchestrali che un tempo avrebbero richiesto giorni di lavoro al pianoforte, e questo libera tempo per le decisioni davvero importanti, quelle di struttura e di significato. Il rischio speculare è che quell'esplorazione avvenga sempre dentro lo stesso spazio: questi sistemi ricombinano ciò che hanno già ascoltato, non escono dai propri confini. Se il compositore si accontenta della prima proposta plausibile che la macchina gli restituisce, la sua musica finirà per assomigliare, un poco alla volta, alla media statistica di tutto ciò che è già stato scritto. La creatività resta un atto che deve scegliere consapevolmente contro quella media, non limitarsi ad accettarla.
Lei sostiene che un concerto dal vivo è un'esperienza irripetibile. Quali sono quegli elementi umani che nessun algoritmo potrà mai riprodurre?
Il dialogo in tempo reale con gli altri musicisti, innanzitutto: uno sguardo che anticipa un rallentando, una spalla che segnala l'attacco, un errore di un collega che tutta l'orchestra deve assorbire in una frazione di secondo senza fermarsi. E poi la relazione con un pubblico che respira insieme a te, che tossisce nel silenzio sbagliato, che con la propria tensione ti restituisce quanto la musica stia davvero accadendo. Sono elementi che esistono solo perché quella sera, in quella sala, tutto potrebbe andare diversamente da come è andato. È quella che i filosofi chiamano l'aura di un evento: la sua esistenza unica in un tempo e in un luogo che nessuna registrazione, per quanto fedele, potrà mai restituire allo stesso modo. Tutto ciò è meravigliosamente unico.
Le nuove generazioni di musicisti cresceranno con strumenti basati sull'intelligenza artificiale. Come dovrebbe cambiare la formazione nei Conservatori per utilizzare queste tecnologie senza perdere il valore dell'interpretazione?
Insegnerei prima di tutto perché certe scelte musicali funzionano, non soltanto come si ottengono. Un allievo che sa perché un cromatismo discendente commuove, perché un determinato modo produce un certo carattere, potrà sempre giudicare criticamente ciò che una macchina gli propone; un allievo che ha solo imparato a chiedere alla tecnologia un risultato plausibile, senza possedere quella teoria, rischia di scambiare la prima proposta dell'algoritmo per l'unica possibile. I Conservatori dovrebbero introdurre queste tecnologie come oggetto di studio critico — capire come funzionano, dove nascono i loro suoni, quali limiti strutturali portano con sé — non solo come strumento di produzione. Solo così l'allievo resta guida della macchina, e non il contrario. In questo sono orgogliosamente fiero di aver dato l’impulso a nuove ricerche presso
Conservatorio di Musica di Cosenza con l’istituzione di 6 borse dottorali in due anni su IA e soundscape identitario e di prossimità e la creazione per la prima volta al mondo di VST (Strumenti virtuali) su campionamenti di strumenti tipici della tradizione Etnomusivologica calabrese.
L'IA può diventare un valido supporto per compositori, direttori d'orchestra e interpreti. Dove dovrebbe fermarsi il suo utilizzo per evitare che sostituisca il ruolo dell'artista?
La userei senza remore per tutto ciò che precede la scelta interpretativa vera e propria: organizzare materiali, generare bozze da scartare o da cui ripartire, verificare rapidamente alternative orchestrali. Dovrebbe fermarsi, però, esattamente nel punto in cui inizia il rischio — la decisione che un interprete prende sul palco, in quell'istante, sapendo che potrebbe sbagliare e che quella scelta non tornerà indietro. Se lasciamo che sia la macchina a compiere anche quel passo, non stiamo più parlando di un supporto: stiamo lasciando che decida al posto nostro proprio nel momento in cui essere artisti significa esporsi in prima persona.
Oggi assistiamo a un'accelerazione tecnologica senza precedenti. La musica rischia di diventare sempre più perfetta sul piano tecnico, ma meno autentica sul piano emotivo?
Bisognerebbe intendersi su cosa chiamiamo perfezione. Un sistema addestrato su milioni di brani già mixati e masterizzati produce oggi un suono che sembra pronto fin dal primo ascolto, ma quella levigatezza è una media statistica delle produzioni più diffuse, non una scelta espressiva. Rischiamo di confondere l'assenza di imperfezioni con la presenza di verità emotiva, che sono due cose diverse: un'esecuzione lievemente instabile, ma vera, comunica spesso più di una perfettamente calibrata ma priva di rischio. La tecnica ha sempre più margine per avvicinarsi alla precisione assoluta; l'autenticità dipende da qualcos'altro, da una posta in gioco che la macchina, per come è costruita, non ha motivo di correre.
Guardando al futuro, immagina una convivenza equilibrata tra intelligenza artificiale e musica oppure ritiene che sarà necessario fissare regole etiche e culturali per difendere il valore dell'arte e dell'esecuzione dal vivo?
Credo che le due cose non si escludano: una convivenza equilibrata esisterà soltanto se accompagnata da alcune regole chiare, non imposte per timore della tecnologia, ma per proteggere ciò che rischierebbe altrimenti di sparire in silenzio. Penso alla trasparenza su cosa sia stato generato e cosa no, perché il pubblico ha diritto di sapere cosa sta ascoltando; penso al riconoscimento di chi firma le scelte a monte di un'opera anche quando non ne esegue ogni nota; e penso, soprattutto, alla tutela dello spazio del concerto dal vivo come categoria di esperienza distinta, non sostituibile, non perché tecnicamente migliore, ma perché porta con sé un rischio condiviso che nessuna macchina, oggi, ha motivo di correre al nostro posto.
Papa Leone XIV, nell'enciclica Magnifica Humanitas dedicata proprio alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale, richiama un principio che trovo affine al mio: la macchina può elaborare dati, ma non può amare, soffrire, sperare, vivere relazioni autentiche. Il concerto dal vivo, ad oggi, è precisamente il luogo in cui quella differenza si fa udire.
La tecnologia è una esperienza creativa meravigliosa che deve essere ben compresa, studiata, elaborata e gestita proprio perché può essere un valido esempio ed ausilio per l’uomo. Si creeranno, a breve, nuove figure professionali, nuove opportunità per le giovani generazioni. Questa opportunità va colta al volo.
In questo sarà opportuno anche strutturare e ripensare a nuovi modelli estetici, a nuovi corsi di studio, rivoluzionare i codici ottocenteschi di concetti di bellezza e/o di bruttezza, rivedere il ruolo della filosofia e degli intellettuali.
Insomma stiamo vivendo in un mondo meraviglioso, in una nuova rivoluzione dei modelli creativi in cui l’uomo sarà sempre e solo il protagonista creativo.