Natalino Stasi, il cacciatore calabrese di eremiti racconta chi ha scelto di rallentare: «La felicità? Vivere senza pretese»
Milioni di visualizzazioni su YouTube e sui social per le storie di pastori, contadini, eremiti e comunità lontane dalla frenesia quotidiana. Ospite di LaC On Air, il giornalista e documentarista parla della nascita del suo progetto, del valore dell’ascolto e del rapporto tra informazione, nuovi linguaggi digitali e ricerca dell’essenziale
Ha iniziato con un telefono in mano, in un momento in cui il mondo era costretto a rallentare. Da allora ha trasformato l’incontro con pastori, contadini, eremiti e persone che hanno scelto di vivere fuori dai ritmi della società contemporanea in un modo originale di fare giornalismo. Natalino Stasi, giornalista e documentarista, è stato ospite di LaC On Air, nella suite aeroportuale LaC OnAirport di Lamezia Terme, in una puntata del format “L’intervista” per raccontarsi al pubblico del canale 17.
Milioni di visualizzazioni su YouTube, Instagram e sui social hanno portato le sue storie ben oltre i confini dei piccoli luoghi in cui nascono. Un successo che, però, sembra quasi essere il contrario della filosofia che anima i suoi racconti: mentre il web corre, Stasi sceglie di fermarsi. Di ascoltare. Di osservare.
«Tutto questo nasce in un periodo, quello del Covid, dove il mondo rallenta», racconta durante l’intervista. Una sensibilità che, spiega, aveva già maturato negli anni grazie alle proprie origini a Longobucco, nell’entroterra cosentino, e alla familiarità con «pastori, contadini» e con quelle «figure umane a contatto con la natura». Poi arriva la pandemia, le poche possibilità di uscire e quelle camminate pomeridiane durante le quali nota qualcosa: per quelle persone, abituate a vivere lontano dalla frenesia, «in realtà non era cambiato nulla». La scintilla arriva quasi per caso. «Un giorno ho preso il telefono semplicemente e ho iniziato a fare delle domande a queste persone. L'ho caricato su YouTube e da lì parte tutto».
Da quel momento l’inquadratura diventa una finestra su un mondo che normalmente resta fuori. Non è soltanto il desiderio di raccontare stili di vita alternativi, ma la ricerca di una chiave per comprendere cosa ci sia dall’altra parte della frenesia quotidiana. E in questo percorso Stasi racconta di avere scoperto anche qualcosa di sé. «Mi ha insegnato ad ascoltare», dice ricordando uno degli incontri che più hanno segnato il suo percorso. Un’attitudine che riconosce di avere soprattutto quando si trova davanti ai protagonisti dei suoi documentari: «Quando vado a conoscere queste persone ascolto, mentre nella mia vita di tutti i giorni sono un po’ distratto». È forse proprio l’ascolto il filo conduttore del suo lavoro. Le persone che incontra hanno storie molto diverse, ma spesso condividono la scelta di sottrarsi, almeno in parte, ai meccanismi della società contemporanea. E anche la solitudine, che da fuori potrebbe apparire come una condizione difficile da sostenere, assume un significato diverso.
«Molti di loro mi dicono che si sentono più soli in mezzo alle persone», spiega Stasi. Perché, in alcuni casi, la solitudine non è isolamento ma una forma di conoscenza di sé: «È una compagna, cioè è un modo anche per riconoscere se stessi, per imparare a conoscersi». «Se vivi senza pretese, sei felice», è la frase che gli è rimasta impressa dopo uno degli incontri. Una considerazione che, nel tempo, ha finito per modificare anche la sua idea di felicità: «Questa cosa mi ha insegnato proprio a non avere troppe pretese». Ma raccontare vite lontane dalla normalità significa anche assumersi una responsabilità. I suoi video vengono seguiti da milioni di persone e non sono mancati spettatori che gli hanno scritto dopo averli visti, raccontandogli di voler cambiare vita o di aver preso una decisione proprio grazie a quelle storie. Una responsabilità che passa anche dalla discrezione.
«Quando realizzo questi documentari cerco di prendere le cose con le pinze», spiega. Perché al centro non c’è il personaggio da esibire, ma la persona da raccontare con rispetto.E d è proprio questo approccio a distinguere il suo lavoro: non cercare necessariamente la storia straordinaria, ma trovare qualcosa di straordinario nelle storie delle persone comuni. Lo stesso principio guida il suo sguardo sulla Calabria e sui piccoli centri dell’entroterra. Stasi rivendica il legame con Longobucco, il paese in cui si sente profondamente radicato, ma non nasconde le difficoltà di territori alle prese con spopolamento, servizi insufficienti e isolamento. «La cosa bella dei paesi e della Calabria sono le persone», afferma. «Noi abbiamo una cosa che secondo me non ha nessuno nel mondo, ovvero quello di saper accogliere le persone più di chiunque altro».
E mentre il successo sul web continua a crescere, Stasi non sembra intenzionato a cambiare direzione. Nuove storie sono già in lavorazione e continueranno a portare davanti l’obiettivo persone che hanno scelto strade diverse, spesso difficili da immaginare per chi vive immerso nella normalità contemporanea. Il paradosso è tutto qui: milioni di persone si fermano davanti a uno schermo per guardare chi ha scelto di rallentare nella vita reale. Ed è forse questa la forza del lavoro di Natalino Stasi: usare la velocità del digitale per raccontare il valore della lentezza, riportando al centro ciò che spesso rischiamo di perdere di vista. Le persone, i luoghi, l’ascolto. E quella ricerca dell’essenziale che, lontano dai rumori della contemporaneità, continua a interrogare tutti noi.