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22/09/2026 ore 09.03
Attualità

Natuzza Evolo diventa musica: Francesco Perri racconta “Fortunata di Dio” e l’anima della Calabria

Dal rapporto personale con la mistica di Paravati alla colonna sonora dello spettacolo: il maestro racconta fede, dolore, tradizioni e nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale. «Così ho cercato di mostrare la sua dimensione umana e femminile»

di Battista Bruno

Musica, teatro e una figura profondamente radicata nella storia spirituale e umana della Calabria: Natuzza Evolo. Esce sulle piattaforme digitali “Fortunata di Dio”, la colonna sonora originale composta dal maestro Francesco Perri per l’omonima opera teatrale prodotta da Show Net, scritta da Andrea Ortis e Ruggero Pegna e diretta dallo stesso Ortis.

La musica accompagna la storia umana e spirituale di Natuzza, la donna di Paravati diventata punto di riferimento per migliaia di persone. Un lavoro nel quale Perri ha cercato di tradurre in suoni la fede, il mistero, il dolore, l’umiltà e il rapporto con il territorio calabrese, sperimentando anche nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale.

Lo spettacolo, dopo la prima nazionale al Teatro Rendano di Cosenza del maggio scorso, torna nei teatri calabresi dal 31 ottobre al Teatro Cilea di Reggio Calabria, per poi proseguire a Catanzaro e Vibo Valentia.

Ne parliamo con il maestro Francesco Perri, autore delle musiche di “Fortunata di Dio”.

Maestro Perri, da dove nasce l’idea di trasformare la storia e la spiritualità di Natuzza Evolo in musica?

Il mio incontro con Natuzza Evolo risale a quasi trent’anni fa. Come molti fedeli che desideravano incontrarla, mi recai a Paravati per chiederle notizie e conforto, anche riguardo alle condizioni di salute di alcune persone care. Da quel momento il rapporto è proseguito nel corso degli anni, in diverse circostanze.

Intorno al 2017, dopo la scrittura e la rappresentazione dell’opera dedicata a San Francesco di Paola, ho cominciato a pensare che fosse importante raccontare anche Natuzza attraverso un’opera musicale e teatrale.

Per me rappresentava, per certi versi, il contraltare femminile di San Francesco di Paola: due figure vissute in epoche completamente diverse, ma entrambe capaci di diventare riferimenti straordinari della religiosità calabrese.

Natuzza era una donna povera, analfabeta, proveniente da una realtà sociale ed economica molto semplice. Eppure, attraverso una fede fortissima e attraverso la sua umanità, è riuscita a diventare un punto di riferimento per una quantità enorme di persone. Si stima che nella sua casa di Paravati siano arrivati, nel corso della sua vita, oltre un milione di fedeli.

Al di là di ciò che ciascuno può pensare della religiosità o dei fenomeni legati alla sua figura, questo dato umano e sociale è straordinario. Io sono credente e, personalmente, considero Natuzza una figura di santità, indipendentemente dagli aspetti burocratici e dal percorso ufficiale della Chiesa.

Da qui è nato il lavoro musicale. Volevo evitare una musica semplicemente liturgica: cercavo qualcosa che fosse profondamente calato nella realtà del territorio, con riferimenti anche alla tradizione musicale del Vibonese, ma capace nello stesso tempo di raccontare la dimensione umana e femminile di Natuzza.

Quanto è stato difficile raccontare attraverso la musica una figura così complessa, tra fede e mistero?

È stato veramente difficile. Cercare di sintetizzare attraverso i dodici suoni una figura come Natuzza significa continuamente trovarsi davanti alla necessità di fare delle scelte.

Il mistero, poi, è qualcosa che appartiene a ciascuno di noi, ma allo stesso tempo avvolge l’intera umanità. Come si può trasformare in musica qualcosa che, per sua stessa natura, non possiamo comprendere fino in fondo?

Ho cercato almeno di immaginare quel rapporto quotidiano con il mondo spirituale, con Dio, con Gesù, con la Madonna, con i santi e con le anime che Natuzza raccontava di incontrare.

Per questo ho lavorato innanzitutto sull’orchestra, poi sulle melodie, sul canto popolare e sulla dimensione sonora del territorio.

C’era anche un altro elemento fondamentale: la struttura narrativa della sceneggiatura di Andrea Ortis e Ruggero Pegna. Dovevo seguire le scene e contribuire alla loro sonorizzazione, ma contemporaneamente volevo conservare una mia autonomia creativa.

Per me la musica nel teatro, nel cinema e negli audiovisivi non è una figura secondaria e il compositore non è semplicemente un tecnico. È una figura creativa.

La mia intenzione era quindi quella di costruire una musica capace di dialogare con la drammaturgia, ma anche di vivere autonomamente, al di là dello spettacolo teatrale.

Nella composizione ha utilizzato anche strumenti virtuali e intelligenza artificiale. Come cambia il lavoro del compositore con la tecnologia?

Quando abbiamo avuto il tempo necessario per sviluppare il progetto, ci siamo trovati di fronte a una tecnologia che rispetto a dieci anni fa aveva fatto passi enormi.

Abbiamo utilizzato soluzioni tradizionali, con orchestra, pianoforte, canto e cori, ma anche strumenti virtuali, creando situazioni ibride tra strumenti reali e strumenti digitali.

E poi c’è stata la sperimentazione con l’intelligenza artificiale. Lo dico spesso: l’intelligenza artificiale non è un surrogato della musica e non è un compositore che pensa al posto del compositore. È uno strumento, una macchina che può diventare un valido aiuto nella costruzione sonora.

Da diversi anni sto sperimentando nuovi linguaggi attraverso processi generativi e algoritmi, anche utilizzando strumenti di programmazione come Python.

È stata una sfida nella sfida: capire come orientare l’algoritmo nella direzione che il compositore desidera.

Per esempio, il brano “Visione” è nato inizialmente a tavolino, con matita e pentagramma. Poi sono intervenuti strumenti reali e, infine, una costruzione algoritmica generativa. Il risultato, dal mio punto di vista, è molto interessante proprio per l’impatto sonoro.

La tecnologia, quindi, cambia anche la figura del compositore. Non basta più soltanto saper scrivere una fuga, una sinfonia, un brano per pianoforte o una canzone: bisogna acquisire anche competenze informatiche e di programmazione, per poter utilizzare la tecnologia come strumento al servizio delle proprie idee musicali.

C’è un tema musicale che sente particolarmente vicino alla sua esperienza personale?

Il mio rapporto con la musica è iniziato quando avevo otto anni. Sono quindi circa 46 anni che la mia vita è legata ai suoni e, quasi contemporaneamente, alla composizione.

Nel caso di “Fortunata di Dio”, il tema musicale di Natuzza passa soprattutto attraverso tre strumenti: pianoforte, chitarra e violoncello.

Il violoncello rappresenta per me il dolore. È uno strumento dalla voce profondamente intima e umana, quasi una voce dell’anima.

Il pianoforte è naturalmente legato alla mia esperienza personale: è il mio strumento, quello attraverso il quale ho iniziato il mio percorso musicale. Ha una possibilità espressiva straordinaria e può passare dalla malinconia alla gioia, attraversando una gamma timbrica enorme.

Poi c’è la chitarra, che mi permetteva anche di entrare nella dimensione geografica e culturale della Calabria, attraverso il richiamo alla chitarra battente e alla tradizione popolare.

Un esempio è “Io parto per l’Argentina”, presente nell’album in due versioni. Una è strumentale, con violino, bandoneon e chitarra, proprio per il legame con l’emigrazione e con l’Argentina. L’altra, invece, è costruita esclusivamente sulla chitarra.

La chitarra accompagna anche una scena molto forte: quella del padre di Natuzza, Fortunato Evolo, che lascia la moglie incinta per partire. In quella scena avevo bisogno di un movimento musicale intimo e doloroso.

In fondo, nella musica ho trasferito anche qualcosa della mia esperienza personale: sono un romantico, sono profondamente legato alla malinconia e alla nostalgia. E queste emozioni le ho affidate soprattutto al pianoforte, alla chitarra e al violoncello.

“Fortunata di Dio” nasce per il teatro. Può diventare anche uno strumento per raccontare la Calabria?

“Fortunata di Dio” nasce per il teatro, ma in questi anni abbiamo anche ragionato sulla possibilità che possa diventare un prodotto televisivo.

Credo che in Calabria manchino ancora alcune grandi operazioni culturali e audiovisive dedicate alle figure più importanti della nostra storia spirituale. Penso, per esempio, a un grande film su San Francesco di Paola e a un film su Natuzza Evolo.

Su Natuzza sono stati realizzati importanti documentari, ma credo che ci sia ancora spazio per un grande racconto cinematografico.

Noi siamo partiti dal teatro e dal 31 ottobre saremo al Teatro Cilea di Reggio Calabria, poi al Politeama di Catanzaro e al Teatro Comunale di Vibo Valentia.

Il teatro e la musica dal vivo sono strumenti straordinari, ma oggi la tecnologia ci offre anche nuove possibilità audiovisive per raccontare la Calabria.

Io cerco di farlo attraverso la musica. Racconto la Calabria attraverso i suoni, attraverso gli spettacoli e attraverso le collaborazioni con orchestre e musicisti.

La Calabria ha dato moltissimo alla musica, al teatro e al cinema. Basti pensare ai grandi registi che hanno lavorato nella nostra regione, da Pasolini a Gianni Amelio. C’è una storia del cinema in Calabria che meriterebbe di essere raccontata molto meglio.

E c’è anche una dimensione religiosa che considero importante. La Calabria ha una storia spirituale profondissima, fatta di santi, figure religiose, tradizioni e luoghi di fede. È un patrimonio che dovremmo riscoprire e valorizzare anche attraverso nuovi linguaggi.

Dal 31 ottobre lo spettacolo torna nei teatri calabresi. Che cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé dopo aver visto “Fortunata di Dio”?

Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dal teatro con una grande curiosità: la voglia di conoscere ancora meglio Natuzza.

“Fortunata di Dio” è insieme un racconto poetico, storico e didascalico. Andrea Ortis e Ruggero Pegna hanno costruito una visione che attraversa l’intera parabola esistenziale di Natuzza: dalla nascita alla morte, il territorio, le usanze, la religiosità, la fede, la società nella quale è vissuta.

Era naturalmente impossibile raccontare tutto in due ore e in due atti.

Quello che mi piacerebbe è che, attraverso Natuzza, il pubblico potesse interrogarsi sul rapporto tra l’uomo e Dio, ma anche sul rapporto tra questa donna e il territorio che l’ha vista nascere e vivere.

E poi vorrei che lo spettacolo aiutasse a riscoprire un patrimonio che appartiene alla Calabria: la nostra cultura, la nostra musica, le nostre tradizioni, il nostro modo di parlare.

Non dobbiamo vergognarci delle nostre tradizioni.

Quando vado a suonare fuori dalla Calabria vedo con quale orgoglio i romani parlano romanesco, i napoletani parlano napoletano, i milanesi il milanese, i veneziani il veneziano, i fiorentini il fiorentino.

Perché il calabrese dovrebbe essere considerato sempre qualcosa di minore, di popolare o addirittura di volgare?

Io penso che questo debba cambiare.

Dobbiamo essere più orgogliosi della nostra identità, delle nostre tradizioni e della nostra cultura. Anche la musica può aiutarci a raccontare al mondo la Calabria per quello che è realmente.