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10/03/2026 ore 06.30
Attualità

’Ndrangheta in Piemonte, Bombardieri: «Non sempre l’imprenditore è vittima, spesso si allea con i clan»

Il procuratore calabrese di Torino invita le azienda a denunciare mentre la pg Musti richiama l’attenzione sulla “zona grigia”: «Le mafie non usano le armi ma professionalità e cervelli»

di Redazione Cronaca

La ’ndrangheta è una presenza strutturata anche nelle regioni economicamente più sviluppate. In Piemonte il radicamento delle cosche calabresi risale ormai a decenni fa e continua a manifestarsi soprattutto nei settori economici più dinamici. È il quadro emerso dal convegno “Piemonte libero dalle mafie – Conoscere e contrastare il fenomeno mafioso”, organizzato dal Consiglio regionale al Campus dell’Università del Piemonte orientale di Novara.

A delineare la portata del fenomeno è stato il procuratore capo di Torino, Giovanni Bombardieri, che ha sottolineato come la presenza della ’ndrangheta in Piemonte non sia un fatto recente.

«La denuncia è l’unico strumento per gli imprenditori onesti di affrancarsi dalle pressioni criminali», ha affermato il magistrato, aggiungendo però che il rapporto tra economia e criminalità organizzata non sempre è univoco. «Non sempre l’imprenditore è vittima. Bisogna dire che vi sono imprenditori che si rivolgono alla criminalità perché conviene, ad esempio per lo smaltimento dei rifiuti».

Bombardieri ha ricordato che la presenza della ’ndrangheta nel territorio piemontese affonda le radici già negli anni Sessanta e che le organizzazioni mafiose tendono a insediarsi dove esiste sviluppo economico. «Non vi sono Regioni esenti dal fenomeno ’ndrangheta, che è globale», ha aggiunto.

Le parole del procuratore trovano conferma nelle indagini degli ultimi anni. L’operazione “Minotauro”, avviata nel 2011, rappresenta uno dei passaggi chiave nella ricostruzione del radicamento mafioso in Piemonte: l’inchiesta portò a decine di arresti e fece emergere una rete di “locali” di ’ndrangheta attivi nel Torinese e nel Canavese, con collegamenti diretti con le cosche calabresi. Le indagini rivelarono anche rapporti con politica ed economia e portarono allo scioglimento di consigli comunali per infiltrazioni mafiose.

Da allora numerose operazioni investigative hanno confermato che il fenomeno non è scomparso ma si è evoluto. Nel Torinese, ad esempio, un’indagine della Guardia di finanza ha individuato un gruppo legato alla ’ndrangheta coinvolto in estorsioni, recupero crediti e interferenze nei rapporti tra imprese del settore edile e lavoratori.

Il vero terreno di espansione delle cosche resta l’economia. Le organizzazioni criminali investono in settori come edilizia, autotrasporti, ristorazione, gestione dei rifiuti ed energia, sfruttando società di copertura e reti di riciclaggio. In Piemonte, dove la presenza mafiosa si è consolidata negli anni, la ’ndrangheta punta soprattutto a infiltrarsi nel tessuto imprenditoriale e nelle grandi opere, cercando alleanze con professionisti e imprenditori disponibili a collaborare.

Proprio su questo punto si è concentrato l’intervento della procuratrice generale presso la Corte d’appello di Torino, Lucia Musti, che ha richiamato l’attenzione sul ruolo della cosiddetta “zona grigia”, l’area di contatto tra criminalità e mondo legale.

«È assolutamente essenziale prestare attenzione a questo fenomeno», ha spiegato Musti. «Le mafie che operano nel nostro territorio sono mafie imprenditrici, mafie facenti, non silenti. Per fare affari hanno bisogno delle libere professioni».

Secondo la magistrata, il contributo di professionisti e tecnici è spesso decisivo nelle operazioni economiche illegali più sofisticate. «Pensiamo alle frodi carosello, alle frodi Iva o a tutte quelle attività in cui non si usano le armi ma le professionalità e i cervelli», ha detto.

È proprio questa dimensione “imprenditoriale” della mafia a rendere il fenomeno particolarmente difficile da individuare. A differenza della criminalità tradizionale, le cosche puntano sempre più a mimetizzarsi nell’economia legale, presentandosi come partner affidabili e offrendo servizi alle imprese, dal recupero crediti alla gestione di manodopera e appalti.

Per questo, secondo Bombardieri e Musti, la lotta alla ’ndrangheta non può essere affidata solo alle indagini giudiziarie ma richiede anche una maggiore consapevolezza da parte della società civile e del mondo economico.

La denuncia, il controllo degli appalti e la vigilanza sui flussi finanziari restano strumenti decisivi per evitare che la criminalità organizzata continui a infiltrarsi nei settori più produttivi del Paese.

In Piemonte, dove le cosche sono presenti da oltre mezzo secolo, la sfida è ormai quella di riconoscere e contrastare una mafia che non sempre si manifesta con violenza, ma che agisce soprattutto attraverso affari, relazioni e complicità.