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14/07/2026 ore 17.21
Attualità

Né mare né montagna: l’estate dei bambini in città, tra centri a pagamento e spazi che non sanno più accoglierli

Più che il periodo delle vacanze, per molti è un problema da gestire cercando di far combaciare organizzazione familiare, possibilità economiche e servizi disponibili. Ma forse la questione non riguarda soltanto tre mesi

di Mariassunta Veneziano

Ottocento chilometri di costa e non sentirli. È il paradosso dell’estate di certi bambini, residenti in una regione circondata dal mare ma che il mare lo vedono solo un giorno a settimana. La domenica, spesso, o il sabato. Quando va bene. Una regione che offre tanto a livello paesaggistico: non solo spiagge, ma anche montagne. Tutto bello, bellissimo, e tutto a un tiro di schioppo da casa, eppure troppo lontano per i piccoli calabresi figli di mamme e papà che lavorano anche tra giugno e agosto.

Che fare? Si chiedeva tempo fa qualcuno che parlava di “problemi scottanti” da ben altri punti di vista. Eppure l’argomento scotta anche qui. Scotta come certe città tutto asfalto e cemento in cui i bimbi calabresi dei tempi moderni sono costretti a inventarsi le vacanze, tra risicati spazi all’ombra ricavati tra un palazzo e l’altro e piscine improvvisate in cui cercare divertimento e un minimo di refrigerio dalle temperature soffocanti. Quando ci riescono.

L’estate, diciamolo chiaramente, più che il periodo di meritato riposo dopo mesi tra i banchi, per i bambini e per i loro genitori è diventato un problema da gestire. Perché la gran parte dei mestieri non si ferma con la chiusura delle scuole, i nonni disponibili a supplire sono una fortuna che non tutti hanno e i centri estivi, quando ci sono, a volte non bastano o hanno costi non alla portata di tutti. E così giugno, luglio e agosto diventano una lunga e infuocata parentesi fatta di giornate da riempire.

La fortuna è una questione geografica, si dice spesso. Ma in certi casi la geografia non basta. Non basta avere il mare o la montagna a un passo. Per chi vive nei quartieri delle città, da Cosenza a Reggio Calabria, da Catanzaro a Crotone a Vibo Valentia, l'estate non è sempre sinonimo di libertà. Non è neanche una stagione, ma una “questione”, un caso da risolvere come un puzzle in cui incastrare organizzazione familiare, possibilità economiche e servizi disponibili.

Non è soltanto la scuola che chiude a lasciare un vuoto. Sono le città che hanno progressivamente smesso di essere luoghi pensati anche per i bambini. Su questo riflette il docente Luigi Sofia in un recente articolo a firma di Andrea Carlino, su Orizzonte Scuola. Un tempo c'erano le strade, i cortili, le piazze, gli spazi pubblici vissuti come un'estensione della casa. Oggi quei luoghi sono spesso occupati dal traffico, dal cemento, dai negozi o semplicemente trascurati. In tutti i casi, scomparsi. Sottratti ai bimbi di città ai quali restano pochi spazi gratuiti dove giocare e incontrarsi.

Niente biciclette appoggiate ai muri, niente palloni che rimbalzano nelle piazze, spesso sostituiti dagli schermi di tv, tablet e telefoni. Non è solo nostalgia. Perché il punto non è rimpiangere il passato, ma interrogarsi sul presente.

Se un bambino, per giocare con i suoi coetanei, deve necessariamente essere portato in un centro a pagamento, forse il tema è da non affrontare solo col cuore, ma anche e soprattutto con la testa.

È quello che suggeriscono pure i numeri. Secondo i dati elaborati un anno fa dall'Osservatorio Con i bambini e Openpolis, in Calabria soltanto il 4,5% dei bambini tra i 3 e i 14 anni frequenta servizi estivi comunali o analoghi, circa la metà della media nazionale. È uno dei valori più bassi del Paese e racconta un'offerta ancora insufficiente rispetto ai bisogni delle famiglie.

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. I fondi statali e regionali hanno permesso a molti Comuni di organizzare attività estive, alle famiglie di avere un supporto per le spese, mentre il Ministero dell'Istruzione continua a finanziare il Piano Estate, che consente agli istituti scolastici di aprire anche dopo la fine delle lezioni per offrire laboratori, sport e attività gratuite.

La domanda, però, resta: va bene così? Le scuole italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, sono spesso edifici progettati per affrontare l'inverno, non estati che ormai superano stabilmente i 35 gradi. Molte non dispongono di climatizzazione e i cortili, quando ci sono, sono poveri di verde e non pensati per essere vissuti durante le ondate di calore. Lo stesso Sofia osserva che parlare di scuole aperte in estate ha senso soltanto se quelle scuole diventano realmente luoghi accoglienti e vivibili anche con il caldo. Altrimenti è uno specchietto per le allodole.

Ma c'è un altro aspetto. Non tutto può essere delegato alla scuola. Una città a misura di bambino ha bisogno di parchi curati, biblioteche aperte, piazze vivibili, piste ciclabili, campetti, iniziative culturali e sportive gratuite, spazi dove poter stare senza essere obbligati a consumare qualcosa. Un'estate felice non dovrebbe essere un privilegio di chi può permettersi un centro o una casa al mare.

In Calabria esistono esperienze virtuose costruite grazie al lavoro delle associazioni, delle parrocchie e del volontariato. In molti piccoli comuni e in alcuni quartieri dei centri più grandi sono queste realtà a tenere viva l'estate dei più piccoli con laboratori, giochi, escursioni e attività all'aperto. Ma affidarsi solo alla buona volontà di chi ce l’ha significa accettare che il diritto al gioco e alla socialità sia una giocata al Superenalotto. Se vinci, buon per te. Altrimenti ritenta: sarai più fortunato.

E forse il problema non riguarda soltanto i tre mesi di vacanza, ma l'idea stessa di città che abbiamo costruito. Città che misuriamo dai bilanci, dal traffico, dai cantieri che si aprono e da quelli che si chiudono, dal numero di turisti. Potremmo, invece, cominciare a guardarle con gli occhi di un bambino in un pomeriggio di luglio. Se l'unica alternativa che vediamo è quella di aspettare settembre davanti a uno schermo, il problema non è solo l'estate. È anche tutto il resto.