Nicola Gratteri, il magistrato senza filtro nel Paese del galateo di plastica
Le polemiche dopo la battuta del procuratore sulle parole della canzone di Sal Da Vinci mostrano lo scontro tra due Italie che non sanno più parlarsi senza gridare al sacrilegio
Il sipario si alza su un palcoscenico di provincia che, per un istante, diventa l’ombelico di un’Italia sgangherata e bellissima. C’è il fumo invisibile delle polemiche estive e c’è lui, Nicola Gratteri, l’uomo che ha fatto della durezza un brand e della scorta un’estensione del proprio corpo. Poi, d’improvviso, il corto circuito. Una battuta. Un riferimento a Sal Da Vinci, il neomelodico dal cuore di velluto, e a quel suo inno nuziale che risuona in ogni ricevimento tra Napoli e Caserta: “Per sempre sì”. Il magistrato sorride, punge, gioca con le parole, dice che il cantante voterà “No”. Fine della trasmissione? Macché. È l’inizio di un incendio.
Non è solo una questione di preferenze elettorali o di spartiti musicali. È lo scontro frontale tra due Italie che non sanno più come parlarsi senza gridare al sacrilegio. Da una parte il rigore della toga, quella stoffa nera che dovrebbe imporre il silenzio o, al massimo, il linguaggio asettico dei codici; dall'altra la pancia di un Paese che vive di simboli, di canzoni e di un tifo referendario che somiglia sempre più a un derby di quarta serie. Gratteri ha osato scendere dal piedistallo del “visto, si autorizzi” per entrare nel fango dell'ironia popolare. Ha sporcato la livrea istituzionale con un pizzico di pepe pop. E il sistema, prevedibile come un orologio rotto, ha reagito con lo sdegno d'ordinanza.
C’è qualcosa di profondamente carnale in questa polemica. Sa di sudore, di palchi montati in fretta e di aule bunker climatizzate male. Gratteri non è un magistrato da salotto romano, non ha l'eloquio felpato di chi misura le virgole per non disturbare i manovratori. È un uomo di terra e di pietra. La sua schiettezza è un’arma affilata che, questa volta, ha tagliato la membrana sottile che separa il prestigio della carica dalla goliardia del cittadino. Molti storcono il naso. Dicono che un Procuratore non può permettersi il lusso del sarcasmo, che la sua voce deve essere un tuono lontano, mai una risata ravvicinata. Temono che, ridendo di Sal Da Vinci, si finisca per ridere della Giustizia stessa.
Ma siamo sicuri che il problema sia la battuta? O forse ci terrorizza l’idea che chi detiene il potere possa ancora avere un volto, un gusto musicale, una cattiveria simpatica? L’equilibrio è un esercizio di alta acrobazia, un filo teso tra il baratro della noia burocratica e quello della sguaiataggine. Gratteri cammina su quel filo da anni. Lo fa con le scarpe pesanti di chi ha visto troppo orrore per impressionarsi davanti a un comunicato stampa di un comitato per il “Sì”. Eppure, in questo scontro tra il “Per sempre sì” melodico e il “No” ipotizzato dal magistrato, emerge una verità più profonda: abbiamo una fame disperata di autenticità, ma quando la incontriamo, ne restiamo scandalizzati. Vogliamo il magistrato umano, ma lo preferiremmo imbalsamato non appena apre bocca fuori da un verbale.
Le reazioni della politica sono state un esercizio di stile del tutto privo di stile. Accuse di parzialità, richiami al decoro, dita puntate come se una boutade potesse davvero spostare l'asse di una democrazia. È il paradosso di un tempo in cui si perdona tutto a un influencer ma nulla a chi indossa una divisa morale. Gratteri ha semplicemente usato il linguaggio del reale, quello che si mastica nei bar, nelle piazze, tra la gente che non sa nulla di cavilli ma sa tutto di sentimenti. Ha trattato il referendum come una cosa viva, non come un faldone polveroso. E ha trattato Sal Da Vinci come un pezzo di panorama condiviso, un punto di riferimento geografico più che artistico.
Il comitato del “Sì” ha urlato al complotto, all'interferenza. Ma quale interferenza può mai esserci in un gioco di parole che lega un matrimonio canoro a un'urna elettorale? È la fragilità delle nostre convinzioni a rendere pericolosa una battuta. Se un gioco di parole di un Procuratore basta a far tremare i sostenitori di una riforma, allora quella riforma ha basi d'argilla. La verità è che Gratteri ha rotto il giocattolo della solennità obbligatoria. Ha ricordato a tutti che dietro la funzione c’è l’uomo, con i suoi tic, le sue antipatie e quel gusto tutto meridionale per lo sberleffo che è, a ben vedere, la forma più alta di resistenza al potere stesso. Anche quando il potere lo eserciti tu.
Guardando la scena da lontano, con l'occhio di chi osserva un documentario sulla fauna umana delle nostre istituzioni, non si può non notare una strana bellezza in questo caos. C’è il Procuratore che non rinuncia alla sua natura di calabrese “greco” testardo e ironico, e c’è un Paese che si divide su un'infatuazione lessicale. È l'Italia dei campanili che si sposta nelle aule di tribunale. È il feticismo della forma che sbatte contro la sostanza di un carattere che non si lascia addomesticare. Gratteri non farà marcia indietro, non è nel suo DNA. Continuerà a essere quel misto di acciaio e battuta pronta, un corpo estraneo in un sistema che preferirebbe la grigia uniformità del silenzio.
Alla fine, resterà l'eco di quella frase. Qualcuno la userà come prova d'accusa contro l'eccesso di protagonismo dei magistrati, altri la citeranno come esempio di una Giustizia che sa ancora parlare alla gente. Ma la domanda resta sospesa, come una nota alta di Sal Da Vinci che non vuole spegnersi: preferiamo un’autorità muta e perfetta o un’autorevolezza sgualcita, umana e, a tratti, persino fastidiosa? Forse la risposta non sta in un voto, ma nella capacità di accettare che un uomo possa portare il peso del mondo sulle spalle e, nello stesso tempo, concedersi il lusso di ridere di una canzone. Il resto è solo rumore di fondo, un coro di indignazione che svanisce non appena si spegne il microfono. E in quel silenzio, rimane solo il magistrato, con la sua scorta e la sua voglia di non essere, mai, un semplice ingranaggio di plastica.
Quale sarà la prossima mossa in questo teatro dell’assurdo? Forse scopriremo che anche le canzoni d’amore hanno una scadenza elettorale, o che la giustizia, per essere tale, deve smettere di sorridere. O forse, più semplicemente, continueremo a cantare il nostro “Per sempre sì” mentre, nel segreto della cabina o dietro una scrivania blindata, qualcuno continuerà a ricordarci che la realtà è sempre un po' più sporca, complicata e divertente di quanto vorrebbero i manuali di galateo istituzionale.
Documentarista Unical*