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01/03/2026 ore 09.29
Attualità

Non basta condannare la guerra, non basta temerla: per superarla dobbiamo prima comprenderne l’attrazione

La guerra torna nel linguaggio quotidiano, ma Hillman invita a guardarla oltre tecnica e politica. Comprenderne l’intensità simbolica è essenziale: solo così la pace può nascere, non dall’illusione di rimuovere il conflitto, ma dalla maturità interiore

di Paolo Treu*

C’è una parola che avevamo quasi smesso di pronunciare. L’avevamo sostituita con espressioni più accettabili, più rassicuranti, quasi anestetizzanti: “missioni di pace”, “interventi di stabilizzazione”, “operazioni difensive”. Era una forma di pudore linguistico, talvolta un’ipocrisia involontaria che cercava di addolcire ciò che, per sua natura, non può essere addolcito. Ma per chi si trovava sotto tiro, per chi avvertiva l’ombra concreta di qualcuno pronto a ucciderlo, non esistevano eufemismi capaci di attenuare la realtà. Quella realtà ha un nome preciso: guerra.

Quando trovavamo il coraggio di nominarla, lo facevamo quasi sempre rifugiandoci in due registri opposti ma ugualmente protettivi. O ne parlavamo in termini tecnici — strategie, equilibri geopolitici, deterrenza, sistemi d’arma, linee rosse, scenari — trasformandola in materia da analisi specialistica; oppure ne parlavamo in termini morali, oscillando tra condanna, indignazione e generici appelli alla pace. In entrambi i casi, però, la guerra rimaneva distante: o ridotta a meccanismo, o elevata a scandalo.

Con il conflitto in Ucraina quella parola è tornata prepotentemente nel nostro linguaggio quotidiano, quasi con una brutalità liberatoria. La politica la utilizza oggi con una disinvoltura che non passa inosservata, consapevole che la paura è uno strumento potente di consenso. Quando la paura si diffonde, diventa più semplice far accettare decisioni dolorose; invocando l’urgenza della sicurezza, si giustificano corse al riarmo, si riallocano risorse, si sacrificano priorità sociali in nome di un pericolo percepito come imminente. È legittimo interrogarsi su quanto, dentro questo meccanismo, operino non soltanto esigenze strategiche reali ma anche logiche di potere e interessi strutturali difficili da separare.

E tuttavia, al di là delle dinamiche politiche ed economiche, rimangono domande più profonde e più inquietanti: se la guerra rappresenta una delle esperienze più distruttive per l’umanità, perché continua a tornare? Perché attraversa secoli, civiltà, religioni e ideologie senza mai scomparire davvero dall’orizzonte storico? Perché, pur conoscendone l’orrore, l’umanità non riesce a liberarsene?

Ma anche ammesso che queste dinamiche spieghino molto, non spiegano la cosa più inquietante: perché la guerra ci appartiene così profondamente.

Una tesi scomoda

James Hillman, nel suo libro A Terrible Love of War, propone una tesi che disturba le coscienze civili proprio perché sposta il piano della riflessione. La guerra, sostiene, non è una deviazione patologica della storia, né un’anomalia destinata prima o poi a essere superata dall’evoluzione morale dell’umanità. È una costante. È “normale”, non nel senso morale del termine, ma in quello storico, statistico, antropologico. Non è l’eccezione che interrompe l’ordine, ma una delle modalità attraverso cui l’umanità organizza, distrugge e ricostruisce il proprio ordine.

Se è così ricorrente, non possiamo limitarci a liquidarla come follia collettiva o come errore episodico. Dobbiamo chiederci quale forza profonda, quale dinamica psichica e simbolica la renda così persistente nel tempo, nonostante l’orrore che inevitabilmente produce.

L’istante sospeso sopra Mogadiscio

Nel 1995, durante l’operazione multinazionale United Shield, mi trovavo in orbita sopra Mogadiscio con il mio gregario. Eravamo decollati dalla Portaerei Garibaldi con due Harrier AV-8B PLUS e la missione, almeno formalmente, era ormai prossima alla conclusione. Le ultime persone da evacuare — quelle che avevamo il compito di proteggere fino all’ultimo istante — stavano lasciando l’aeroporto. Proprio in quei momenti finali la tensione tende a salire invece di allentarsi, perché l’esperienza insegna che il pericolo ha la cattiva abitudine di manifestarsi quando si abbassa la guardia, quando la mente inizia a immaginare il rientro.

Poi, senza alcun preavviso, apparve una “tecnica”. Un pick-up armato, uno di quei mezzi improvvisati ma micidiali, veloci e imprevedibili, chiaramente ostili nelle intenzioni e nella traiettoria. Il Forward Air Controller trasmise immediatamente il nine line brief, fornendomi tutti i dati essenziali per identificare la minaccia e predisporre l’attacco. Il bersaglio era acquisito, i parametri erano corretti, lasciai l’orbita mentre il mio gregario rimaneva alto in copertura, pronto a intervenire.

Iniziai la picchiata. L’orizzonte scivolò verso l’alto nella cabina mentre il velivolo rispondeva fluidamente ai comandi. Il dito indice della mano destra si posizionò sul grilletto con naturalezza, senza esitazione. Un razzo era pronto ad essere lanciato. L’altimetro scendeva rapidamente e ogni secondo trascorso in quella traiettoria mi manteneva più a lungo dentro la portata delle loro armi.

Mi mancava solo la dannata autorizzazione all’attacco.

In quei momenti non c’è spazio per la paura, non perché si sia immuni dal rischio, ma perché la concentrazione è totale, assoluta, quasi disumana nella sua intensità. Si reagisce automaticamente, rispondendo al rigido addestramento che negli anni ha sostituito l’istinto con una sequenza di gesti precisi e interiorizzati. La propria vita diventa una variabile accettabile; quella delle persone che si devono difendere no. In quella picchiata ero pronto al più estremo atto di generosità che un militare possa essere chiamato a compiere, compreso l’eventuale sacrificio personale pur di neutralizzare la minaccia. È questo il patto silenzioso che si accetta quando si indossa una divisa: la disponibilità a esporsi perché altri possano rimanere al sicuro.

All’ultimo istante la tecnica invertì bruscamente la marcia e si diede alla fuga. Cabrai con decisione, spinsi la manetta al massimo, sentii il velivolo rispondere con potenza mentre riguadagnavo rapidamente quota. Nessun colpo sparato. Nessuna vita tolta. Una vittoria rara e silenziosa: quella senza sangue.

Eppure, in quei pochi secondi sospesi tra la picchiata e la risalita, avevo sperimentato qualcosa che non può essere pienamente compreso dall’esterno, qualcosa che non appartiene solo alla tecnica del volo o alla tattica militare, ma a una dimensione più profonda dell’esperienza umana.

La distanza e la domanda morale

Dall’alto tutto appare sterile, quasi asettico, come se la distanza fisica producesse automaticamente una distanza emotiva. Attraverso il vetro dell’Head-Up Display, sul quale si proiettano simboli verdi e parametri numerici, la realtà viene filtrata da un linguaggio tecnico che la rende ordinata, leggibile, apparentemente neutra. Il bersaglio non è più un volto, non è più uno sguardo, ma una forma geometrica, una sagoma, un punto di riferimento all’interno di una sequenza di dati. Tutto appare preciso, efficiente, pulito, incasellato in coordinate che sembrano ridurre l’atto a un problema di allineamento e tempistica.

Eppure quella pulizia apparente è ingannevole, perché non è un videogioco, non è simulazione, non è una console che si spegne.

Quella distanza non annulla la realtà, la sospende soltanto per qualche istante. Laggiù non ci sono pixel, non ci sono avatar, non ci sono bersagli virtuali: ci sono persone. Carne e sangue. Uomini che respirano, pensano, temono, forse odiano, forse semplicemente eseguono a loro volta un ordine. La tecnologia può attenuare la percezione immediata dell’umanità dell’altro, ma non può cancellarla.

E allora la domanda emerge, inevitabile, una volta superata la soglia del rischio immediato: meritavano davvero di morire?

È una domanda che non trova spazio nella picchiata, quando l’adrenalina e l’addestramento occupano ogni fibra dell’essere; affiora invece quando si raggiunge la cosiddetta quota del “Paradiso” — la Heaven — quella alla quale si è fuori dalla portata delle armi nemiche e il corpo può finalmente rallentare. È in quel momento che la coscienza si riappropria del gesto mancato o del gesto compiuto, e la tecnica lascia il posto alla riflessione.

Quella domanda non paralizza l’azione operativa, perché in combattimento il tempo della decisione non coincide con il tempo della valutazione morale. Ma rimane. Torna. Si sedimenta. Perché la guerra non è mai soltanto tecnica, non è mai solo esecuzione di procedure o rispetto di regole d’ingaggio: è sempre, inevitabilmente, un atto morale che coinvolge la responsabilità personale di chi agisce.

Ed è precisamente in questo spazio — tra la distanza tecnologica e la responsabilità interiore, tra l’efficienza dell’azione e il peso della coscienza — che la riflessione di Hillman acquista senso.

La frase che non vogliamo sentire

Hillman apre il suo libro con una scena del film “Patton”. Il generale, osservando il campo di battaglia devastato, pronuncia una frase che suona quasi scandalosa: “I love it. God help me, I do love it so”. È una dichiarazione che urta la sensibilità contemporanea, perché sembra esprimere un compiacimento davanti alla distruzione. Eppure Hillman non la cita per provocazione gratuita, né per legittimare la violenza; la utilizza come una lente attraverso cui costringerci a guardare ciò che preferiremmo rimuovere.

La guerra esercita una fascinazione. Non l’amore per la morte, non il gusto per l’annientamento, ma l’intensità assoluta dell’esperienza che essa produce. In combattimento la vita si contrae e si espande nello stesso istante: ogni percezione è amplificata, ogni gesto è essenziale, ogni distrazione scompare. Il tempo si dilata e si concentra, il superfluo evapora, le ambiguità si dissolvono. Resta solo ciò che conta: sopravvivere, proteggere, portare a termine la missione.

Chi non ha vissuto la guerra tende a vederla esclusivamente come distruzione, e non ha torto nel farlo. Ma chi l’ha attraversata sa che in essa convivono orrore e intensità, paura e lucidità, caos e una concentrazione quasi cristallina. La mente diventa limpida perché non può permettersi opacità; il corpo è vigile perché ogni esitazione può essere fatale; l’identità si compatta attorno a un compito che assorbe tutto.

Molti reduci raccontano che, paradossalmente, in guerra si sono sentiti più vivi che in qualunque altra esperienza. Non perché la guerra sia buona o desiderabile, ma perché mette l’essere umano davanti al limite estremo, là dove ogni sovrastruttura cade e rimane soltanto l’essenziale. È una verità scomoda, difficile da accettare in una cultura che preferisce dividere nettamente bene e male, luce e ombra.

Se non riconosciamo l’intensità che essa sprigiona, se non ammettiamo la sua capacità di concentrare e sedurre, continueremo a trattarla come un’anomalia irrazionale, senza capire perché, nonostante tutto, continui a tornare.

Ignorare questa attrazione non la elimina. La rende soltanto più inconsapevole.

Il fallimento dell’immaginazione

Hillman parla di “failure of imagination”, un fallimento dell’immaginazione che, a suo avviso, precede molte catastrofi collettive. Non tutte le tragedie nascono esclusivamente dalla malvagità o dalla deliberata volontà di distruggere; molte scaturiscono da una povertà immaginativa, dall’incapacità di rappresentarsi fino in fondo le conseguenze umane, simboliche e morali delle proprie decisioni.

Se la fascinazione nasce dall’intensità del combattimento, l’astrazione nasce invece dalla distanza simbolica: due strade diverse che conducono, entrambe, alla stessa pericolosa disponibilità.

Quando la guerra viene ridotta a linguaggio tecnico, quando la politica si trasforma in pura gestione di leve, numeri e rapporti di forza, quando “uccidere” diventa “neutralizzare” e la distruzione viene tradotta in formule operative, la realtà subisce una progressiva anestesia. Gli eufemismi non sono semplici scelte lessicali: sono strumenti che attenuano l’impatto simbolico dell’azione, rendendola più sopportabile, più distante, più astratta.

E quando la guerra diventa astratta, diventa inevitabilmente più facile.

Più facile da pianificare, più facile da giustificare, più facile da accettare come opzione tra le altre. L’astrazione separa l’atto dalle sue conseguenze visibili; la distanza simbolica attenua la responsabilità percepita. Non è solo una questione di aggressività umana, che pure esiste e non può essere negata. È una questione di riduzione simbolica, di impoverimento della capacità di immaginare l’intero quadro: le vite spezzate, le famiglie devastate, le ferite psicologiche che attraversano generazioni, la trasformazione silenziosa delle società.

L’immaginazione, in questo senso, non è fantasia; è capacità morale. È la facoltà di rendere presenti a sé le conseguenze di un atto prima che esso venga compiuto.

Albert Einstein affermava che non possiamo risolvere un problema con lo stesso livello di coscienza che lo ha generato. Forse questa intuizione vale anche per la guerra: finché continueremo a pensarla con le categorie che la rendono possibile — potenza, vantaggio, deterrenza, supremazia — senza elevarci a un livello di consapevolezza più ampio, continueremo a riprodurne la logica.

La guerra, prima ancora di essere un evento storico, è una configurazione mentale. E senza un ampliamento dell’immaginazione, quella configurazione rimane intatta.

Guerra come archetipo

Hillman sostiene che la guerra non sia soltanto un evento storico o una scelta politica, ma una forza mitica che attraversa l’animo umano, un archetipo che riaffiora in epoche diverse assumendo forme differenti ma conservando una struttura profonda sorprendentemente stabile. Nelle tragedie greche, negli eroi omerici, nei racconti epici di ogni civiltà, la guerra non è solo distruzione: è rivelazione. Rivela il coraggio e la crudeltà, il sacrificio e la vendetta, la disciplina e la furia, la lealtà e il tradimento. Porta alla luce ciò che in tempi ordinari rimane nascosto o attenuato.

In combattimento emergono, per usare un linguaggio simbolico, gli dèi interiori: l’onore che spinge a esporsi, la paura che affila i sensi, la gloria che seduce, l’istinto di sopravvivenza che domina ogni altra considerazione. Sono forze che abitano l’essere umano indipendentemente dal contesto storico e che, in situazioni estreme, prendono il sopravvento, organizzando la psiche attorno a un unico asse dominante.

Se non riconosciamo questi archetipi dentro di noi — se continuiamo a considerarli esclusivamente come caratteristiche dell’“altro”, del nemico, del barbaro — finiremo inevitabilmente per proiettarli all’esterno, trasformando tensioni interiori non elaborate in conflitti reali. La guerra, in questa prospettiva, non è soltanto qualcosa che accade tra Stati o eserciti; è qualcosa che accade prima di tutto nella struttura simbolica della mente.

Il vero pericolo, allora, non è soltanto la guerra combattuta sul campo, ma la mentalità della guerra che, una volta interiorizzata, invade la società civile, contamina il linguaggio politico, irrigidisce il dibattito pubblico e trasforma ogni divergenza in uno scontro esistenziale. Quando l’altro non è più un interlocutore ma un avversario da neutralizzare, quando la complessità viene ridotta a una contrapposizione frontale, quando il pensiero si polarizza in una logica binaria di amico o nemico, la guerra è già entrata nella mente molto prima di manifestarsi nei fatti.

Ed è in questa interiorizzazione silenziosa che si annida la sua forma più insidiosa.

Il rischio della normalizzazione

Affermare che la guerra è “normale” è un’operazione concettualmente delicata e potenzialmente pericolosa, perché il termine può scivolare con estrema facilità dal piano descrittivo a quello prescrittivo, trasformando una constatazione storica — la sua ricorrenza nei secoli — in una giustificazione implicita o, peggio, in una rassegnazione silenziosa. Il linguaggio non è mai neutro: ciò che definiamo normale tende, nel tempo, a essere percepito come naturale; e ciò che appare naturale rischia di essere considerato inevitabile.

Se la guerra è frequente, finiamo per considerarla un destino?
Se è ricorrente nella storia, diventa forse accettabile, o addirittura legittima nella sua ripetizione?

È qui che occorre operare una distinzione fondamentale, senza la quale ogni riflessione rischia di degenerare in cinismo o fatalismo. Normale non significa normativa, e ciò che è frequente non diventa per questo giusto. Il fatto che la guerra accompagni la storia umana non implica che debba guidarla, né che rappresenti un orizzonte al quale rassegnarsi come a una legge immutabile. Descrivere non equivale a prescrivere; riconoscere una costante non significa trasformarla in regola.

E tuttavia, quando la guerra esplode, essa genera una propria logica interna che tende a imporsi come totalizzante. Sospende le altre norme — morali, religiose, giuridiche — o le subordina a un unico fine dominante; concentra l’attenzione su un obiettivo esclusivo e richiede una dedizione che non ammette ambiguità né sfumature. È totalizzante per natura: organizza la psiche, le istituzioni e il linguaggio attorno a una priorità assoluta, occupando l’intero spazio decisionale e simbolico.

Il vero pericolo, però, non risiede soltanto nel campo di battaglia, dove questa logica è in qualche misura circoscritta e riconoscibile, ma nel momento in cui essa oltrepassa il perimetro operativo e si insinua nella società civile, nella politica, nell’economia, fino a contaminare il linguaggio quotidiano. Quando ogni competizione diventa “guerra” — guerra commerciale, guerra culturale, guerra mediatica — quando il dissenso si trasforma in scontro esistenziale e il pensiero si irrigidisce in una polarizzazione amico/nemico, la complessità viene progressivamente schiacciata in uno schema binario che non lascia spazio alla mediazione né alla comprensione reciproca.

In quel momento la guerra non è più soltanto un evento storico circoscritto, ma una mentalità permanente, un filtro attraverso il quale interpretiamo la realtà.

Ed è proprio allora che la sua normalizzazione diventa la sua vittoria più insidiosa, perché non ha più bisogno di manifestarsi nei fatti per esercitare il proprio potere: le basta abitare le nostre categorie mentali.

Leadership e responsabilità

Chi assume una responsabilità di comando non può permettersi né l’ingenuità di sottovalutare la forza della guerra, né la fascinazione di lasciarsene interiormente sedurre. Il comandante, prima ancora di gestire uomini, mezzi e procedure, è chiamato a governare un’energia primordiale che precede la tecnica e sopravvive alla strategia, un’energia che, se non viene riconosciuta nella sua natura ambivalente, rischia di impadronirsi di chi dovrebbe invece dirigerla. Conoscere la forza della guerra significa ammetterne il potere attrattivo, la sua capacità di concentrare ogni fibra dell’essere su un unico scopo e di offrire un’intensità che raramente altre esperienze umane riescono a eguagliare; ma significa, nello stesso tempo, saperla contenere, incanalarla, impedirle di trasformarsi in identità o in vocazione permanente. La disciplina, in questo senso, non è negazione dell’istinto né repressione dell’energia, ma il suo governo consapevole: è la capacità di orientare una forza potente senza farsene travolgere.

Le regole d’ingaggio impegnano spesso a operare come se si avesse una mano legata dietro la schiena. Ritardano l’azione, impongono verifiche, talvolta concedono all’avversario l’iniziativa e richiedono un livello di autocontrollo che, nel pieno della tensione operativa, può apparire quasi penalizzante. E tuttavia è proprio quel vincolo a tracciare la linea sottile ma decisiva che separa la forza legittima dalla deriva incontrollata, l’uso responsabile della potenza dalla sua degenerazione in brutalità. Senza quel limite la guerra scivola rapidamente nell’arbitrio, perde ogni ancoraggio etico e si consegna alla pura logica dell’annientamento; con quel limite rimane tragica, ma non disumana, perché conserva un perimetro entro cui la responsabilità personale continua a esistere.

La vera leadership, allora, non consiste nel negare la possibilità della guerra né nel rifugiarsi in un pacifismo di principio che ignori la realtà delle minacce e la necessità talvolta di difendere ciò che è vulnerabile; consiste piuttosto nel non trasformare la guerra in identità permanente, nel non lasciare che la logica del conflitto diventi la lente attraverso cui interpretare ogni relazione, ogni tensione, ogni divergenza. Il comandante maturo sa che la guerra può essere una necessità operativa, circoscritta e dolorosa, ma non deve mai diventare un destino culturale o una categoria totalizzante dell’esistenza.

La guerra, infatti, è radicalmente ambivalente. Può rivelare grandezza e miseria, portare alla luce il coraggio più puro e la crudeltà più spietata, mostrare il meglio dell’essere umano nella dedizione al sacrificio e il peggio nella disumanizzazione dell’altro. Può persino offrire un senso, perché concentra l’esistenza in una dimensione estrema in cui ogni gesto diventa essenziale e ogni decisione assume un peso assoluto; ma può anche divorare chi vi si abbandona senza distanza critica, trasformando l’intensità in dipendenza e la missione in ossessione identitaria.

Comprendere questa ambivalenza, senza negarla né mitizzarla, senza demonizzarla né romanticizzarla, è forse il segno più autentico della maturità di chi comanda e di chi riflette. È il punto in cui la forza incontra la coscienza, in cui la competenza tecnica si intreccia con la responsabilità morale, e in cui la seduzione dell’intensità viene superata dalla lucidità del dovere.

La domanda finale

L’operazione United Shield, nel suo complesso, fu un successo sotto ogni parametro misurabile: circa ottomila persone evacuate in sicurezza, oltre cento sortite effettuate dai nostri Harrier in missioni di guerra con un’efficienza operativa totale, nessuna perdita, nessun incidente, nessuna incrinatura in un dispositivo che aveva funzionato con precisione quasi chirurgica. I numeri, freddi e oggettivi, raccontano una storia di efficacia, di professionalità, di disciplina; e sul piano militare non vi è nulla da aggiungere.

Eppure ciò che rimane inciso nella memoria non sono soltanto i risultati, non sono le statistiche né le percentuali di efficienza. È quell’istante sospeso in picchiata, con il dito sul grilletto e l’autorizzazione ad attaccare che non arriva; è quel secondo dilatato in cui tecnica, addestramento, istinto e responsabilità si intrecciano in modo quasi insostenibile; è quella soglia invisibile che separa l’azione dall’irreversibile, il possibile dal compiuto.

È lì, in quello spazio infinitesimale tra la decisione e il colpo, che l’ambivalenza della guerra si manifesta nella sua forma più pura e ineludibile.

La guerra è brutalità, ma è anche intensità assoluta; è necessità operativa, ma è anche peso morale; è concentrazione totale, ma è anche interrogativo etico che riaffiora quando il rischio immediato si allontana e si raggiunge la cosiddetta “Heaven”, la quota sicura, fuori dalla portata delle armi del nemico, dove il silenzio permette alla coscienza di riemergere e di riprendere la parola.

Finché non comprendiamo questa ambivalenza — finché non accettiamo che nella guerra convivano insieme efficienza e tragedia, disciplina e seduzione, lucidità e vertigine — continueremo a oscillare tra indignazione e ripetizione, tra condanna verbale e attrazione inconsapevole. Continueremo a sorprenderci della sua ostinata presenza storica, senza riconoscere la forza psichica e simbolica che la rende così persistente nel tempo.

Hillman sostiene che, se vogliamo davvero superare la guerra, dobbiamo prima penetrarne la profondità mitica, riconoscendo che essa non è soltanto un fatto politico o militare, ma una dimensione archetipica dell’esperienza umana. Finché la tratteremo come un’anomalia da rimuovere o come una parentesi irrazionale della storia, essa continuerà a riaffiorare; finché la affronteremo esclusivamente con strumenti tecnici o con dichiarazioni morali, senza comprenderne l’energia simbolica, rimarrà un fenomeno che ci sovrasta.

La pace, infatti, non nasce dalla rimozione della guerra né dal semplice moltiplicarsi di trattati, armamenti o dichiarazioni solenni. Non basta invocarla, né basta pronunciarne il nome con maggiore convinzione. La pace richiede qualcosa di più difficile e meno spettacolare: richiede un salto di coscienza, una maturazione interiore collettiva capace di riconoscere la presenza, dentro ciascuno di noi, di forze distruttive e di forze creative, di impulsi che possono annientare e della stessa energia che, orientata diversamente, può diventare coraggio, determinazione, capacità di proteggere e trasformare.

Forse è proprio qui che si gioca la partita più profonda, non sul piano esclusivamente strategico ma su quello interiore. Perché la stessa energia che in guerra diventa annientamento può, in altri contesti, diventare responsabilità; la stessa intensità che in combattimento concentra ogni fibra dell’essere può essere convertita in disciplina, servizio, costruzione.

La coscienza comincia quando smettiamo di raccontarci che la guerra è soltanto un incidente della storia o un male imposto dall’esterno, e iniziamo a riconoscerne la presenza anche dentro di noi, nella nostra inclinazione a polarizzare, a dividere, a ridurre l’altro a nemico.

E allora la pace non nasce dall’illusione che la guerra sia soltanto un errore della storia, ma dalla maturità di riconoscere che la sua ombra attraversa anche noi.

Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, mi segua.

*Ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare