Ottant’anni della Costituente: le immagini e le parole che hanno fondato la Repubblica italiana
Nell’anniversario della nascita dell’Assemblea del 1946 si ripercorrono le testimonianze visive e i linguaggi che hanno costruito il nuovo assetto democratico del Paese nel dopoguerra
Alcune fotografie cambiano il modo in cui una nazione guarda sé stessa. L’Italia repubblicana nasce così: dentro una serie di immagini rimaste incise nella memoria collettiva. Immagini mentali (prima ancora che fotografiche) che, ancora oggi, sembrano parlare al presente. Le file davanti ai seggi il 2 giugno 1946, le donne con la scheda elettorale stretta tra le mani, i volti tesi nelle piazze mentre si attendono i risultati del referendum, l’aula della Costituente raccolta attorno alla scrittura della Carta fondamentale.
A ottant’anni da quella stagione irripetibile, il valore della Costituente non può essere ridotto a una semplice ricorrenza istituzionale. Tra il 1946 e il 1948 l’Italia non cambia soltanto forma politica, cambia immaginario, linguaggio, idea di sé. Dopo vent’anni di dittatura fascista, una guerra perduta e una guerra civile che aveva attraversato il Paese da Nord a Sud, la Repubblica nasce da un gesto collettivo che appare quasi disarmante nella sua semplicità: votare!
Il 2 giugno 1946 resta il grande giorno originario della democrazia italiana. Non era soltanto il referendum tra Monarchia e Repubblica. Era molto di più. Era il ritorno del popolo nella storia. Per la prima volta uomini e donne votavano insieme a suffragio universale. Quel dettaglio, che oggi può apparire scontato, rappresentò, invece, una rivoluzione profonda. Le donne italiane entravano ufficialmente nello spazio pubblico della cittadinanza politica dopo essere state per secoli confinate ai margini della vita istituzionale.
Le fotografie di quella giornata hanno qualcosa di epico e quotidiano insieme. Donne con i figli in braccio davanti ai seggi; contadini arrivati dai paesi; reduci di guerra ancora in divisa; anziani che non avevano mai votato davvero in libertà. Le code durarono per ore. L’affluenza raggiunse quasi il novanta per cento: una percentuale oggi quasi inconcepibile. Ma ciò che colpisce è il clima morale che quelle immagini restituiscono. Dopo anni di paura, censura e propaganda, gli italiani sembrano improvvisamente scoprire il peso della propria voce.
Il referendum del 1946 possiede una caratteristica rarissima nella storia nazionale: non nasce da una conquista militare né da un’imposizione dall’alto. La forma dello Stato viene decisa dal voto popolare. È il momento in cui la sovranità smette di appartenere alla monarchia e torna ai cittadini. Per questo il 2 giugno continua a essere, ancora oggi, una delle date simbolicamente più dense della storia italiana.
Eppure, quella nascita non fu pacifica né unanimemente condivisa. L’Italia del referendum è un Paese profondamente diviso. Il Nord, segnato dalla Resistenza e dalla guerra partigiana, vota in massa per la Repubblica; il Sud, più legato alla monarchia sabauda e meno coinvolto direttamente nell’esperienza resistenziale, resta in larga parte monarchico. La geografia del voto rivela immediatamente la frattura storica del Paese.
Quando, tra il 5 e il 10 giugno 1946, arrivano i risultati ufficiali, la tensione è altissima. La Corte di Cassazione proclama la vittoria della Repubblica con il 54,27 per cento dei voti contro il 45,73 della Monarchia. È uno scarto netto ma non travolgente. Le cronache dell’epoca raccontano ore febbrili, polemiche, sospetti di brogli, timori di scontri. In alcune città del Mezzogiorno si registrano proteste monarchiche anche violente.
Poi arriva l’annuncio pubblico di Alcide De Gasperi. È uno dei momenti decisivi della storia contemporanea italiana. Il Paese si scopre improvvisamente repubblicano. Le immagini delle piazze del Nord mostrano una gioia quasi liberatoria: bandiere, cortei spontanei, gente che canta per strada. Ma esistono anche fotografie meno celebri e forse più significative: quelle dei volti silenziosi del Sud, delle città dove la Repubblica viene accolta con prudenza, diffidenza o malinconica nostalgia.
L’Italia nasce già attraversata dalle proprie differenze. Ed è proprio questa consapevolezza che renderà così importante il lavoro della Costituente.
I padri costituenti sanno che il nuovo Stato dovrà evitare ogni tentazione autoritaria e insieme tenere unito un Paese fragile, poverissimo, ancora devastato dalla guerra.
Le immagini dell’Assemblea Costituente restituiscono bene il tono di quella stagione. Non c’è trionfalismo. Non ci sono pose monumentali. Nelle fotografie si vedono uomini stanchi, spesso severi, quasi consapevoli del peso storico che grava sulle loro decisioni. Comunisti, cattolici, socialisti, liberali: culture politiche distantissime sono costrette a confrontarsi e a scrivere insieme le regole fondamentali della convivenza democratica.
Il 28 giugno 1946 l’Assemblea elegge Enrico De Nicola Capo provvisorio dello Stato con 396 voti su 501. È un passaggio simbolico enorme. Per la prima volta il vertice dello Stato non deriva dal principio dinastico, ma da una scelta parlamentare. La monarchia esce definitivamente dalla scena nazionale.
Le fotografie di De Nicola colpiscono per la loro sobrietà. Nulla di carismatico, nulla di spettacolare. In fondo, anche questo racconta bene la nuova Repubblica: un Paese che diffida ormai degli uomini della provvidenza e cerca invece equilibrio, mediazione, responsabilità istituzionale.
Tra il 1946 e il 1947, mentre l’Europa prova a rialzarsi dalle rovine della guerra, l’Assemblea Costituente lavora alla nuova Carta. È forse uno dei momenti più alti della storia politica italiana. La Costituzione nasce infatti dall’incontro tra culture diverse che avevano combattuto insieme contro il fascismo. Nella Carta convivono il personalismo cattolico, la tradizione socialista, il liberalismo democratico, l’antifascismo azionista.
Per questo la Costituzione italiana mantiene ancora oggi una straordinaria forza morale. Non è soltanto un testo tecnico. È il tentativo di impedire che il Novecento totalitario possa ripetersi. Dietro ogni articolo si intravedono le ombre della dittatura, delle leggi razziali, della guerra, della repressione politica.
L’articolo 1 — “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” — sintetizza già un’intera idea di società. Il lavoro non è soltanto un elemento economico: diventa il principio della dignità civile. Ancora più radicale appare l’articolo 3, dove la Repubblica si assume il compito di “rimuovere gli ostacoli” che limitano libertà ed uguaglianza. È un’idea di democrazia non passiva ma attiva, quasi pedagogica.
Quando il 1° gennaio 1948 la Costituzione entra ufficialmente in vigore, l’Italia completa il proprio passaggio alla modernità democratica. Non ci sono scene spettacolari. Nessun grande rito collettivo. Eppure, quello resta uno dei giorni più importanti della storia nazionale. Da quel momento la Repubblica non è più soltanto un risultato referendario: è un sistema di valori, diritti, limiti e garanzie.
La letteratura del Dopoguerra e del dopo 2 giugno 1946
La storia della Costituente non può essere separata dalla letteratura del dopoguerra. Perché la Repubblica italiana nasce anche dentro un trauma culturale e morale che gli scrittori avvertono immediatamente. Gli autori del secondo dopoguerra comprendono che il fascismo non ha lasciato soltanto macerie materiali: ha spezzato il rapporto tra gli individui e la storia.
In "La casa in collina", pubblicato nel 1948, Cesare Pavese racconta proprio questo smarrimento. Il protagonista vive la guerra civile come una crisi morale prima ancora che politica. Tutto appare contaminato dalla colpa, dalla paura, dalla perdita di senso. La celebre frase — “La guerra è finita, ma non è finita per noi” — sembra racchiudere l’intero clima psicologico dell’Italia del referendum.
Anche Italo Calvino, nel "Sentiero dei nidi di ragno" del 1947, evita ogni retorica celebrativa. La Resistenza viene raccontata attraverso gli occhi di Pin, un bambino marginale e spaesato. I partigiani sono uomini fragili, talvolta confusi.
Negli articoli e nelle poesie di Franco Fortini questa sensazione assume i contorni di una vera e propria “tabula rasa”.
Il valore della memoria e la nascita di nuovi modelli fascisti
La celebrazione degli ottant’anni della Costituente non può ridursi a un esercizio commemorativo. Il successo pubblico di figure come Roberto Vannacci segnala la persistenza di una tentazione antica nella storia italiana: sostituire la complessità della cittadinanza con categorie identitarie rigide.
Quando la diversità viene percepita come una minaccia e quando il “popolo” viene evocato come entità omogenea, si smarrisce il patrimonio di sfumature della Costituente.