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24/09/2026 ore 07.23
Attualità

Pedagogia dell’Antimafia, la lezione di Denise Cosco: dal dolore alla responsabilità di costruire comunità libere

All’Università della Calabria inaugurato il sedicesimo anno accademico del progetto educativo. Nell’Aula Solano uno striscione dedicato alla figlia di Lea Garofalo. Giancarlo Costabile: «Le mafie non feriscono soltanto le persone. Feriscono i territori, distruggono i legami sociali e compromettono la libertà di immaginare un futuro diverso»

di Redazione

Uno striscione per Denise Cosco, la giovane figlia di Lea Garofalo, assassinata dalla ’ndrangheta per essersi ribellata al potere mafioso. È il messaggio che ha accompagnato ieri pomeriggio, nell’Aula Solano dell’Università della Calabria, l’apertura del sedicesimo anno accademico di Pedagogia dell’Antimafia. Un omaggio alla memoria di una madre che ha pagato con la vita la scelta della libertà e alla resistenza di una figlia che ha dovuto confrontarsi con la violenza criminale dentro la propria storia familiare.

«Abbiamo voluto iniziare da Denise perché la sua storia ci obbliga a interrogarci sul significato più profondo dell’educazione antimafia. La violenza delle organizzazioni criminali non si misura soltanto attraverso gli omicidi e le attività illegali. Le mafie intervengono nelle relazioni umane, condizionano i sentimenti, impongono appartenenze e pretendono di decidere il destino delle persone. La scelta di Lea e la resistenza di Denise ci ricordano che la libertà comincia dalla possibilità di sottrarsi a questo dominio».

È uno dei passaggi della lezione inaugurale del professore Giancarlo Costabile, promotore del progetto educativo nato nella storica facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo calabrese il 23 maggio 2011 e proseguito nel Dipartimento di Culture, Educazione e Società. Il nuovo anno accademico, dedicato alla memoria del professore Fortunato Maria Cacciatore, giovane collega prematuramente scomparso, e ai temi del contrasto alla cultura delle sudditanze, si svilupperà attorno a una prospettiva pedagogica precisa: «I territori della ferita».

La dedica a Cacciatore introduce una riflessione sul rapporto tra dolore, memoria e responsabilità educativa. Non soltanto il dolore provocato dalla violenza criminale, ma anche quello che attraversa l’esistenza umana e interpella la capacità delle comunità di riconoscere la sofferenza, contrastare l’indifferenza e costruire relazioni fondate sulla solidarietà. «La memoria di Fortunato ci accompagnerà in questo nuovo percorso – ha spiegato Costabile.

Il dolore non può essere considerato una questione esclusivamente privata, da consegnare al silenzio o alla solitudine. Esiste una dimensione educativa della sofferenza che ci chiama a riconoscere la fragilità dell’altro e ad assumere una responsabilità nei suoi confronti. Non si tratta di celebrare il dolore, ma di comprendere come sia possibile attraversarlo senza rinunciare alla dignità, alla libertà e alla speranza».

Il paradigma dei territori della ferita permette di osservare le conseguenze della presenza mafiosa oltre la dimensione strettamente criminale. La ferita è nella vita di chi ha subito la violenza, nelle famiglie delle vittime innocenti, nelle comunità private delle opportunità di sviluppo.

È nei quartieri abbandonati, nella povertà educativa, nel lavoro negato e nella progressiva normalizzazione dell’illegalità. «Le mafie – ha detto Costabile agli studenti – producono ferite che non sempre sono visibili. Ci sono territori nei quali la paura diventa un’abitudine, il silenzio una forma di adattamento e la rinuncia ai propri diritti una condizione ordinaria dell’esistenza. È proprio in questi contesti che l’educazione deve intervenire, restituendo alle persone gli strumenti per riconoscere il dominio mafioso e immaginare possibilità di vita differenti».

Una riflessione che richiama il significato delle esperienze formative realizzate negli anni da Pedagogia dell’Antimafia nei territori del Mezzogiorno. Da Scampia alla Piana di Gioia Tauro, dalla Locride a Palermo, il confronto con le realtà dell’antimafia sociale ha permesso agli studenti di conoscere comunità nelle quali la resistenza alla criminalità organizzata si traduce quotidianamente nella difesa dei diritti, nell’educazione delle nuove generazioni e nella costruzione di alternative culturali. «La repressione – ha chiarito Costabile agli universitari – è indispensabile, ma non può essere l’unica risposta dello Stato.

Se vogliamo contrastare realmente il potere mafioso, dobbiamo intervenire sulle condizioni sociali e culturali che ne consentono la riproduzione. La scuola e l’università hanno il compito di formare cittadini capaci di esercitare la propria libertà, riconoscere le ingiustizie e partecipare alla trasformazione delle comunità nelle quali vivono». Abitare i territori della ferita significa scegliere di stare dalla parte delle persone, soprattutto quando la sofferenza rischia di trasformarsi in isolamento e rassegnazione.

«La storia di Denise – ha concluso il docente di Pedagogia dell’Antimafia – ci insegna che nessuna appartenenza può cancellare il diritto di scegliere da che parte stare. È questa la responsabilità che affidiamo alle nuove generazioni: non essere spettatori dell’ingiustizia, ma protagonisti della costruzione di una società nella quale la dignità umana non sia mai negoziabile».