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05/11/2026 ore 11.45
Attualità

Polia, dove la natura conserva la memoria di 70 milioni di anni ma l’uomo non c’è più

Dalle felci preistoriche della Woodwardia radicans ai boschi secolari delle Serre, dai tesori della storia alle sette chiese: il ritratto struggente di un borgo che ha perso quasi l’80% dei suoi abitanti e rischia di diventare un paradiso senza custodi

di Raffaele Florio

«Sì. Nel bosco, senza distrazioni, possiamo incontrare entrambe le parti di noi: la luce e l’ombra. Forse abbiamo una paura atavica di vedere quelle parti che consideriamo meno belle. Il bosco, invece, non giudica. Ti mette semplicemente davanti a te stesso».

Quando la mente si perde in questo pensiero folgorante di Carl Gustav Jung, lo sguardo corre d’istinto lassù, tra i crinali ombrosi delle Serre vibonesi. Corre a Polia.

Adagiata a 400 metri d'altitudine, stretta nell’abbraccio di boschi plurisecolari e sferzata dalle acque di ben cinque fiumare — la Canace, la Vicenza, la Santoro, la Reschia e la Milo —, Polia sembra uscita da un dipinto mitologico. È un santuario naturale incontaminato, un paradiso dove la terra geme acqua e i faggi secolari sfiorano il cielo. Eppure, proprio qui, nel cuore verde e pulsante della Calabria, si consuma una tragedia silenziosa e spietata. Tra l'ombra maestosa dei boschi e la luce dei suoi borghi, Polia sta affrontando la sua eclissi: un processo di spopolamento raccapricciante, un conto alla rovescia che trasforma la vita in un ricordo.

Questo è il secondo capitolo del nostro viaggio nel cuore della terra che si svuota, guidati dalla bussola clinica, implacabile e tagliente dell’Atlante demografico dei comuni della Calabria di Giovanni Durante.

La voragine demografica: una piramide che è diventata una lapide

Se volete misurare il battito di un paese che muore, non guardate le pietre: guardate i numeri raccolti da Giovanni Durante. Sono colpi di scure, dati che non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie.

Nel 1951, all'indomani della ricostruzione, Polia contava 3.718 abitanti. Oggi, a contare le anime che resistono nei quattro agglomerati principali — la sede municipale di Cellia, insieme a Poliolo, Trecroci e Menniti, senza dimenticare le contrade di Faldella, Lia e Piano Bosco — si arriva a malapena a 770 persone.

Significa che il 79,3% della popolazione è svanito nel nulla. Quattro abitanti su cinque non ci sono più.

Guardate l’indice di vecchiaia: il rapporto geometrico tra chi ha oltre 65 anni e i bambini sotto i 14. A Polia ha raggiunto la cifra stratosferica di 387,14 punti, quasi triplicando rispetto ai 138,30 punti del 1991.

La forbice demografica è un’opera d’arte macabra:

• La gioventù si è ridotta a un lumicino: i ragazzi under 14 sono passati da 248 (il 15% nel 1991) ad appena 70 individui (il 9,07% oggi). Una contrazione del 71,77%.

• La terza età ha occupato tutto lo spazio: gli over 65 sono passati da 343 a 770 persone, raddoppiando (+124,49%) fino a rappresentare ben il 35,19% della popolazione complessiva.

• Le culle sono serrate: la natalità è crollata del 75,14%.

A Polia si muore molto, si nasce pochissimo, e i giovani fuggono via come se ci fosse una condanna invisibile.

Dalla Magna Grecia al Terremoto del 1783: una storia scritta col sangue e con la pietra

Eppure questa terra ha radici gloriose, profonde, scolpite nel nome stesso: Polia, dal greco polis (πόλις, città), o forse da Atena Poliade, o da Polieno. Già tra il 750 a.C. e il 525 a.C., i Greci avevano capito che questa posizione era strategica: Polia sorgeva nel punto più stretto dell’istmo calabrese, crocevia obbligato tra il mar Ionio e il mar Tirreno.

Nei primi decenni del XII secolo, i Normanni la resero un feudo blindato. Nella parte bassa del paese, più esposta alle incursioni, il barone fece scavare un fossato così profondo e possente che ancora oggi quella contrada viene chiamata semplicemente "Fossi". E giù, nel vicinissimo e antichissimo borgo di Poliolo, le tracce risalgono addirittura all'epoca romana.

Ma la storia di Polia è fatta anche di fughe disperate. Quando, il 5 febbraio del 1783, la terra si aprì e inghiottì il mondo con una furia apocalittica, i superstiti di Polia e Poliolo dovettero abbandonare le loro case distrutte e salire sui crinali, rifugiandosi nelle contrade di Cellia (Prajì) e Menniti (Caría). Dalle ceneri della terra spezzata nacque la nuova geografia del borgo.

Dalle grotte dei trogloditici al Maestro del Re di Spagna

Se camminate per Polia vi accorgete che sotto i vostri piedi c'è un archivio di millenni.

Nelle pareti tufacee della collina di Trecroci esistono ancora le grotte trogloditiche, rifugi scavati a "bocca di forno" dalle primissime tribù primitive che abitarono questi luoghi. Quando i terremoti sconquassano il terreno, affiorano ancora oggi manufatti in selce scheggiata, armi e frammenti fittili che fanno bella mostra di sé nei musei più importanti d'Italia: al Museo Provinciale di Catanzaro e al Museo Nazionale di Napoli. Pensate al sensazionale ritrovamento del 1920 in un'antica tomba: due lame e una fibula di bronzo, una cuspide di ferro, una scodella biansata e una rarissima ceramica zoomorfa risalenti alla Civiltà del Ferro.

E a guardia del territorio, in cima a una rupe strategica, resiste una austera Torretta di avvistamento medievale in pietra, con la sua base quadrata e le feritoie rivolte verso il vuoto, pronta a spiare un pericolo che oggi non arriva più dai mari, ma dall'abbandono.

Accanto alle pietre antiche, Polia custodisce lo splendore dei suoi palazzi nobiliari:

• Palazzo Molè, che troneggia sulla piazza principale dai primi del Novecento;

• Palazzo Chiaravalloti, tirato a nuovo di recente;

• Palazzo Magno e il superbo Palazzo Amoroso, impreziosito da capitelli classici eretti subito dopo il cataclisma del 1783.

Ma il figlio più celebre di questa terra è Fortunato Gaccetta, nato qui nel 1920. Scultore formidabile, sopravvissuto agli orrori dei fronti di guerra in Russia e Germania, Gaccetta trovò la sua consacrazione bottega dopo bottega, fino a conquistare il mondo: medaglia d’oro a Stoccolma nel 1964, premiato alla Mostra Internazionale di Stoccarda nel 1967, nominato Cavaliere del Lavoro dalla Santa Sede nel 1973 e incoronato nel 1990 come Principe dell’Arte e Maestro della Scultura direttamente dal re di Spagna Juan Carlos, per l’opera capolavoro I guerrieri di Spagna. Oggi il suo museo a Polia, con una biblioteca di 2.000 volumi e una sala convegni, custodisce l'anima di questo gigante della materia.

La terra delle sette chiese e dei riti senza tempo

Nonostante sia un pugno di case aggrappate alla montagna, Polia è un piccolo Vaticano rurale: custodisce ben sette chiese, sparse come sentinelle di pietra tra le frazioni e le contrade:

• La Chiesa dell’Immacolata (Poliolo, 1605): La più antica del borgo. Sopravvissuta ai terremoti del 1783 e del 1908, custodisce una statua lignea del Seicento, un messale antichissimo e altari barocchi di rara fattura.

• La Chiesetta di Santa Croce (700 metri d'altezza, 1732): Sacrario di fede e mistero, custodisce una Croce in legno miracolosamente scheggiata dalla folla di fedeli accorsa nei secoli.

• La Chiesa di Maria Santissima di Loreto (Trecroci): Distrutta e risorta più volte tra il Settecento e il Novecento, cela dietro l’altare una magnifica statua lapidea della Madonna.

• La Chiesa di San Nicola di Bari (Menniti, 1953): Sfavillante con il suo bassorilievo ceramico in facciata, la statua del Buon Consiglio e, sul soffitto ligneo, un prezioso affresco firmato dal pittore Carmelo Zimatore.

• La Chiesa di Sant’Enrico Imperatore (Cellia, 1933): Custode della veneratissima statua lignea del Patrono scolpita nel 1876 da Pietro Drosi.

• La Chiesetta di Pedadace (1958): Intitolata alla Madonna di Loreto.

• La Chiesetta della Madonna del Monte Carmelo (Gigliara, 2000): Edificata nel bosco per celebrare il Giubileo.

Intorno a questi altari ruota la vita collettiva. Quando arrivano le feste estive — la festa di Sant’Enrico a Cellia il 13 luglio, la Madonna del Buon Consiglio a Menniti ad agosto, San Rocco a Trecroci il 16 agosto, l'Immacolata a Poliolo e le celebrazioni di Santa Croce e della Madonna di Loreto a settembre — il paese si accende. Gli emigrati tornano dalle città del nord e dall'estero, le case si aprono, la rassegna "E...state a Polia" riempie le piazze di musica, escursioni e laboratori. Poi le luci si spengono, e il silenzio torna a regnare sovrano.

Il regno della Woodwardia Radicans: il fossile vivente che sopravvive all'uomo

Ma il vero, inestimabile mistero di Polia non è fatto di pietra o di marmo. È verde, umido, primordiale.

Lungo le fiumare che solcano il territorio — e in particolare lungo la fiumara Milo — sopravvive indisturbata la Woodwardia radicans, una felce gigante bulbifera che affonda le sue origini nel periodo Terziario. Significa che questa pianta spettacolare, con le sue fronde lunghe fino a 3 metri e i bulbilli capaci di generare nuovi cloni, è un fossile vivente che fioriva nelle foreste tropical-montane del Mediterraneo ben 70 milioni di anni fa, quando i dinosauri dominavano la Terra.

Segnalata la prima volta nel 1710 dal biologo Micheli, questa regina della botanica preglaciale ha trovato a Polia il suo rifugio ideale. Qui il comune detiene l'incredibile primato italiano per numero di esemplari, custodendo la più vasta colonia esistente nel nostro Paese.

E poi c’è il Bosco Montagna: 414 ettari di faggi secolari, abetaie fitte, pini larici, roveri e agrifogli che si innalzano tra i 700 e i 1.000 metri. Un labirinto verde solcato da sorgenti d'acqua purissima (Gigliara, Fontana del Prete, Povè, Acqua Fredda) e popolato da volpi, lepri, cinghiali e dalla rarissima salamandra pezzata dal mantello nero-giallo. Un bosco che in estate accoglie villeggianti nel suo Chalet comunale e che, sulla spianata della faggeta, vanta un Ostello della Gioventù da 50 posti letto capace di offrire una vista mozzafiato che spazia dalla valle dell'Angitola fino al Tirreno, all'Aspromonte e alle cime fumanti dell'Etna.

Dai mastro-tornitori del legno ai sapori di un tempo

Un tempo Polia non viveva solo di boschi, ma del loro legno. Era una fucina di maestri artigiani che, utilizzando rudimentali torni a mano, trasformavano i tronchi in sedie pregiate, zufoli, rocche per filare, canne per zampogne, trottole e pedine per la dama. Oggi l'economia resiste grazie alla produzione di un olio d'oliva eccellente, all'imbottigliamento delle acque minerali curative dello stabilimento Certosa e alla raccolta dei frutti del sottobosco (funghi porcini, ovuli, chiodini, fragoline selvatiche).

A tavola, la tradizione scende in campo con piatti forti, calorosi e indimenticabili:

• La Polenta e salsiccia, servita con un denso sugo di pomodoro e olio extravergine;

• La Capicola e cipolle, carne suina affumicata ripassata con le leggendarie cipolle calabresi;

• Le dolcissime ciliegie locali e le verdure fresche degli orti di montagna, accompagnate dai rinomati salami caserecci di maiale.

Il grande paradosso

Polia racchiude in sé il più crudele dei paradossi calabresi.

Su questi crinali la natura ha deciso di conservare il segreto della Terra di 70 milioni d'anni fa, facendo fiorire la felce preistorica più rara d'Europa. La storia vi ha deposto grotte trogloditiche, sette chiese devote, capolavori scultorei amati dai Re e boschi che sembrano cattedrali gotiche.

Eppure, mentre la Terra inquina di vita primordiale questo angolo di Serre, la comunità umana che dovrebbe custodirla si sta spegnendo un giorno alla volta. Se non ci svegliamo in tempo, tra qualche decennio la Woodwardia radicans continuerà imperterrita a specchiarsi nelle acque della fiumara Milo, ma nei vicoli di Polia non ci sarà più nessuno a raccontare la sua storia.