Polo Veronesi di Rovereto, il modello per gli Its della Calabria tra formazione tecnica e imprese
Il caso del Polo Veronesi di Rovereto offre uno spunto per riflettere sul futuro della formazione tecnica in Calabria. Crescono gli Its Academy, ma qualità, governance e rapporto con le imprese restano le sfide decisive.
Il Polo Veronesi di Rovereto è uno dei pochi luoghi in Italia dove scuola, impresa e tecnologia dialogano davvero. Nel Sud, e in Calabria in particolare, i numeri sulla dispersione scolastica e sulla qualità della formazione tecnica raccontano un divario ancora largo. Ma i dati più recenti dicono anche che quel divario, per la prima volta in anni, si sta restringendo. La domanda è se il Paese vuole accelerare il processo o lasciarlo andare da solo.
A Rovereto, dentro il complesso di Polo Meccatronica, un liceo quadriennale forma diciottenni capaci di progettare pezzi in titanio con macchine a controllo numerico. In Calabria, per lo stesso tipo di formazione, esistono nove ITS Academy attivi, ma con risultati ancora distanti dagli standard del Nord. Il problema non è l'assenza di ambizione. È l'assenza, in troppi casi, delle condizioni che rendono un'ambizione realizzabile.
Il Polo Giuseppe Veronesi di Rovereto non è un caso isolato di eccellenza casuale. È il risultato di una scelta precisa: mettere fisicamente nello stesso edificio un istituto tecnico, un centro di formazione professionale e un laboratorio di prototipazione condiviso con l'università, il ProM Facility. Chi studia lì può passare in una mattina dalla teoria dei materiali a una stampante 3D che lavora il metallo, con studenti universitari e aziende del territorio nello stesso spazio. Il percorso quadriennale MADE++ porta al diploma di Tecnico Progettista Manifatturiero, con la possibilità di proseguire in accademie e politecnici. È un modello che funziona perché tiene insieme tre cose che in Italia raramente stanno nello stesso posto: la scuola, l'impresa, e una direzione capace di far dialogare le due cose senza che restino paralleli e separati.
Guardare a un modello come questo dal Sud non è un esercizio retorico. È una domanda concreta, e i numeri spiegano perché.
Secondo l'ultimo rapporto Istat sull'istruzione, nel Mezzogiorno la quota di giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, arriva al 20,2%, contro l'8,7% del Nord. In Calabria, come in Sicilia e Sardegna, oltre metà degli studenti non raggiunge le competenze minime in matematica: il 59,5% in Calabria, contro il 37,6% di media al Nord. Sono numeri che pesano sul futuro di una regione più di qualunque proclama politico, perché descrivono una generazione a cui manca, in troppi casi, lo strumento base per competere.
Sul fronte della formazione tecnica superiore, il quadro è più articolato di quanto sembri a prima vista. Gli ITS Academy — i percorsi post-diploma equivalenti, per impostazione, a quello che a Rovereto è il MADE++ — sono in crescita anche al Sud: oggi ce ne sono 59, il 40% del totale nazionale, con la Calabria che ne conta nove. Il problema non è tanto il numero, quanto la qualità media dei percorsi: secondo il monitoraggio Indire 2025, la quota di corsi giudicati di eccellenza scende dal 66,9% del Nord al 39,6% del Sud. Non è un caso di assenza di infrastrutture. È un caso di infrastrutture che esistono ma faticano a raggiungere lo stesso standard, spesso per ragioni che hanno più a che fare con la rete di relazioni industriali del territorio che con la buona volontà di chi insegna.
C'è però un dato che va detto con la stessa onestà con cui si raccontano i problemi: il Rapporto Istat 2026 registra, per la prima volta in anni, un Mezzogiorno che recupera terreno più velocemente del resto del Paese. La dispersione scolastica esplicita scende a livello nazionale dall'8,2% al 7,3%, ma è il Sud a segnare la crescita più marcata nelle competenze di italiano e matematica. Non è ancora colmato il divario. Ma la direzione, per la prima volta, è quella giusta.
Cosa insegna, allora, il caso Rovereto a chi lavora per portare la stessa qualità di formazione tecnica al Sud? La prima cosa è che non basta costruire un edificio. Il Polo Meccatronica funziona perché tiene insieme scuola, formazione professionale e ricerca universitaria nello stesso perimetro fisico e organizzativo, e perché la direzione ha saputo costruire relazioni stabili con le imprese del territorio, trasformando i tirocini in un canale reale di ingresso nel lavoro, non in un adempimento burocratico. È un modello di governance, prima ancora che un modello architettonico o tecnologico.
La seconda cosa è che il Sud non parte da zero. I nove ITS calabresi, le crescenti fondazioni in Sicilia, Campania e Puglia, dimostrano che l'infrastruttura normativa e le risorse per avviare percorsi analoghi esistono già. Quello che manca, in troppi casi, è la capacità di replicare la parte più difficile da esportare: una leadership capace di costruire, con pazienza e metodo, la rete di relazioni tra scuola e industria che a Rovereto ha impiegato anni per consolidarsi. È un problema di capitale umano manageriale, non solo di capitale finanziario — e va detto con chiarezza, perché altrimenti si rischia di continuare a chiedere fondi senza affrontare il nodo vero.
La direttrice del Polo Veronesi, Laura Scalfi, insiste da tempo su un punto che vale la pena riportare qui perché è la chiave di tutto il ragionamento: la regolazione e le infrastrutture, da sole, non bastano — serve un investimento strutturale in formazione, capace di costruire un ecosistema coerente tra scuola, famiglie e imprese, non semplici corsi isolati. È esattamente il tipo di visione sistemica che un territorio come la Calabria, con nove ITS attivi ma risultati ancora sotto la media nazionale, dovrebbe poter replicare — non copiando un modello trentino fuori contesto, ma costruendo la propria versione, radicata nelle vocazioni produttive del territorio: agroindustria, blue economy, meccanica leggera legata alla filiera portuale.
Il punto, in definitiva, non è se al Sud manchino le idee o l'ambizione. I numeri sulla crescita delle fondazioni ITS dimostrano che la spinta c'è. Il punto è se esistano, in numero sufficiente, le figure capaci di trasformare quella spinta in un sistema che funziona con la stessa continuità di Rovereto — e se lo Stato, dal canto suo, sia disposto a investire nella qualità di quei percorsi con la stessa costanza con cui, in vent'anni, il Trentino ha investito nel proprio.