Quando in Calabria anche le donne predicavano sull’altare, Scicchitano: «Ecco la storia di Leta presbitera»
Il nome è custodito su una pietra ritrovata nel 1857 tra le mura del castello di Tropea. Oggi il Vaticano chiude la porta alla predicazione femminile tirando in ballo la «natura della liturgia». Ma il passato dimostra altro
Ecco una storia veramente straordinaria. Una pietra ritrovata nel 1857 dentro le mura del castello di Tropea custodisce un nome che per oltre mille anni si è cercato di addolcire o di seppellire una seconda volta: Leta presbitera, una donna che nella Calabria della metà del V secolo esercitava un ministero all’altare. Pochi giorni fa, nel giugno 2026, il Vaticano ha chiuso «per una generazione» la porta alla predicazione delle donne, dicendo che l’esclusione discende «dalla natura stessa della liturgia». Tommaso Scicchitano ha dedicato a questa storia un articolo che mette le due date a confronto. Lo abbiamo intervistato.
Partiamo dal nome che dà il titolo al suo articolo. Chi era Leta, e che cosa dice esattamente quella pietra di Tropea?
«Leta è una donna sepolta a Tropea, morta a quarant’anni, otto mesi e nove giorni, secondo l’epigrafe ritrovata nel 1857 dentro le mura del castello. È un’iscrizione cristiana della metà del V secolo. La parola che cambia tutto è una sola: presbitera, al femminile. Non “vedova di un presbitero”, non “moglie del prete”, come per secoli si è preferito leggere. Presbitera come titolo che appartiene a lei, alla persona deposta sotto quella lastra. Lo storico Giorgio Otranto, dell’Università di Bari, l’ha interpretata per quello che dice, insieme a decine di altre epigrafi e alle fonti antiche, e la conclusione è netta: nei primi secoli alcune donne furono realmente ordinate e svolsero funzioni che la tradizione successiva avrebbe riservato ai soli uomini. Un fenomeno minoritario, certo. Ma scritto nella terra, nelle ossa, nel marmo. Tropea, tra l’altro, conserva un numero straordinario di queste testimonianze: trentacinque epigrafi paleocristiane della metà del V secolo su cinquantaquattro in tutta la Calabria, e in mezzo a loro anche Irene, una donna che amministrava la massa tropeana. Una comunità in cui la presenza femminile contava davvero».
Lei accosta questa storia antica a una notizia di oggi, la chiusura vaticana del giugno 2026. Perché quel collegamento?
«Perché è la stessa scena, recitata sullo stesso palcoscenico, a sedici secoli di distanza. Nel giugno 2026 il dicastero per il culto divino ha detto no ai vescovi tedeschi che chiedevano di poter affidare, in casi eccezionali, l’omelia anche a un fedele laico, uomo o donna, formato in teologia e mandato dal proprio vescovo. La motivazione non è stata “non vogliamo”, che sarebbe una scelta. È stata “non possiamo”: la riserva dell’omelia ai soli ministri ordinati, hanno spiegato, discenderebbe “dalla natura stessa della liturgia”. Una fonte vaticana ha tradotto tutto in una frase: “La porta resta chiusa per una generazione”. Ecco, è lì che la pietra di Tropea torna a parlare. Se l’esclusione delle donne fosse davvero iscritta nella natura delle cose, eterna e immutabile, allora Leta non potrebbe esistere. E invece esiste. Una di queste due affermazioni è falsa, e la pietra non sa mentire».
Nell’articolo lei scrive che la prima «stretta romana» colpì proprio la Calabria. Che cosa intende?
«Intendo un documento preciso. Nel 494 papa Gelasio I scrisse ai vescovi di tre regioni del Sud: Lucania, Bruzio, cioè la nostra Calabria, e Sicilia. Si diceva indignato perché aveva appreso che le donne erano ammesse a servire ai sacri altari e a compiere funzioni riservate, secondo lui, al sesso maschile. E qui c’è il punto che quasi nessuno dice ad alta voce: una lettera che condanna esiste solo perché esiste ciò che condanna. Gelasio non scriveva contro un’ipotesi astratta. Scriveva perché in Calabria, nel Sud, le donne presbitere stavano davvero salendo all’altare. La sua indignazione è la confessione involontaria del fatto. Il documento nato per cancellare quella realtà è diventato, sedici secoli dopo, il certificato che attesta che quella realtà c’era. La geografia, a quel punto, si fa beffarda: la terra su cui oggi Roma chiude la porta “per una generazione” è la stessa terra dove la porta, un tempo, era spalancata. La Calabria non è la periferia che chiede un permesso inaudito. È il luogo da cui le donne furono attivamente rimosse, con una circolare, dal centro».
Il cuore della sua argomentazione è una parola: «natura». Roma dice che l’esclusione viene dalla natura della liturgia. Lei contesta proprio questo.
«Sì, perché c’è un cortocircuito che quella parola non regge. Se l’esclusione delle donne fosse natura, non sarebbe servito un papa, nel 494, per imporla. Non sarebbero serviti concili, canoni, secoli di silenzio per farne sparire la memoria. Ciò che è natura non ha bisogno di essere decretato. Si decreta soltanto ciò che è storia, cioè ciò che si vuole impedire o cancellare. Una legge di creazione non si difende con una lettera amministrativa, si difende da sé, perché è semplicemente come stanno le cose. La sequenza reale è l’esatto rovescio del racconto ufficiale. Prima, nei primi secoli, in Calabria e altrove, ci sono donne presbitere: è un dato. Poi, nel 494, Roma interviene per fermarle: è un atto di governo. La rimozione riesce e col tempo viene riscritta come se quelle donne non fossero mai esistite. Infine, nel 2026, quella rimozione ormai sedimentata viene presentata come “natura”. È il meccanismo della tradizione inventata: un atto di potere, ripetuto abbastanza a lungo, si traveste da ordine naturale e cancella le proprie tracce. Leta è la traccia che non si è lasciata cancellare».
C’è una dimensione spirituale, oltre che storica, in questo discorso. Lei parla di un «dono che non chiede licenza».
«È la cosa che le chiese antiche di Calabria avevano capito e che noi abbiamo dimenticato. Loro non chiedevano il permesso a Roma per riconoscere un dono, perché un carisma, una chiamata, la capacità di annunciare la Parola non sono concessioni che un ufficio rilascia o nega. Vengono per creazione, per volontà di Dio. E il Vangelo non fa che mostrarlo, con un’ostinazione che dovrebbe metterci in imbarazzo. È alle donne, non agli apostoli, che viene affidata la notizia più grande, la risurrezione, davanti a un sepolcro vuoto e a degli uomini che non credono. Prima ancora, è a una samaritana, una donna straniera e con una vita irregolare, che Gesù affida il primo annuncio in terra di Samaria. Nel momento culminante, l’annuncio è messo in bocca a chi non ha alcun titolo ufficiale per pronunciarlo. Le comunità calabresi del V secolo vivevano dentro questo rovesciamento: vedevano in una donna il dono e a quel dono davano un posto, l’altare. La “natura” che contava, per loro, non era quella giuridica della liturgia. Era la natura del dono, che precede ogni ufficio e ogni circolare. Roma ha invertito i termini: ha chiamato “natura” la propria regola e ha trattato il dono come una pretesa da contenere».
Perché raccontare questa storia oggi, e in che direzione vuole portare il suo lavoro dopo Leta?
«La racconto perché riconoscere oggi quel nome non è nostalgia. È restituire alla terra una verità che le era stata tolta, e ricordare che il dono di Dio non ha mai avuto bisogno di un permesso per essere quello che è. Ogni “porta chiusa per una generazione” del 2026 è la continuazione, in diretta, della chiusura del 494. Ma il Vangelo ha un’abitudine fastidiosa per chi chiude porte: continua a riaffiorare dove lo si era sepolto. Come Leta, dal castello di Tropea. È in questo solco che voglio continuare a lavorare: il rapporto tra fede, vita e società, letto a partire dal Sud e dalle sue tracce dimenticate. La Calabria, per me, non è un paesaggio da cartolina. È un archivio sotterraneo di domande ancora vive, e il mio mestiere è riportarle alla luce, una pietra alla volta».
Fonti dell’articolo originale: Giorgio Otranto, “Il sacerdozio femminile nell’antichità cristiana”; epigrafe di Leta presbitera, Tropea, metà del V secolo; lettera di papa Gelasio I ai vescovi di Lucania, Bruzio e Sicilia, anno 494; nota del Dicastero per il culto divino sul rifiuto della predicazione laica ai vescovi tedeschi, giugno 2026.
Articolo integrale: tommasoautore.it/leta-presbitera-tropea-calabria