Quando la storia accelera: le trasformazioni dell’ordine internazionale dietro la moltiplicazione delle crisi globali
Dalla fine dell’unipolarismo Usa all’ascesa della Cina, passando per Mediterraneo ed energia, il sistema internazionale entra in una transizione storica ancora tutta da definire
«Chi domina il mare domina il commercio; chi domina il commercio domina le ricchezze del mondo».
Alfred Thayer Mahan
La storia raramente accelera senza motivo. Quando accade, significa quasi sempre che l’equilibrio che sostiene il sistema internazionale sta lentamente cambiando.
Durante una discussione su LinkedIn, qualcuno mi ha rivolto una domanda che, nella sua apparente semplicità, contiene in realtà una delle questioni più profonde del momento geopolitico che stiamo attraversando: perché proprio adesso sembra che il sistema internazionale stia entrando in una fase di accelerazione?
La percezione è diffusa e difficilmente contestabile. Conflitti e tensioni che fino a pochi anni fa apparivano circoscritti o latenti sembrano oggi manifestarsi quasi simultaneamente in aree diverse del pianeta.
La guerra in Ucraina continua a segnare il cuore dell’Europa orientale, il Medio Oriente attraversa una nuova fase di instabilità, il Mar Rosso e le rotte energetiche sono tornati al centro delle tensioni strategiche, mentre nell’Indo-Pacifico si intensifica la competizione tra grandi potenze. A tutto questo si aggiungono dinamiche africane sempre più complesse e una crescente rivalità tecnologica tra i principali attori globali.
Di fronte a una simile concentrazione di crisi, la tentazione è quasi inevitabile: cercare una causa singola, un evento scatenante capace di spiegare l’improvvisa moltiplicazione delle tensioni. È una reazione comprensibile, ma raramente la geopolitica obbedisce a dinamiche così semplici.
La storia delle relazioni internazionali mostra piuttosto che le grandi accelerazioni geopolitiche sono quasi sempre il risultato di processi strutturali che maturano lentamente nel tempo e che, a un certo punto, iniziano a convergere. Gli eventi che osserviamo non sono quindi necessariamente la causa del cambiamento, ma piuttosto il segnale che il sistema nel suo insieme sta attraversando una fase di trasformazione.
Il sociologo e filosofo politico Raymond Aron osservava che i sistemi internazionali non sono mai statici. Vivono lunghi periodi di equilibrio relativo, interrotti da fasi in cui la distribuzione del potere cambia e gli attori sono costretti a ridefinire le proprie strategie. In quei momenti, ciò che fino a poco prima appariva stabile può improvvisamente rivelarsi fragile.
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi è quindi necessario allargare lo sguardo oltre la singola crisi e osservare il sistema internazionale nel suo insieme.
La lenta trasformazione dell’ordine nato nel 1991
Per oltre trent’anni il sistema internazionale è stato organizzato attorno a un equilibrio relativamente definito, nato dalla conclusione della Guerra fredda e dal dissolvimento dell’Unione Sovietica.
Con la fine del bipolarismo, gli Stati Uniti si trovarono nella posizione senza precedenti di unica superpotenza globale, capace di esercitare un’influenza politica, economica e militare su scala planetaria.
Questo assetto, spesso definito «unipolare», non eliminò naturalmente i conflitti, ma contribuì a creare un quadro di riferimento relativamente stabile all’interno del quale si sviluppò la fase più intensa della globalizzazione contemporanea.
Le principali rotte marittime furono garantite dalla superiorità navale occidentale, il sistema finanziario internazionale consolidò il proprio ruolo di infrastruttura globale e le catene produttive iniziarono a distribuirsi su scala planetaria.
Per circa tre decenni questo sistema ha funzionato con una relativa efficacia, pur attraversando crisi importanti. Tuttavia, come accade spesso nella storia, gli equilibri che appaiono più solidi sono anche quelli che lentamente iniziano a trasformarsi senza che ce ne si renda pienamente conto.
Oggi non assistiamo al crollo improvviso di quell’ordine, ma piuttosto a una progressiva trasformazione della distribuzione del potere globale. Gli Stati Uniti rimangono la principale potenza militare e tecnologica del pianeta, ma la struttura del sistema internazionale è diventata più articolata e complessa rispetto agli anni immediatamente successivi alla Guerra fredda.
Quando questo accade, il sistema entra inevitabilmente in una fase di riassestamento.
L’ascesa sistemica della Cina
Il fattore più evidente di questa trasformazione è rappresentato dalla crescita della Cina.
Per lungo tempo Pechino è stata percepita principalmente come una grande potenza economica emergente destinata a integrarsi progressivamente nell’ordine internazionale esistente. Negli ultimi anni è apparso sempre più chiaro che la dinamica è molto più complessa.
La Cina è oggi contemporaneamente una grande potenza industriale, un attore tecnologico di primo piano, una potenza militare in rapida modernizzazione e un protagonista geopolitico sempre più influente in numerose regioni del mondo.
La Belt and Road Initiative, l’espansione navale, gli investimenti infrastrutturali in Asia, Africa e Medio Oriente e la crescente competizione tecnologica con gli Stati Uniti indicano l’emergere di una strategia di lungo periodo che mira a ridefinire almeno in parte gli equilibri del sistema internazionale.
La relazione tra Stati Uniti e Cina rappresenta ormai uno dei principali assi della competizione geopolitica del XXI secolo.
Il ritorno delle potenze regionali
Accanto alla competizione tra grandi potenze emerge un’altra dinamica significativa: il crescente protagonismo delle potenze regionali.
Paesi come Iran, Turchia, Arabia Saudita, India e Israele stanno progressivamente rafforzando il proprio ruolo nelle rispettive aree di influenza, cercando di ridefinire equilibri strategici regionali che per lungo tempo erano rimasti relativamente stabili.
Il Medio Oriente rappresenta probabilmente il laboratorio più evidente di questa dinamica. In questa regione interessi energetici, rivalità religiose, competizioni geopolitiche e interferenze delle grandi potenze si intrecciano in una configurazione estremamente complessa.
La geopolitica dell’economia
Uno degli elementi più significativi della fase storica attuale è il ritorno della dimensione geopolitica dell’economia.
Per oltre trent’anni si è diffusa l’idea che la globalizzazione economica avrebbe progressivamente ridotto il peso della geopolitica. L’interdipendenza economica avrebbe reso il conflitto troppo costoso per tutti.
La realtà si è rivelata più complessa.
Energia, semiconduttori, infrastrutture digitali, materie prime strategiche e catene logistiche globali non rappresentano soltanto fattori economici, ma strumenti di potere geopolitico.
Sempre più paesi stanno cercando di ridurre dipendenze considerate rischiose e di rafforzare la sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento. Questo processo sta già ridefinendo alcune delle dinamiche economiche della globalizzazione.
Tecnologia e nuova competizione strategica
Accanto alla dimensione economica e a quella militare tradizionale sta emergendo con crescente chiarezza un’altra arena di competizione strategica: quella tecnologica.
Nel corso della storia le grandi trasformazioni geopolitiche sono state spesso accompagnate da cambiamenti tecnologici capaci di ridefinire il rapporto tra potere, economia e sicurezza.
Oggi un processo analogo si sviluppa attorno a tecnologie come intelligenza artificiale, semiconduttori avanzati, calcolo quantistico e infrastrutture digitali. Questi elementi stanno diventando componenti centrali della potenza strategica degli Stati.
Il mare e la struttura nascosta della potenza globale
Esiste tuttavia un elemento della competizione geopolitica contemporanea che rimane spesso poco visibile nel dibattito pubblico, pur essendo uno dei più determinanti: la dimensione marittima del potere globale.
Nel corso della mia esperienza operativa in mare ho potuto constatare quanto questa dimensione, apparentemente distante dalla vita quotidiana delle società terrestri, sia in realtà decisiva per la stabilità del sistema internazionale.
Ancora oggi oltre il novanta per cento del commercio mondiale viaggia via mare. Energia, materie prime, componenti industriali e prodotti finiti dipendono dalla sicurezza delle rotte marittime.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz, nel Mar Rosso, nello Stretto di Malacca o nel Mar Cinese Meridionale dimostrano quanto il sistema globale rimanga profondamente dipendente dalla sicurezza delle principali vie marittime.
Europa e Mediterraneo
Queste dinamiche globali si riflettono inevitabilmente anche nello spazio strategico europeo e mediterraneo.
La guerra in Ucraina ha riportato la dimensione della sicurezza militare nel cuore dell’Europa. Nel Mediterraneo allargato si intrecciano competizione energetica, instabilità politica e crescente presenza di attori globali e regionali.
Il Mediterraneo torna così a rivelare la sua natura storica di spazio di connessione tra Europa, Africa, Medio Oriente e Indo-Pacifico.
La domanda giusta
A questo punto la domanda forse non è quale crisi osservare, né quale evento analizzare per primo.
La domanda più importante è un’altra: stiamo assistendo a una semplice successione di crisi, oppure a una trasformazione più profonda dell’ordine internazionale?
Le crisi che osserviamo oggi non sono episodi isolati. Sono manifestazioni diverse di una trasformazione più ampia che riguarda la struttura stessa del sistema internazionale.
L’ordine nato alla fine della Guerra fredda sta lentamente lasciando spazio a un nuovo equilibrio che non è ancora pienamente definito.
Ed è proprio nelle fasi di transizione che la storia tende ad accelerare.
Spesso non ce ne accorgiamo mentre accade. Ma guardando indietro, quasi sempre scopriamo che gli ingranaggi avevano iniziato a muoversi molto prima di quanto immaginassimo.
Quando molti ingranaggi della storia iniziano a muoversi insieme, il mondo non entra semplicemente in una fase di crisi. Entra in una fase di trasformazione.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, mi segua.
*Ammiraglio Marina Militare