Referendum, Guarascio: «Dal fronte del Sì troppe fake news, non sono più i tempi di Palamara. Ora pensiamo ai veri problemi»
Il procuratore di Crotone rievoca i momenti della campagna referendaria su una riforma che «non avrebbe inciso in alcun modo sui mali della giustizia». L’invito a mantenere «uno stile di vita sobrio e imparziale» e la valutazione sulle correnti: «C’è molta disinformazione, sono state messe in atto molte riforme»
Lo ripete più volte, il procuratore di Crotone Domenico Guarascio: nel corso della campagna referendaria il racconto fatto sulla magistratura è stato «non solo menzognero ma anche pregiudizievole e ciò ha allarmato». Giovanissimo procuratore capo in una provincia difficile, Guarascio guarda ora al futuro: «Finita questa stagione referendaria, bisognerebbe parlare di riforme serie».
Procuratore Guarascio, il No nella provincia di Crotone ha vinto con oltre il 58% delle preferenze. Restano delle sacche di Sì, come a Cutro dove il risultato è stato ribaltato, o a Isola Capo Rizzuto e Umbriatico. Come legge questo dato?
«Leggo il dato positivamente, a prescindere dalla sussistenza di casi singoli. Partecipare a un referendum aumenta il senso di appartenenza alla vita pubblica e il livello di consapevolezza sulle questioni trattate. Proprio questo ultimo aspetto trovo significativo. Ho notato, partecipando a diversi dibattiti pubblici, un livello di attenzione importante a quelle che sono le tematiche di fondo del servizio giustizia. Credo che questo abbia inciso sul giudizio complessivo dei cittadini perché la riforma proposta non incide in alcun modo sui mali della giustizia».
Lei si è sempre speso nel parlare con i cittadini, non solo nel corso di questa campagna referendaria ma anche prima, nelle scuole e nelle piazze. È un lavoro che ripaga? Ritiene che i magistrati dovrebbero uscire di più dagli uffici e parlare tra la gente, nonostante un emendamento che vorrebbe il contrario?
«Credo sia necessario che i magistrati offrano testimonianza del proprio lavoro nelle scuole, nell’ambito di percorsi condivisi di sensibilizzazione alla legalità. Ritengo anzi questo un elemento esiziale della vita del magistrato. Per il resto ritengo che il magistrato debba possedere uno stile di vita sobrio e “imparziale”, ossia al riparo delle strumentalizzazioni. Questo è stato anche l’intento di chi si è impegnano in questa eccezionale campagna referendaria: spiegare ai cittadini le ragioni del no informandoli dei possibili rischi, senza altro aggiungere politicamente o inferire circa l’attuale o futura maggioranza parlamentare».
I sostenitori del Sì hanno spesso tirato in ballo il male insito nelle correnti. Lei come vive l'appartenere a una corrente e quali sono le storture che andrebbero raddrizzate?
«Personalmente rivendico l’appartenenza associativa, che vivo come momento culturale e valoriale. Rispetto alle correnti vi è tanta disinformazione. Esiste il correntismo come il partitismo ma nessuno negherebbe che i momenti di aggregazione fra soggetti che condividono stili e idee possa essere un detrimento per la democrazia. Attenzione all’imposizione di modelli narrativi che preferiscono giudici muti o privi di pensiero capaci di essere legittimamente discussi. Pensate che all’interno di queste famose correnti si analizzano riforme legislative che riguardano la giustizia, si segnalano criticità organizzative o strutturali, si promuovono convegni ecc. quanto può apparire minaccioso questo per la democrazia? Sono i meccanismi di scelta all’interno del Csm che possono far sorgere delle perplessità, ma dal caso Palamara in poi si sono attuate diverse riforme, che non sono state nemmeno spiegate dal legislatore della riforma, e si è preferito incedere su di una narrazione semplicistica, sospesa fra “casta” ed “accordi spartitori” in spregio alla realtà».
Inutile negare che da parte del mondo politico, soprattutto al governo, gli attacchi alla magistratura non sono mancati. Esiste un attacco secondo lei? E con la vittoria del No le cose cambieranno?
«È esistito un modo di concepire il ruolo del magistrato che in qualche misura è apparso non solo menzognero ma anche pregiudizievole e ciò ha allarmato».
Adesso c'è da mettere mano ai problemi veri, quotidiani, sia da un punto di vista pratico che normativo.
«I problemi ci sono, nessuno lo ha mai negato, anche all’interno dei sistemi di scelta e composizione delle percentuali laiche e togate all’interno del Csm; ma tali problemi non si risolvono con interventi puntivi. Ora, finita questa stagione referendaria, bisognerebbe parlare di riforme serie, che davvero interessano alla giustizia. Il problema di questa riforma era quello di aver fatto dei passi avanti rispetto soltanto, di fatto, alla modifica del Csm con la creazione di un’Alta corte disciplinare, con una narrazione sostanzialmente punitiva nei confronti dei magistrati. Ma non toccava nessun problema che riguardasse la giustizia».
Un'ultima domanda. Se lo aspettava questo risultato referendario?
«Forse si, ma non ci speravo».