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14/03/2026 ore 06.44
Attualità

Referendum sulla giustizia, la prudenza dei partiti dopo il “boomerang” del voto del 2016 su Renzi

A causa del timore di intestarsi una sconfitta, governo e opposizione mantengono toni cauti, evitando scontri frontali mentre il voto sulla riforma giudiziaria si avvicina

di Franco Gemoli
Matteo Renzi

Nel lessico della politica italiana esiste ormai una formula che vale più di molte analisi: “Renzi docet”.

Il riferimento è al referendum costituzionale del 2016 promosso dal governo guidato da Matteo Renzi, trasformato nel corso della campagna elettorale in un vero e proprio plebiscito politico sul premier. Il risultato è noto: la riforma venne bocciata e Renzi rassegnò le dimissioni da presidente del Consiglio.

Da allora quel precedente pesa come un monito su ogni consultazione referendaria. Ed è proprio questo fantasma politico a spiegare ciò che sta accadendo in queste settimane attorno al referendum sulla riforma della giustizia.

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Le gaffe che raffreddano la campagna

A rendere ancora più prudente il clima politico sono state alcune dichiarazioni controverse del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che hanno alimentato polemiche e acceso il confronto con magistratura e opposizioni.
Le parole del Guardasigilli hanno contribuito a spostare il dibattito dal merito tecnico della riforma al terreno più scivoloso della polemica politica. Il risultato è stato quasi immediato: la politica ha abbassato i toni. Meno slogan, meno dichiarazioni perentorie, meno tentativi di trasformare il referendum in una battaglia identitaria. Una scelta che appare tutt’altro che casuale.

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La paura di intestarsi una sconfitta

La ragione è semplice. In Italia i referendum raramente restano confinati al merito delle riforme. Spesso diventano un giudizio complessivo sulla classe politica o sul governo in carica. E nessun partito sembra disposto a correre il rischio di trasformare questo voto in una resa dei conti politica. In altre parole, nessuno vuole restare con il cerino in mano nel caso in cui il risultato dovesse rivelarsi politicamente sfavorevole.

La riforma che divide

Il referendum riguarda la riforma dell’ordinamento giudiziario sostenuta dal governo guidato da Giorgia Meloni. Al centro del progetto ci sono modifiche destinate a incidere profondamente sull’assetto della magistratura italiana: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri; la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura; nuovi meccanismi disciplinari e di selezione dei magistrati. Si tratta di interventi che toccano uno dei nodi più delicati dell’architettura istituzionale italiana: il rapporto tra politica, magistratura e indipendenza della giurisdizione.

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Una campagna sempre più prudente

Se nei mesi scorsi la riforma era stata presentata come una svolta storica, oggi la strategia comunicativa dei partiti appare decisamente più cauta.
La maggioranza difende il progetto, ma evita di personalizzare lo scontro. L’opposizione critica diversi aspetti della riforma, ma allo stesso tempo non sembra intenzionata a trasformare il referendum in una battaglia frontale contro il governo. È una prudenza che racconta molto della memoria politica italiana.

Il precedente che pesa

Il referendum del 2016 resta infatti una lezione difficile da dimenticare.
Allora il voto popolare finì per travolgere non solo la riforma costituzionale, ma anche la leadership politica che l’aveva promossa. Per questo oggi, mentre il referendum sulla giustizia si avvicina, la parola d’ordine sembra essere una sola: prudenza. Perché in politica i referendum possono trasformarsi in un boomerang. E dopo la lezione del passato, nessuno sembra disposto a correre il rischio di essere ricordato come il leader che si è intestato una sconfitta annunciata.