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13/06/2026 ore 10.15
Attualità

Ruggero Pegna e il “Miracolo d’amore” di Natuzza: «Mi disse che sarei guarito. Le sue parole furono la prima terapia»

La vicenda è raccontata in un libro ora trasformato nell’opera teatrale “Fortuna di Dio”, un’omaggio alla mistica di Paravati dopo la malattia e la guarigione: «Nella sua telefonata lessi una predizione. Allora cominciai a combattere»

di Ernesto Mastroianni

Prima ancora che produttore, autore e organizzatore di grandi eventi, Ruggero Pegna è uno dei tanti testimoni che attribuiscono a Natuzza Evolo un ruolo decisivo nella propria vita. Nel 2002, alla vigilia del matrimonio e nel pieno della sua attività professionale, fu colpito da una leucemia mieloide acuta fulminante. Le condizioni apparvero subito gravissime e le speranze di sopravvivenza erano ridotte al minimo. In quei giorni drammatici, mentre la medicina combatteva la sua battaglia, Pegna trovò sostegno nelle parole di Natuzza, che lo invitò a non arrendersi e gli annunciò che avrebbe superato la malattia. Ancora più sorprendente fu la sua rassicurazione riguardo al trapianto di midollo: nonostante l'assenza di donatori compatibili, Natuzza gli disse che la donatrice esisteva già e che sarebbe stata trovata. Poco tempo dopo venne individuata una giovane americana, appena iscritta al registro internazionale, risultata compatibile in modo eccezionale. Un episodio che Pegna considera ancora oggi una grazia ricevuta e che ha raccontato nel libro Miracolo d'amore.

Da questa esperienza di sofferenza, fede e rinascita nasce anche il desiderio di rendere omaggio alla mistica di Paravati attraverso il teatro. Con l'opera Fortunata di Dio, accolta da un pubblico profondamente coinvolto e commosso, Pegna porta in scena la storia di una donna che continua a suscitare devozione e interrogativi, intrecciando la dimensione spirituale con quella umana. In questa intervista racconta il rapporto speciale che lo ha legato a Natuzza Evolo, il ricordo di quella guarigione che ha cambiato il corso della sua vita e le emozioni che hanno accompagnato la realizzazione di uno spettacolo destinato a far conoscere il suo messaggio a nuove generazioni di spettatori.

Dopo quarant'anni di grandi produzioni musicali e teatrali, perché ha sentito che questo era il momento giusto per portare in scena la vita di Natuzza Evolo? Cosa l'ha spinta a trasformare questa storia in un'opera teatrale?
«Mi ha spinto il legame intimo e profondo che mi lega a lei. Grazie a mio padre, molto credente, l’ho conosciuta fin da bambino. Per lui la gita preferita era a Paravati. Ricordo ancora la teca con Gesù Bambino, che inizialmente mi spaventava e la cappella al piano terra della casa in cui abitava. Sono tanti gli episodi straordinari personali che potrei raccontare, ma quello che ho anche raccolto nel libro “Miracolo d’Amore” (edito da Rubbettino) è legato alla leucemia fulminante che mi colpì nel 2002, alla vigilia del mio matrimonio, poi celebrato in ospedale. Nonostante a parere dei medici non avessi alcuna speranza di farcela, lei mi rincuorò al telefono, dicendomi di accettare le sofferenze e combattere perché ce l’avrei fatta. “Io prego, stai tranquillo”, concluse. Fu la prima vera terapia, mi aggrappai a quelle parole e, dopo una serie di complicazioni, arrivai al momento del trapianto. “Devi farlo, altrimenti muori”, mi disse così. Alla notizia dell’assenza di alcun donatore compatibile, mi rassicurò, dicendomi che si era iscritta al registro dei donatori di midollo la mia donatrice. Così fu, una ragazza americana, unica al mondo compatibile con me, si era appena iscritta... Già nel 2006, al ritorno dall’ospedale, organizzai un grande concerto dove oggi c’è il Santuario, trasmesso da Rai International. L’idea dell’opera è nata da uno scambio con il maestro Francesco Perri, per il quale avevo già prodotto l’Opera su San Francesco di Paola. Lui ha iniziato a scrivere le musiche, io i testi. A buon punto del lavoro, ho voluto Andrea Ortis come regista, tra i più bravi del teatro moderno, che ha contribuito alla scrittura, aggiungendo dei binari narrativi dal forte impatto drammaturgico. Il risultato, ormai posso dirlo dopo la prima, è stato commovente, grazie anche alla bravura di Annalisa Insardà che l’ha interpretata in modo incredibile, a tutto il cast, ai creativi Virginio Levrio e Lele Moreschi che hanno lavorato al visual design e alle scenografie ad alta tecnologia, alle musiche meravigliose composte da Francesco».

“Fortunata di Dio” al Rendano, il teatro dell’anima che racconta Natuzza Evolo senza retorica

Fortunata di Dio racconta una figura amatissima dal popolo calabrese ma anche molto complessa. Qual è l'aspetto di Natuzza che ha voluto maggiormente mettere in luce: la mistica, la madre, la donna semplice o la guida spirituale?
«Con Andrea abbiamo avuto un lungo confronto, che ci ha portato ad una mediazione tra le due visioni, rivelatesi complementari. Io ho voluto fortemente la figura di Natuzza in scena, portando sul palcoscenico momenti chiave della sua vita, certo che fosse imprescindibile; lui ha creato la figura di don Marco, che ha arricchito l’Opera di un binario di forte impatto emotivo incentrato sulle riflessioni e posizioni prodotte dalla figura di mamma Natuzza all’interno della Chiesa. Attraverso la narrazione storica, da grande attore qual è, ha poi percorso tutta la sua vita, dalla partenza del padre per l’Argentina, fino alla scomparsa avvenuta l’1 novembre del 2009. Credo che l’impegno, il rigore e il senso di responsabilità profusi nel progetto abbiano messo in luce tutti gli aspetti della sua vita, quello della mamma innanzitutto. Le lunghe standing ovation del pubblico e i commenti di tutti, stampa, familiari, devoti, hanno confermato l’apprezzamento per il lavoro di ognuno, una grande famiglia artistica e tecnica che ha creduto fortemente in questo progetto».

Lo spettacolo evita il rischio dell'agiografia e prova a raccontare anche l'umanità di Natuzza. Quale episodio della sua vita l'ha emozionata di più durante la scrittura?
«L’idea di portare Natuzza in teatro è stata emozionate sin dall’inizio, consapevole della difficoltà. Ovviamente, scrivendo e immaginando alcune scene, ho rivissuto momenti della mia vita. Le emozioni più forti le ho provate ogni volta che, lavorandoci sopra, sentivamo alcune interviste di Pino Nano con la sua voce, il suo volto, le sue parole. Poi, alle prove generali, vedendo la bravura di Andrea nel racconto, la bravura di tutti e l’incredibile somiglianza di Annalisa in quel ruolo, ho pianto. Stupenda la scena dell’apparizione della Madonna, che le detta la costruzione della Villa della Gioia e della grande Chiesa. Al termine delle prove, ci siamo abbracciati sul palcoscenico, continuando a piangere insieme».

Le repliche al Teatro Rendano hanno suscitato una forte partecipazione emotiva del pubblico. Qual è stata la reazione che l'ha colpita maggiormente tra quelle ricevute dagli spettatori?
«Standing ovation e applausi così lunghi e sentiti non li ricordo neanche per big della musica o altre celebri opere. Poi, vedere, il pubblico con le lacrime agli occhi, è stato da brividi. La reazione che mi ha più colpito è quella di alcuni spettatori che non sono mai stati a Paravati e che mi hanno confidato di essere stati stimolati a visitare quei luoghi e il nuovo Santuario. E’ quello che volevo, che volevamo».

Ora che l'opera proseguirà il suo percorso in altri teatri, quale messaggio spera possa arrivare anche a chi conosce poco o nulla la figura di Natuzza Evolo?
«Si, 31 ottobre e 1 novembre Teatro Cilea di Reggio, 3 novembre Politeama di Catanzaro, 5 novembre Teatro Comunale di Vibo, poi vedremo. Il messaggio di mamma Natuzza è tutto nella sua stessa vita: amore, generosità, capacità di mettersi a servizio del Signore e degli altri, dare conforto, aiutare i più deboli, i malati, pregare per loro. E, allo stesso tempo, essere moglie esemplare, mamma di cinque figli e di tutta l’umanità che si è rivolta a lei per una preghiera e l’intercessione per una grazia. “Bisogna pregare e chiedere la grazia alla Madonna e a Gesù, senza chiedere non si può ottenere!”, un giorno mi disse così. Lessi quelle parole come la richiesta di porci con umiltà di fronte al Signore».

Il suo legame con Natuzza non nasce soltanto dall'ammirazione, ma da un'esperienza personale che ha segnato profondamente la sua vita. Quando la incontrò per la prima volta, che impressione le lasciò?
«La prima volta fu da bambino. Il medico di famiglia aveva previsto un intervento di appendicite. Mio padre volle andare da lei per un consiglio. Inizialmente cercò di convincermi che sarebbe stato un intervento semplicissimo. “E’ come un dente!”, mi disse. Al mio scoppiare a piangere, da bambino molto fifone, lei mi toccò la pancia, poi si rivolse ai miei genitori: “Dite al medico che non va operato, è una colite!”. Diventò la mia vera dottoressa, la persona a cui aggrapparmi nei momenti di difficoltà».

Nel suo libro Miracolo d'amore racconta gli anni della malattia. Ci riporta a quel periodo? Che cosa le dissero i medici e quali pensieri attraversavano il suo cuore in quei giorni?
«L’ho detto prima. Era un anno importante, con tanti successi professionali, diversi eventi prestigiosi. Stavo rientrando da Gioia Tauro, dove avevo lavorato per diverse settimane alla Sera dei Miracoli per Rai1. Era la vigilia del matrimonio, dopo una settimana avrei compiuto 40 anni… Un mal di pancia e mi ritrovo nel vortice della diagnosi di leucemia mieloide acuta indifferenziata, con ricovero immediato, matrimonio nella cappella dell’ospedale, nell’incredulità generale. Il mio pensiero, però, non volle accettare che fosse finita lì. Le parole di mamma Natuzza, le sue preghiere, insieme al suo Rosario che mi mandò in ospedale, mi aiutarono a combattere, a non mollare. Tra fede e medicina, grazie alla bravura dei medici e degli infermieri del Pugliese di Catanzaro, a quelli del San Martino di Genova per il trapianto, all’affetto di tutti, familiari, amici e conoscenti, grazie alle preghiere e predizioni di mamma Natuzza, quello che pensai in ogni preghiera, in ogni momento, è diventato realtà, sono tornato alla mia vita».

C'è stato un momento preciso, una frase, uno sguardo o un gesto di Natuzza che le fece intuire che qualcosa di straordinario stava accadendo nella sua vita?
«Sì, sin da subito le sue parole furono una iniezione di coraggio, ottimismo. Quando mi disse che avrei trovato la donatrice, il suo sguardo fu di amore infinito, davvero di mamma felice di ciò che, evidentemente, le stava dicendo l’Angelo al mio fianco. Quando tornai dal trapianto, mi inginocchiai ai suoi piedi e le baciai la mano. Lei mi tirò su, schernendosi: “Non devi ringraziare me, ma Dio, io ti ho detto sempre quello che mi ha detto l’Angelo, lui ha voluto così. Io non so niente, ripeto quello che mi dicono loro”».

Molti considerano la sua guarigione un evento inspiegabile. Lei, invece, come racconta oggi quell'esperienza? Quando ha compreso davvero che la speranza stava tornando a vincere sulla paura?
«In quella telefonata io lessi una predizione, ce l’avrei fatta! Come disse Salvo, uno dei miei infermieri a cui mi affezionai, mi vestii da samurai e iniziai a combattere. Oggi, penso che non tutto accada per caso. Voglio leggere quell’avventura come una richiesta di testimonianza, un messaggio da trasmettere, di fede, ma anche di ottimismo a chi si imbatte nella mia stessa avventura. Molti che si ammalano, trovano nel mio libro Miracolo d’Amore fiducia, coraggio, l’esempio di chi ce l’ha fatta. E ciò aiuta realmente a superare le crisi e le sofferenze, inevitabili durante il percorso delle cure verso la guarigione».

Dopo tutto quello che ha vissuto, che rapporto ha oggi con la fede, con il mistero e con il sacro? E se potesse rivolgere un ultimo pensiero a Natuzza, cosa le direbbe?
«Vedi, nonostante abbia vissuto forti e lunghe esperienze giovanili in Azione Cattolica e altri gruppi religiosi, le domande sulla vita, la morte, Dio, sono tante, sono umane e non trovano risposte nella ragione. Si evince in ogni mio libro di poesie o nei romanzi. Credo che molti siamo come San Tommaso, dobbiamo toccare, vedere, vogliamo prove. L’incontro con Natuzza lo considero un privilegio, un dono. Ecco, ho la certezza che esistano delle risposte ai nostri dubbi, che ci sia davvero tutto quello che lei vedeva, con cui parlava, che raccontava. Ho toccato la grandezza della fede… Non c’è un ultimo pensiero, ci sono tanti pensieri quotidiani. Lei c’è sempre, per tutti quelli che la cercano, la pregano, che hanno bisogno di lei».