Salute mentale, la Calabria intercetta il disagio ma non riabilita: la dura realtà dei centri semiresidenziali
Dalla rielaborazione di Gedeone sui dati del Ministero della Salute emerge una rete quasi inesistente. Otto utenti presenti nelle strutture diurne, 27 posti complessivi e un solo presidio censito a fronte di una domanda elevata
Otto utenti. Tanti ne risultano presenti nei servizi semiresidenziali di salute mentale sull’intero territorio calabrese. Ossia in quelle strutture socio-sanitarie o assistenziali che accolgono le persone durante il giorno per offrire cure, riabilitazione sociale e socializzazione.
È il numero che più colpisce nella rielaborazione dei dati del Rapporto Salute Mentale 2024 del Ministero della Salute proposta da Gedeone, e riassume un decennio in cui non è arrivata nessun tipo di svolta. A fronte di una domanda elevata, infatti, il Budget di Salute non è mai decollato e le risorse del Piano Nazionale Equità nella Salute non hanno ancora prodotto effetti concreti.
Di fronte a questi numeri, dunque, l’iniziativa di impresa sociale si chiede «perché, nonostante dieci anni di progettazione, sperimentazioni e investimenti del Terzo Settore, la salute mentale in Calabria continua a non registrare cambiamenti strutturali?»
Una rete di servizi insufficiente
Sul piano dell'intercettazione del bisogno la Calabria sembra messa bene: il tasso di utenti trattati dai servizi è di 191,4 ogni 10.000 abitanti, contro una media nazionale di 171,9. Ancor più significativo il dato sui nuovi utenti: 106,4 ogni 10.000 abitanti, quasi il doppio della media italiana, ferma a 55,4. I Dipartimenti di Salute Mentale (Dsm) intercettano dunque una domanda elevata e una crescente emersione del disagio psichico.
Il problema è ciò che accade dopo. I dati del Sistema Informativo Salute Mentale (Sism) disegnano, sostiene Gedeone, «una realtà complessa, nella quale la capacità di intercettare il disagio psichico non si traduce in adeguati percorsi di inclusione, riabilitazione e recovery». Il Rapporto Salute Mentale 2024 certifica una dotazione territoriale ai minimi: 0,2 posti in strutture semiresidenziali ogni 10.000 abitanti, contro 2,7 a livello nazionale; 0,1 utenti in strutture semiresidenziali, contro una media italiana di 4,5; 4 accessi semiresidenziali ogni 10.000 abitanti, contro 295; 0,5 utenti in strutture residenziali, contro 5,9; 40 operatori dei Dsm ogni 100.000 abitanti, contro 66,2.
In pratica, «la Calabria individua il disagio – sostiene Gedeone – ma non possiede una rete sufficiente di servizi in grado di accompagnare le persone nei percorsi di riabilitazione e inclusione sociale».
La scomparsa dei centri diurni
Il dato più allarmante riguarda l'assistenza semiresidenziale. I centri diurni sono uno dei pilastri della salute mentale di comunità prevista dalla Legge 180 e dal Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale: luoghi pensati per la riabilitazione psicosociale, i laboratori occupazionali, lo sviluppo delle autonomie, gli inserimenti lavorativi, il sostegno alle famiglie e una recovery orientata alla comunità. In Calabria, invece, risultano appena 8 utenti presenti nei servizi semiresidenziali sull'intero territorio regionale, un solo presidio semiresidenziale censito dal sistema nazionale e 27 posti complessivi, pari a 0,2 ogni 10.000 abitanti. Numeri che, osserva Gedeone, descrivono «di fatto la quasi totale scomparsa del sistema dei centri diurni».
Per Gedeone non si tratta «soltanto di una questione organizzativa. È la perdita del principale strumento di collegamento tra il trattamento sanitario e la piena partecipazione sociale».
Budget di Salute, la riforma mai realizzata
Negli ultimi quindici anni il Budget di Salute è stato indicato come lo strumento più innovativo per realizzare l'integrazione sociosanitaria. Le linee guida nazionali, il Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale (Pansm) e numerose esperienze regionali hanno dimostrato che consente di costruire progetti personalizzati attorno a tre assi: abitare, lavoro e relazioni sociali. In Calabria, però, nonostante numerosi protocolli, convegni e sperimentazioni, non è mai diventato una misura strutturale e universalmente accessibile. Mancano ancora una disciplina regionale compiutamente operativa, un sistema uniforme tra le Asp, un monitoraggio pubblico degli esiti e un'integrazione stabile tra sanità, ambiti sociali e Terzo Settore.
Ne deriva, evidenzia Gedeone, che «il sistema continua a finanziare prevalentemente prestazioni e strutture, mentre faticano ad affermarsi i “progetti di vita” previsti dall'articolo 14 della Legge 328/2000 e dalle successive norme sull'inclusione delle persone fragili».
Pnes, l'occasione mancata
In questo contesto avrebbe dovuto avere un ruolo strategico il Piano Nazionale Equità nella Salute (Pnes) 2021-2027, finanziato con risorse europee e rivolto prioritariamente alle regioni del Mezzogiorno. Concepito per ridurre le disuguaglianze territoriali nell'accesso ai servizi sanitari e sociosanitari, rafforzando la medicina territoriale e la presa in carico delle persone vulnerabili, per la Calabria, sostiene Gedeone, «avrebbe rappresentato un'opportunità storica».
Le risorse avrebbero potuto sostenere il Budget di Salute, gli interventi domiciliari, l'inclusione lavorativa, il rafforzamento dei servizi territoriali, i programmi di salute mentale di comunità e i percorsi di co-progettazione con il Terzo Settore. Invece, «a fronte delle risorse assegnate, gli effetti concreti sul sistema della salute mentale risultano ancora limitati», mentre molti operatori e organizzazioni segnalano ritardi nell'attuazione, nella messa a terra delle risorse e nell'avvio effettivo dei programmi.
Il rischio, aggiunge Gedeone, è «che anche questa occasione produca gli stessi risultati già osservati con altre programmazioni: fondi disponibili, procedure avviate, ma cambiamenti poco percepibili nella vita delle persone».
Le responsabilità di politica e Terzo Settore
Attribuire ogni colpa alle istituzioni, però, sarebbe riduttivo. Anche il Terzo Settore deve interrogarsi. Negli ultimi dieci anni cooperative sociali, associazioni di familiari e organizzazioni del volontariato hanno garantito una presenza fondamentale nei territori, spesso colmando i vuoti lasciati dal sistema pubblico, ma la crescita delle progettualità non si è tradotta in una parallela capacità di incidere sulle scelte strategiche regionali.
«Troppo spesso – evidenzia Gedeone – il Terzo Settore ha assunto una funzione sostitutiva anziché trasformativa. Si è concentrato sulla gestione delle emergenze senza riuscire a modificare stabilmente l'assetto delle politiche pubbliche».
Una questione di diritti
La salute mentale, ricorda Gedeone, non riguarda soltanto i servizi sanitari ma il diritto all'abitare, al lavoro, alle relazioni, alla partecipazione sociale e alla cittadinanza. In questa chiave, la quasi assenza di centri diurni, il mancato consolidamento del Budget di Salute e i ritardi nell'utilizzo delle risorse del Pnes indicano che la Calabria continua a investire poco sulle dimensioni che più incidono sulla qualità della vita delle persone.
Per l’impresa sociale «la vera emergenza non è soltanto clinica. È sociale». Perché, conclude Gedeone richiamando l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e il nuovo Pansm 2025-2030, «la guarigione non coincide con l'assenza di sintomi. Coincide con la possibilità di vivere una vita dignitosa all'interno della propria comunità».