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09/02/2026 ore 15.38
Attualità

Sangue e argilla di una Calabria che si sbriciola: 25 miliardi per sistemarla sono tanti? Costa di più non spenderli

Paghiamo il conto di un dopoguerra bulimico, in cui si è costruito ovunque. Serve un piano d'urto che tratti la regione come un malato in rianimazione, non come un cantiere infinito da cui mungere consensi

di Gianfranco Donadio*

Il fango ha un odore preciso. È un profumo dolciastro e marcio, di terra che ha smesso di reggere il mondo e ha deciso di scivolare via. A Maida, dove la pioggia di poche ore fa ha mangiato un altro pezzo di collina, quel puzzo ti entra nelle narici e non se ne va. Un vecchio guarda la sua vigna che ora, forse, punta dritta verso il greto del torrente. Non piange. Ha lo sguardo di chi osserva un tradimento annunciato.

La Calabria non è una regione. È uno “sfasciume pendulo”, lo dicevano un secolo fa e lo confermiamo oggi con la precisione brutale dei radar. Si sbriciola. Sotto i piedi, sopra la testa, ai lati, dove il mare morde l’asfalto delle statali. I dati Ispra del 2025 sono un bollettino di guerra in cui il 100% dei comuni è a rischio. Tutti. Non ne manca uno. Dalle vette del Pollino alle spiagge del reggino, ionico e tirrenico, la terra trema per l'acqua. Serve una montagna di soldi. Venticinque miliardi di euro. Lo ha scritto da queste colonne Pablo Petrasso. Una cifra che sembra un numero del lotto, ma che rappresenta il prezzo del riscatto per non sparire. È il costo stimato dall'Autorità di Bacino per tappare i buchi, fermare le frane, rimettere in sesto ferrovie che ballano sui dirupi e coste che il Tirreno sta inghiottendo a ritmi da record. Cinque miliardi solo per l'erosione costiera. Chilometri di spiagge svanite, ingoiate da onde cattive che ormai arrivano a bussare alle saracinesche dei lidi, trasformando i lungomari in cimiteri di cemento e tondini di ferro arrugginito.

La Calabria si sbriciola tra frane, mareggiate e alluvioni: per sistemarla servono 25 miliardi di euro

Il paradosso è feroce. Mentre la politica si accapiglia sui target di spesa del Pnrr e i commissari straordinari firmano ordinanze che sembrano preghiere, la natura si muove più veloce della burocrazia. A Paola, appena pochi giorni fa, il mare ha toccato i binari. La ferrovia, spina dorsale del Sud, è un filo teso sull'abisso. Se cede quella, la regione si spezza in due. Letteralmente. Eppure, tra un vertice a Roma e una passerella a Catanzaro, i lavori di protezione restano fantasmi sulla carta. Il Masterplan della sicurezza è un libro dei sogni ingiallito, dove i milioni stanziati si perdono nel labirinto di ricorsi, varianti e perizie che durano più delle alluvioni.

Si parla di 180 mila persone che vivono con l'orecchio teso al cielo ogni volta che scende un acquazzone. Centottantamila anime in bilico. Non è statistica, è ansia collettiva. Il Crati erode, il fango di Lamezia invade, la Sila frana sotto il peso di boschi non più curati. Ogni volta che una “flash flood”, una di quelle piene lampo che sembrano punizioni bibliche, colpisce un paese o una contrada, ricomincia il valzer della somma urgenza. Si buttano milioni per pulire le strade, per togliere il fango dalle cucine, per asfaltare buchi che si riapriranno al prossimo temporale. È il trionfo del rattoppo. Si spende per curare il sintomo, mai la malattia.

Venticinque miliardi sono un’enormità. Ma quanto costa non spenderli? Costa la morte lenta di una terra che si sta spopolando perché nessuno vuole più costruire il futuro su un terreno che scorre. Costa il turismo che scappa quando vede i litorali trasformati in distese di scogli artificiali brutti come cicatrici. Costa la dignità di un popolo che deve chiedere per favore la sicurezza di non finire sepolto mentre dorme.

La spesa per il dissesto tra il 2022 e il 2025 è raddoppiata, dicono dai palazzi della Regione. Bene. Ma è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino mentre un secchio d’acqua ti piove in testa. I canali di scolo sono ostruiti da decenni di cemento abusivo. I fiumi sono stati stretti in corsetti di cemento troppo stretti per la furia del nuovo clima. La Calabria paga il conto di un dopoguerra bulimico, dove si è costruito ovunque, anche dove l'acqua aveva il suo letto da millenni. E l'acqua, si sa, ha la memoria di un elefante perché torna sempre a riprendersi quello che è suo.

Guardi la mappa dei comuni e vedi solo macchie rosse. P3, P4. Pericolosità elevata, molto elevata. Termini tecnici per dire: “Qui potrebbe venire giù tutto”. A Corigliano Rossano, il sindaco urla sui social che il fiume erode e che le protezioni fatte in emergenza anni fa sono l'unica cosa che tiene. Una barriera di sabbia contro un gigante di fango. È questa l'immagine della Calabria di oggi, una diga di cartone sotto una cascata.

Non serve un saggio per capire che siamo fuori tempo massimo. Serve un piano d'urto che tratti la regione come un malato in rianimazione, non come un cantiere infinito da cui mungere consensi. Quei venticinque miliardi non sono una richiesta, sono un debito di sangue e terra che lo Stato ha con questa punta dello stivale.

Mentre scendo verso la costa, il cielo si fa nero carbone. L'aria cambia, diventa pesante. Il mare inizia a ringhiare contro la scogliera. Il vecchio di Maida, probabilmente, ha già messo le paratie davanti alla porta. Aspetta l'acqua, aspetta il fango, aspetta che qualcuno, prima o poi, smetta di contare i danni e inizi a contare i sassi che restano.

Se continuiamo così, tra dieci anni la Calabria sarà un'isola. O forse solo un ricordo di chi, un tempo, credeva che la terra fosse immobile.

*Documentarista Unical

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