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29/11/2025 ore 17.21
Attualità

Senza Stato l’informazione muore: l’editoria italiana rischia il collasso tra tagli e disuguaglianze

Contributi in calo, burocrazia pesante e soldi concentrati sui grandi gruppi: così testate locali e progetti digitali rischiano di sparire. Senza un intervento strutturale l’informazione diventerà un lusso

di Raffaele Florio

Vi presentiamo la quinta delle sei puntate sulla crisi della stampa in Italia. Un declino che ha radici antiche e ragioni complesse. LaC proverà a raccontarvelo.

La sopravvivenza della stampa italiana, in tutte le sue forme, dipende ancora oggi dagli interventi pubblici. Senza lo Stato, molte testate locali, indipendenti o di nicchia, non potrebbero nemmeno esistere. Eppure i fondi stanziati sono insufficienti, distribuiti in modo diseguale e spesso soggetti a tagli o procedure burocratiche che scoraggiano chi prova a innovare.

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Quanto dà lo Stato all’editoria e come vengono spesi i soldi

Ogni anno, lo Stato italiano mette a disposizione dell’editoria circa 100-120 milioni di euro. Questa cifra include contributi diretti alle testate, spesso legati al numero di copie o al tipo di pubblicazione; agevolazioni fiscali e riduzioni per le imprese editoriali; incentivi per l’innovazione digitale e il sostegno alle edicole.

Ma il punto cruciale non è solo quanto, ma come: la gran parte delle risorse va alle grandi testate nazionali e ai gruppi editoriali consolidati. Questo significa che chi già ha visibilità e risorse riceve il sostegno, mentre testate locali o nuove iniziative indipendenti restano spesso senza nulla, nonostante siano quelle che più garantiscono pluralismo e controllo democratico sul territorio.

Le testate locali, che raccontano la vita dei comuni, monitorano le amministrazioni locali e denunciano abusi spesso invisibili ai grandi media, sono le più penalizzate.

Spesso non hanno i numeri per accedere ai contributi statali, oppure le procedure burocratiche diventano un ostacolo insormontabile: documenti, certificazioni, rendicontazioni complesse.

Il risultato è che il pluralismo si riduce, perché chi resta senza sostegno non può competere né sopravvivere.

Le nuove testate indipendenti, quelle nate con modelli digitali o cooperative, rischiano di non vedere mai un euro pubblico, pur essendo spesso più innovative e vicine ai lettori.

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Cali e preoccupazioni: i contributi stanno diminuendo

Negli ultimi anni diversi governi hanno tagliato o rimodulato i fondi per l’editoria:

Il calo colpisce soprattutto le testate locali: molte hanno visto diminuire i fondi del 30-50% negli ultimi cinque anni. Per alcune, significa non poter garantire stipendi ai collaboratori, non poter stampare il giornale o sostenere la propria presenza digitale.

Perché i contributi statali sono essenziali

I contributi pubblici non sono elemosina, ma un investimento nella democrazia. Consentono di mantenere redazioni attive e indipendenti; garantiscono pluralismo e diversità di punti di vista; finanziano inchieste e cronache locali; sostengono iniziative digitali e innovazioni editoriali.

Senza questi fondi, l’informazione rischia di essere un bene di lusso, accessibile solo ai grandi gruppi e a chi può permetterselo, riducendo drasticamente la capacità dei cittadini di accedere a notizie affidabili.

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I rischi se lo Stato non farà di più

Se l’Italia continuerà a sottovalutare il ruolo dell’informazione centinaia di testate chiuderanno e il giornalismo locale scomparirà.

Il pluralismo sarà sempre più compromesso, le piattaforme digitali monopolizzeranno il flusso informativo, la disinformazione e le fake news cresceranno senza freni e i cittadini perderanno strumenti fondamentali per controllare il potere e partecipare alla vita pubblica.

Il problema, quindi, non è solo economico: è politico e civico. Senza un intervento strutturale, il quarto potere italiano rischia di scomparire, lasciando un Paese senza memoria, senza controllo e senza strumenti per difendere la democrazia.

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