Servizio idrico, la sfida della Calabria: la riforma c’è, ora servono le opere. Incontro a Castiglione cosentino
Dall’incontro emerge una convinzione condivisa: il futuro dipenderà anche alla capacità di mettere in piedi reti moderne, depurazione efficiente e investimenti capaci di rispondere alla sfida dei cambiamenti climatici
Per oltre trent’anni la Calabria ha rincorso una riforma dopo l’altra nel tentativo di rendere più efficiente la gestione dell’acqua, modificando assetti istituzionali, ridefinendo competenze e immaginando nuovi modelli organizzativi. Oggi, con la nascita di Arrical e l’affidamento della gestione unica a Sorical, la questione si sposta su un terreno più complesso: capire se il nuovo sistema riuscirà a trasformare il cambiamento normativo in infrastrutture moderne, reti efficienti, depuratori adeguati e investimenti capaci di rispondere alla crescente scarsità della risorsa.
È su questa sfida, più che sulla sola architettura della governance, che si è concentrato il confronto ospitato ieri al Frantoio dei Saperi, promosso dal Comune di Castiglione Cosentino, dal Consorzio Valle Crati e dall’associazione Castiglione per Tutti. Amministratori, tecnici, professionisti, rappresentanti delle istituzioni, ricercatori e cittadini, pur partendo da valutazioni differenti, hanno finito per convergere su un punto difficilmente contestabile: la riforma rappresenta soltanto il punto di partenza, mentre la vera partita si giocherà sulle opere e sulla qualità dei servizi.
A riportare per primo il confronto sul terreno della concretezza è stato il sindaco di Castiglione Cosentino, Salvatore Magarò, che ha letto la riforma attraverso lo sguardo degli amministratori locali, ancora oggi primo riferimento dei cittadini quando l’acqua manca, una condotta si rompe o il servizio non funziona. Ripercorrendo il lungo cammino dagli Ambiti territoriali ottimali all’attuale assetto regionale, Magarò ha ricordato come la Calabria continui a dipendere, in larga parte, da infrastrutture realizzate negli anni della Cassa per il Mezzogiorno. «Prima dell’attuale riforma abbiamo conosciuto altre esperienze organizzative che avrebbero dovuto garantire servizi più efficienti. Oggi viviamo una nuova stagione con Arrical e Sorical, ma il vero interrogativo riguarda la capacità di questo sistema di dare risposte concrete ai territori. Le nostre reti, i serbatoi e le opere di captazione sono stati realizzati in gran parte negli anni della Cassa per il Mezzogiorno e, da allora, gli investimenti strutturali non sono stati sufficienti. È su questo ritardo che dobbiamo intervenire, perché senza infrastrutture moderne nessuna riforma potrà raggiungere gli obiettivi che si è prefissata».
La preoccupazione dei sindaci riguarda soprattutto la capacità operativa del nuovo gestore, dalla rapidità delle riparazioni alla gestione completa del rapporto con gli utenti, compresa la riscossione. «Nei piccoli Comuni una rottura della rete viene affrontata nel giro di poche ore o, al massimo, il giorno successivo. Sorical sarà nelle condizioni di garantire gli stessi tempi su tutto il territorio regionale? E, nello stesso tempo, non possiamo immaginare che ai Comuni venga lasciato il compito di emettere le bollette e farsi carico delle morosità. Se la gestione è unica deve esserlo fino in fondo. Sono questi i parametri sui quali cittadini e sindaci giudicheranno l’efficacia della riforma».
Magarò ha poi indicato nel Consorzio Valle Crati un’esperienza positiva di gestione associata, capace di affrontare negli anni questioni complesse legate alla depurazione e, in altre fasi, al ciclo dei rifiuti, senza tuttavia nascondere un giudizio severo sul ritardo accumulato dalla Calabria. «Acqua e rifiuti continuano a essere due grandi questioni irrisolte. Senza investimenti importanti, programmazione e una visione di lungo periodo, temo che le difficoltà siano destinate ad aumentare. Mi auguro di sbagliarmi, ma oggi non vedo ancora quella svolta strutturale che tutti ci aspettavamo. Da questo confronto devono nascere proposte da portare alla Regione e ai soggetti gestori, perché il tempo delle analisi è finito: adesso servono decisioni».
Nelle parole della neo sindaca di San Pietro in Guarano, Tiziana Agosto, il tema ha assunto il profilo della responsabilità amministrativa e della cooperazione tra territori. Alla guida del Comune da poco più di un mese, Agosto ha definito il convegno un’occasione di ascolto e conoscenza, indispensabile per comprendere la fase raggiunta dalla riforma e il ruolo che gli enti locali saranno chiamati a esercitare.
«Per chi, come me, ha assunto da poche settimane la responsabilità di guidare un Comune, questo incontro rappresenta prima di tutto un’occasione di ascolto. È importante conoscere il percorso che ha portato alla riforma, capire quali risultati siano stati raggiunti e quali obiettivi restino ancora da conseguire, perché amministrare significa decidere sulla base della conoscenza dei problemi e non delle impressioni».
La sindaca ha riportato il confronto su un principio destinato a tornare più volte durante la serata: l’acqua non è soltanto un servizio, ma un diritto fondamentale che richiede investimenti, programmazione e una collaborazione stabile tra istituzioni. «I cittadini chiedono continuità nell’erogazione, qualità dell’acqua e capacità di programmare il futuro. Questi risultati richiedono infrastrutture efficienti e una collaborazione reale tra Comuni, istituzioni e gestori, perché nessun ente locale può affrontare da solo una sfida di questa portata».
Sul versante economico è intervenuto il commercialista Cairo Pierluigi, rappresentante dell’associazione Castiglione per Tutti, che, partendo dall’esperienza di revisore degli enti locali, ha individuato nella debolezza delle strutture tecniche comunali e nella difficoltà di riscossione dei canoni due dei principali ostacoli alla capacità di investimento.
«Nei bilanci degli enti locali emergono criticità che finiscono per condizionare tutto il sistema: da una parte la difficoltà di disporre di strutture tecniche adeguatamente organizzate, dall’altra la limitata capacità di riscossione, che riduce le risorse disponibili e rende sempre più difficile rinnovare reti e impianti ormai obsoleti. La vera sfida non è soltanto cambiare la governance, ma dimostrare che la gestione unitaria possa tradursi in infrastrutture moderne, maggiore efficienza e una tutela più efficace dell’acqua».
Il tema delle tariffe è stato affrontato da Mario Fortino, componente del Consiglio di amministrazione del Consorzio Valle Crati, secondo il quale la sostenibilità economica non può essere separata dalla qualità delle prestazioni garantite ai cittadini.
«Parlare di tariffe è sempre difficile, perché nessuno accetta aumenti senza comprenderne le ragioni. Ma la domanda non è soltanto quanto pagare: è quale servizio vogliamo garantire. Se chiediamo continuità, qualità dell’acqua, riduzione delle perdite e investimenti, dobbiamo sapere che tutto questo ha un costo; nello stesso tempo, però, ogni euro versato deve essere restituito sotto forma di servizi migliori, interventi più rapidi e infrastrutture più efficienti. È questo il patto di fiducia da costruire tra istituzioni e cittadini».
Con l’intervento di Vincenzo Granata, esperto del settore idrico, il dibattito si è spostato sul terreno della programmazione istituzionale e della qualità dei dati su cui poggia l’intero sistema. Richiamando il percorso normativo dalla legge Galli alla nascita di Arrical, Granata ha individuato nel Piano d’Ambito il documento essenziale per determinare priorità, investimenti e sostenibilità economica. «Il Piano d’Ambito rappresenta la bussola del servizio idrico regionale, perché è il documento sul quale vengono programmati gli interventi e costruiti gli equilibri dell’intero sistema. Proprio per questo deve poggiare su dati reali, certificati e aggiornati. Quando quel piano fu approvato manifestai perplessità, perché ritenevo che la ricognizione disponibile non restituisse fedelmente lo stato delle infrastrutture calabresi. Senza una fotografia attendibile delle reti non può esistere una programmazione efficace».
Granata ha ricordato inoltre che la legge regionale attribuisce al Consiglio regionale il compito di controllare l’attuazione della riforma, chiedendo una verifica pubblica sugli investimenti realizzati, sullo stato del Piano d’Ambito e sui risultati ottenuti, e ha sollecitato una partecipazione più incisiva dei sindaci alle scelte strategiche. «I sindaci non possono limitarsi a ratificare decisioni già assunte. Devono partecipare alla costruzione delle strategie, perché conoscono lo stato delle reti, delle sorgenti e degli impianti presenti nei rispettivi Comuni. Nessun algoritmo potrà sostituire la conoscenza del territorio maturata dagli amministratori locali».
Digitalizzazione dei contatori, tracciabilità dei consumi, controllo dei costi e competenze manageriali sono stati indicati come gli altri pilastri del nuovo sistema. «La Calabria non deve inventare nulla, ma può assumere come riferimento le esperienze più avanzate, nelle quali pianificazione e sistemi di controllo procedono insieme. Una riforma di questa portata richiede dirigenti preparati, strutture competenti e una gestione fondata sul merito, perché quando si amministrano servizi essenziali non esistono scorciatoie: servono responsabilità e risultati verificabili».
Dalle norme agli impianti, la relazione dell’ingegnere Oreste Citrea, direttore facente funzioni del Consorzio Valle Crati nonché responsabile dell’Ufficio Tecnico, ha mostrato quanto il funzionamento della depurazione dipenda da equilibri tecnici, energetici ed economici spesso sconosciuti al grande pubblico. Citrea ha distinto i costi operativi dagli investimenti e ricordato che il Consorzio è riuscito a mantenere la tariffa di depurazione intorno ai diciotto centesimi al metro cubo, pur annunciando una revisione resa inevitabile dall’aumento dell’energia, dei carburanti e delle attrezzature. «Le tariffe non vengono costruite casualmente. Dietro ogni valore ci sono consumi energetici, manutenzioni, personale e investimenti. Nel 2019 e nel 2020 abbiamo calibrato la tariffa sui costi reali sostenuti dal Consorzio, mantenendo un importo estremamente contenuto. Oggi quei parametri devono essere rivisti, ma l’obiettivo rimane preservare l’equilibrio tra sostenibilità economica e qualità del servizio».
Il dato più significativo riguarda le cosiddette acque parassite, vale a dire infiltrazioni, drenaggi, acque di falda e conferimenti impropri che entrano nelle fognature aumentando enormemente i volumi da trattare.
«Il depuratore riceve normalmente circa tremila metri cubi d’acqua ogni ora e, quando piove, può arrivare anche a seimila. Una parte consistente di quell’acqua non dovrebbe entrare nella rete fognaria. Ogni metro cubo in più significa maggiori consumi di energia, più reagenti, costi superiori e un lavoro più gravoso per gli impianti. Ridurre le acque parassite vuol dire migliorare la depurazione, contenere le spese e aumentare l’efficienza.»
Citrea ha richiamato anche la necessità di separare correttamente le normali acque meteoriche da quelle che dilavano piazzali e aree produttive, potenzialmente cariche di idrocarburi e metalli, indicando nel telecontrollo, nell’automazione e nella gestione digitale degli impianti la strada obbligata per la depurazione del futuro.
«La depurazione moderna non si governa più soltanto con le opere civili. Significa utilizzare sistemi di telecontrollo, intervenire da remoto, regolare consumi, ossigenazione e portate. È una gestione sempre più tecnologica, che richiede competenze nuove e investimenti continui.»
La fotografia tecnica offerta da Citrea è diventata il punto di partenza dell’intervento di Carlo Guccione, componente della Direzione nazionale del Partito Democratico e responsabile nazionale del Dipartimento Salute, che ha indicato nella mancanza di una politica organica degli investimenti il limite comune alle riforme succedutesi nel tempo.
«Tutte le riforme, indipendentemente dal colore politico di chi le ha promosse, hanno mostrato gli stessi limiti. Cambiare gli enti e istituire nuovi soggetti gestori non basta se non si costruisce contemporaneamente una politica degli investimenti. Dopo la Cassa per il Mezzogiorno il sistema idrico calabrese non ha più conosciuto un vero programma di ammodernamento. È questo il vuoto che oggi siamo chiamati a colmare, intervenendo sull’adduzione, sulle reti urbane, sulla depurazione e sulle nuove tecnologie.»
Richiamando l’esperienza del PNRR, Guccione ha osservato che ottenere finanziamenti non basta se le amministrazioni non riescono poi a trasformarli in opere funzionanti. In questa prospettiva ha indicato il Consorzio Valle Crati, dopo il risanamento dei conti, come uno degli strumenti attraverso cui rafforzare la capacità operativa dell’area urbana di Cosenza e Rende.
«Il Consorzio oggi si trova in una condizione diversa rispetto al passato e può diventare protagonista della nuova stagione degli investimenti, a partire dal project financing e dall’adeguamento degli impianti alle esigenze del sistema industriale. Non possiamo permettere che imprese di livello internazionale trovino un limite allo sviluppo perché manca un’infrastruttura adeguata. Allo stesso modo, l’acqua depurata non deve essere considerata un rifiuto, ma una risorsa da destinare, nel rispetto delle norme, all’agricoltura e alle attività produttive.»
L’altro presupposto indicato da Guccione è la trasparenza nella gestione delle risorse e nella selezione della classe dirigente.
«Quando si parla di centinaia di milioni di euro destinati alle infrastrutture, la trasparenza non è un valore aggiunto, ma il presupposto della credibilità delle istituzioni. Le scelte devono essere leggibili, verificabili e condivise con i territori, perché soltanto così si può costruire un rapporto di fiducia tra cittadini, enti locali e gestori.»
A collocare la questione idrica nella dimensione più ampia della crisi climatica è stato Domenico Pappaterra, già parlamentare,ex presidente del Parco nazionale del Pollino ed ex direttore generale di ARPACAL, che ha ricordato come gli allarmi sulla scarsità delle risorse e sulla vulnerabilità del territorio fossero già presenti nella grande stagione riformatrice sviluppatasi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.
«La consapevolezza della centralità dell’acqua non nasce oggi, ma con una stagione che produsse la legge sulla difesa del suolo, quella sulle aree protette, il Servizio nazionale della Protezione civile e la legge Galli. Erano provvedimenti che già allora guardavano ai cambiamenti che oggi stiamo vivendo. Purtroppo, per troppo tempo, quei segnali sono stati sottovalutati.»
La riduzione dell’innevamento sul Pollino e sulla Sila, l’abbassamento delle riserve e l’alternanza tra siccità e precipitazioni violente mostrano, secondo Pappaterra, come la crisi dell’acqua non possa essere affrontata separatamente dalla tutela del suolo, dall’agricoltura e dalla sicurezza delle comunità.
«Fenomeni che fino a pochi anni fa sembravano eccezionali stanno diventando la normalità. Le montagne registrano livelli di innevamento sempre più bassi, i bacini si riducono e i periodi di siccità si alternano a precipitazioni che il territorio non riesce ad assorbire. Tutto questo non riguarda soltanto l’ambiente, ma l’economia, la sicurezza e la qualità della vita.»
Pappaterra ha richiamato gli avvertimenti del mondo scientifico e l’enciclica Laudato sii, rimasti troppo a lungo ai margini delle decisioni pubbliche, soffermandosi poi sulla depurazione come punto di incontro tra salute, ambiente e sviluppo economico.
«Negli anni i controlli hanno fatto emergere scarichi abusivi, impianti inadeguati e reti fognarie nelle quali confluivano sostanze incompatibili con un corretto trattamento. L’acqua non può più essere considerata soltanto un servizio pubblico: è un’infrastruttura strategica, una risorsa economica, un presidio ambientale e uno strumento di coesione sociale. Se riusciremo a governarla con questa consapevolezza, la Calabria potrà trasformare una fragilità in un’occasione di sviluppo.»
A chiudere il confronto è stato il presidente del Consorzio Valle Crati, Massimiliano Granata, che ha intrecciato il bilancio dell’esperienza dell’ente con una proposta per il futuro del sistema regionale, rivendicando il passaggio da una situazione debitoria di circa 40 milioni di euro ad un assetto finanziario risanato con un utile di circa 8milioni di euro e indicando nel catasto degli scarichi uno degli strumenti più importanti costruiti negli ultimi anni.
«Abbiamo trovato un ente in una situazione estremamente complessa e abbiamo scelto di riportare ordine nei conti, recuperare efficienza e costruire una struttura capace di offrire servizi ai Comuni. Nello stesso tempo abbiamo realizzato il catasto degli scarichi, perché prima di programmare bisogna conoscere il territorio, sapere chi scarica, dove e in quali condizioni. Oggi nessun permesso di costruire può prescindere dall’autorizzazione all’allaccio rilasciata dal Consorzio: è un cambiamento amministrativo e culturale.»
Granata ha espresso forti perplessità sulla capacità di un’unica struttura centrale di governare direttamente una regione caratterizzata da centinaia di piccoli impianti, territori montani e reti profondamente diverse, proponendo di valorizzare le competenze già consolidate sul territorio.
«Non proponiamo di tornare indietro e non mettiamo in discussione la necessità di un sistema unitario, ma riteniamo che questo debba utilizzare le esperienze che funzionano. Il modello Valle Crati dimostra che si possono coniugare equilibrio economico, efficienza operativa e rapidità negli interventi. Pensare di governare tutto da una struttura centrale, senza valorizzare le realtà territoriali, rischia invece di rendere più difficile la gestione quotidiana.»
Il presidente ha inoltre riferito di un confronto in corso con un primario operatore europeo del settore, finalizzato ad acquisire competenze industriali e tecnologiche senza modificare la natura pubblica del servizio, e ha chiesto di accelerare il project financing e il potenziamento del depuratore consortile.
«Esistono progetti definiti, risorse già individuate e una struttura che ha dimostrato di saper gestire servizi complessi. Quello che serve è trasformare la programmazione in cantieri e i cantieri in opere funzionanti. La partnership sulla quale stiamo lavorando può rafforzare le competenze tecnologiche e organizzative del Consorzio e fare della Valle Crati un laboratorio di innovazione per la Calabria.»
Il confronto non si è esaurito negli interventi della tavola rotonda. Dal pubblico sono arrivati il richiamo alla progressiva riduzione delle sorgenti e ai rischi idrogeologici legati alla siccità, la proposta di utilizzare le acque depurate in agricoltura, sull’esempio di esperienze internazionali, e il contributo dell’ing. Carnevale, ricercatrice del CNR, che ha offerto la propria collaborazione per valutare l’impiego delle tecnologie a membrana negli impianti di trattamento. Interventi che hanno mostrato come la sfida dell’acqua non riguardi soltanto l’organizzazione degli enti, ma chiami in causa conoscenza scientifica, partecipazione civile e capacità di valorizzare le competenze presenti sul territorio.
Il confronto di Castiglione Cosentino ha restituito così l’immagine di una Calabria che non può più limitarsi a ridisegnare gli enti mentre le reti invecchiano, la disponibilità d’acqua diminuisce e la depurazione continua a condizionare ambiente, agricoltura e sviluppo produttivo. La riforma ha definito il nuovo perimetro istituzionale; adesso dovrà dimostrare di saper produrre cantieri, interventi tempestivi e servizi misurabili. È su questo, non sulle intenzioni, che verrà giudicata.