Sezioni
Edizioni locali
08/07/2026 ore 09.40
Attualità

Senza contratto né giorni liberi: «Lo stipendio? Poi vediamo». In Calabria il conto del turismo estivo lo paga chi lavora

Part-time fittizi con stipendi da fame e chi osa far valere i propri diritti viene ricattato e rischia il licenziamento. Le testimonianze raccolte da un Osservatorio sullo sfruttamento raccontano il solito disumano meccanismo che si ripete ogni anno nella nostra regione 

di Paolo Mazza

«Il pagamento? Poi vediamo». È la frase che, prima o poi, arriva al posto dello stipendio. Non è la sfortuna di un singolo, ma un copione che si ripete ogni estate lungo la costa calabrese, dove il turismo stagionale muove profitti consistenti e scarica il conto quasi sempre sulla stessa voce: il lavoro. Un Osservatorio nato per monitorare lo sfruttamento nel settore ha raccolto negli ultimi mesi decine di testimonianze da tutta la regione, e a metterle una accanto all'altra non emerge una serie di casi sfortunati, ma un meccanismo che si ripete con una precisione quasi industriale.

Le denunce raccontano di stipendi mai versati, di contratti firmati per poche ore e trasformati sul campo in turni interminabili, di prove di lavoro non retribuite che si concludono con un secco “non possiamo più assumerti”. A tenere insieme storie così diverse - un bar di Tropea, un'azienda di sott'oli a Reggio Calabria, uno stage in un comune nel Cosentino - è la stessa logica di fondo, per cui chi lavora d'estate in Calabria sa che i suoi diritti valgono meno del fatturato della stagione.

Cinque le casistiche in cui si può incasellare quasi ogni segnalazione raccolta: mancato pagamento delle retribuzioni, lavoro nero o grigio, sfruttamento dell'orario di lavoro, violazioni della normativa contrattuale, ricatti occupazionali. Spesso convivono nella stessa storia, sulla pelle della stessa persona.

Turni infiniti, riposi negati

A Ricadi, in provincia di Vibo, una lavoratrice ha raccontato di aver lavorato 75 giorni consecutivi senza un giorno libero. Chi ha raccolto la sua denuncia non usa mezzi termini: «Complimenti a questi giovani imprenditori che hanno studiato bene come sfruttare le bestie». Una situazione, questa, che si può ritrovare anche altrove.
A Tropea - definita non a caso “il paradiso degli imprenditori e l'inferno dei lavoratori” - c'è chi pur avendo un contratto regolare si è visto negare persino un'ora di pausa per staccare e fare una doccia tra un turno e l'altro.
Un altro racconto, sempre da Tropea, è ancora più duro: nessun contratto, nessun giorno libero da maggio a settembre, malattie contratte per lo stress mai riconosciute, un clima fatto di arroganza e atteggiamenti persecutori.
In un bar di un luogo non precisato, invece, il bancone resta aperto dalle 10 di mattina a mezzanotte e la giornata di prova viene pagata con un voucher. L'attività, tra l’altro, chiude tra novembre e febbraio senza che al lavoratore venga garantito un contratto, quindi senza possibilità di accedere alla disoccupazione.

Contratti fantasma e part-time che non esistono

La seconda casistica più diffusa è quella del lavoro nero o grigio, spesso mascherato da contratti part-time del tutto fittizi. C'è chi viene assunto per quattro ore ma ne lavora il doppio, con uno stipendio fermo a mille euro al mese. C'è chi firma un part-time a tempo determinato, tre giorni a settimana per otto ore al giorno, e si ritrova con trenta euro al giorno, trecentosessanta euro al mese. Una cifra che non tiene conto né delle ore reali né dell'inquadramento previsto dal contratto collettivo di categoria.
In un hotel di una località non precisata, una stagista viene pagata seicento euro al mese per un lavoro che spazia dal bar al ristorante fino alle pulizie delle camere, con l'obbligo di disponibilità nei weekend e nei giorni festivi.

Colloqui-truffa e stage mai retribuiti

C'è poi una zona grigia particolarmente insidiosa, quella dei falsi periodi di prova. A Reggio Calabria, in un'azienda che produce prodotti tipici sott'olio, una candidata supera il colloquio e viene chiamata per il giorno di prova. Si ritrova a lavorare da sola, senza che nessuno le spieghi nulla, in una giornata surreale che si conclude a metà mattinata con un secco “non possiamo più assumerti”. Ecco come sottrarre tempo ed energie sottratti a chi cercava un'opportunità.
Nella provincia di Cosenza, tra agosto e ottobre 2023, una lavoratrice viene pagata cento euro a settimana in un bar, con la promessa di un aumento a centoventicinque se le cose fossero migliorate. L'anno dopo, dopo un corso per contabili, le viene proposto uno stage al Comune mai retribuito. Il lavoro gratuito, presentato come gavetta necessaria, resta una delle forme più subdole di sfruttamento.

Il ricatto occupazionale come regola

Infine, la casistica più silenziosa e forse più pericolosa: il ricatto occupazionale. A Tropea, dopo dieci anni di lavoro negli stessi turni massacranti, una persona perde il posto con l'accusa di diffamazione, un'etichetta che spesso nasconde soltanto la colpa di essersi lamentata. Chi protesta, denuncia e chiede il rispetto dei propri diritti, in casi come questo, non solo rischia il licenziamento ma viene persino additato come problema

Un'economia costruita sul silenzio

Quello che emerge da queste testimonianze, dunque, non è un'eccezione. Si tratta di un vero e proprio modello economico che nel turismo estivo calabrese si ripete stagione dopo stagione.
Molti imprenditori hanno imparato a calcolare con precisione fino a dove possono spingersi senza pagare, senza contrattualizzare, senza riconoscere riposi e diritti, contando sul fatto che la disoccupazione regionale e la stagionalità del lavoro renderanno quasi impossibile una denuncia.
Inutile, dunque, dare adito ai soliti appelli. Inutile mostrare solo buona volontà. Serve una rete di tutela per i lavoratori, perché finché il “poi vediamo” resterà la risposta più comune alla domanda “quando mi paghi”, la Calabria continuerà a essere il paradiso di pochi e l'inferno di troppi.