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26/09/2026 ore 06.30
Attualità

«Siete tutti i benvenuti», Papa Leone e la libertà di stampa: quelle parole che il potere non vuole sentire

Dagli Stati Uniti a Gaza, dalla Russia all’Italia fino alle intimidazioni della ’ndrangheta: raccontare la verità può costare caro. E anche tagliare risorse e contributi può diventare un modo per mettere in difficoltà chi fa informazione

di L. F.

Papa Leone sa usare le parole giuste al momento giusto. Non parla mai di pancia, non si irrita, non urla, eppure tante sue parole hanno una forza straordinaria. Sono potenti.

«Sono contento che voi siate tutti qui».

Ecco una frase semplice che potrebbe essere anche banale, eppure detta dal Papa ai giornalisti incontrati in Francia, dopo le polemiche per l’esclusione di alcune testate dalla Casa Bianca, quella frase assume una forza straordinaria. Soprattutto perché il Papa ha immediatamente aggiunto che è «molto importante una buona copertura mediatica» e che «qui siete tutti i benvenuti».

Questa semplice frase arriva in un momento nel quale la libertà dell’informazione è sotto pressione in molte parti del mondo.

Arriva dagli Stati Uniti, dove il presidente americano non perde occasione per aggredire i giornalisti che osano fargli una domanda, che non sia banale e scontata. Trump ha ripetutamente attaccato giornalisti e grandi testate, accusandoli di diffondere notizie false. Ormai tra lui è la verità c’è un abisso.

Una frase quella del Papa in Francia che arriva mentre in molte parti del mondo fare il giornalista significa sempre più rischiare la vita.

Nel 2025, secondo il Committee to Protect Journalists, sono stati uccisi nel mondo 129 giornalisti e operatori dei media, il numero più alto registrato dal CPJ dal 1992.

A Gaza la situazione ha assunto dimensioni drammatiche: il CPJ ha documentato centinaia di giornalisti e operatori dei media uccisi dall’inizio della guerra, con una revisione aggiornata che ha portato a 229 i casi registrati tra ottobre 2023 e agosto 2026 nei territori israeliani e palestinesi.

Ma non bisogna andare fino a Gaza, all’Ucraina, in Medioriente per capire quanto possa costare raccontare la verità. Quanto possa dare fastidio a chi gestisce il potere, a chi comanda, a chi non sopporta di essere controllato.

Bisogna guardare anche all’Italia. Alla mafia, alla camorra, alla criminalità organizzata.

Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani: giornalisti assassinati perché avevano scelto di raccontare ciò che i clan volevano nascondere. Siani fu ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, a soli 26 anni. Fava dalla mafia nel 1984. Impastato nel 1978.

E bisogna guardare alla Calabria.

Qui la ’ndrangheta non ha avuto bisogno di uccidere un giornalista per provare a imporre il silenzio. Sono bastate minacce, intimidazioni, pressioni, avvertimenti. E sono tanti i cronisti che hanno rischiato la vita, perché hanno scritto e visto quello che doveva rimanere all’ombra.

Nel 2012 la Commissione parlamentare antimafia arrivò ad ascoltare nove giornalisti calabresi minacciati o intimiditi per il loro lavoro, e insieme a loro decine di cronisti che fanno i loro dovere, ma che devono spesso subire minacce e attentati.

Questa è la realtà dalla quale bisogna partire.

La libertà di stampa non è un privilegio dei giornalisti. È un diritto dei cittadini.

Un giornalista può sbagliare. Può essere criticato. Deve rispondere dei propri errori. Ma nessun potere politico, economico o criminale può stabilire quali domande siano ammesse, quali giornalisti siano graditi, quali notizie debbano essere raccontate e quali debbano essere cancellate.

E la storia lo dimostra.

Dove la stampa viene aggredita, la democrazia si indebolisce. Dove i giornalisti vengono minacciati, incarcerati o uccisi, il potere comincia a diventare incontrollabile.

È quello che abbiamo visto e continuiamo a vedere in Russia, dove giornalisti come Anna Politkovskaja, assassinata a Mosca nel 2006, hanno pagato con la vita il loro lavoro di denuncia.

Per questo le parole di Leone XIV hanno un significato straordinario.

Il suo semplice «Siete tutti i benvenuti» rappresenta una porta spalancata sulla verità.

E in un tempo nel quale troppe porte vengono chiuse in faccia ai giornalisti, è importante ricordare una cosa elementare e terribile insieme: senza libera stampa non esiste democrazia.

Perché la democrazia deve essere trasparente, deve vivere in una casa di vetro, deve illuminare anziché oscurare.

Ma ci sono anche tanti modi per intimorire chi fa libere informazione. Basta togliere i contributi, basta tagliare le risorse previste dalle leggi, basta rendere difficile la vita agli editori e ai giornalisti che lottano per raccontare quello che vedono, per indicare la strada della verità. Una strada difficile anche nelle democrazie, anche in Italia, soprattutto in Calabria.