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01/05/2026 ore 14.03
Attualità

Sotto il sole dell’Intelligenza artificiale, buon Primo Maggio dal futuro: chi suda guadagna, chi pensa cerca lavoro

Un futuro dominato dall’IA, il lavoro che cambia forma, le città che si trasformano. Eppure coltivare cultura, ingegno ed empatia non può essere un optional

di Rocco Sicoli*

C’è il sole e il caldo della bella stagione a baciare questo Primo Maggio di piazza davanti al Palazzo della Regione Calabria, nel suo nuovo format che sfrutta AI e tecnologia per animare l’intero Paese, dove l’età media avanza, i figli sono un miraggio e il lavoro… beh quello sta sparendo; e i sopravvissuti sono quelli con le mani sporche, non quelli con i colletti bianchi; non i metalmeccanici delle fabbriche, ormai quasi interamente robotizzate, ma i tanti “factotum” che girano per la città nei loro veicoli a guida autonoma con attrezzi e piccoli robot pronti riparare, sostituire e costruire quello che l’AI ancora non riesce a percepire e affrontare.

Già, l’intelligenza artificiale è ormai ovunque. Tanto da farmi chiedere mentre scrivo questo pezzo, se valga la pena farlo. Non è un pensiero nuovo. Me lo chiedo ogni volta che apro un documento, ormai da qualche anno. Anche se oggi, sarà la nostalgia per quel Primo Maggio romano a base di Daniele Silvestri e giovani scatenati, seduto sotto i portici del colosso regionale con il caffè che si raffredda e la piazza che si riempie lentamente, il dubbio è più presente del solito. Più simile a una domanda vera con un animo sociale, più che a una crisi d'ansia professionale.

Perché nel tempo che impiegherò scrivere questo articolo: a girare, a sedermi con la gente, a trovare la parola giusta, a togliere quella sbagliata, a fare qualche foto e video; un sistema AI ha già prodotto diecimila pezzi sul Primo Maggio 2035. Li ha pubblicati su centinaia di testate. Ottimizzandoli per migliaia di algoritmi. Articoli formalmente corretti, fluenti, ben strutturati. Probabilmente migliori del mio, dal punto di vista tecnico.

Eppure eccomi qui. Con il mio iPad in mano, il mio zaino fotografico in spalla e la voglia di raccontare quell’umanità che ancora i sistemi AI non sanno raccontare.

Una città che si osserva da sola

Catanzaro stamattina è piena di occhi. Le telecamere del sistema di mobilità autonoma leggono i marciapiedi, gestiscono i flussi di pullman e auto, alimentano i pod silenziosi che si muovono per vendere bibite e panini. Mentre un sistema AI sa esattamente quante persone ci sono in piazza, ormai da anni non esistono più le stime “a stringere” della Prefettura e quelle “a gonfiare” degli organizzatori,ì. Le poche forze di polizia presenti sui loro tablet hanno la loro distribuzione per età, il sentiment delle conversazioni social geolocalizzate nell'area, segnalazioni automatiche in caso di atteggiamenti sospetti.

Quello che ancora l’AGI (l’intelligenza generale che ci guida per mano dal 2029) non sa, però, è che il signore col cappello di paglia seduto sul bordo della piazza davanti ad una delle tante casette dell’acqua, si chiama Enzo. E che quel cappello ha un nastro verde, leggermente scolorito, che lui tocca distrattamente ogni tanto, come si tocca qualcosa a cui si è affezionati senza volerlo ammettere. Questo, nessuna telecamera lo vede e nessuna AI lo interpreta. Forse è rimasto solo questo al giornalismo: andare a sedersi accanto a Enzo e capire cosa vede e cosa guarda.

Intanto il palco si anima, tra un ologramma di un leader nazionale e un rappresentante sindacale locale in carne e ossa; la cosa che più mi soprende da qualche anno è che su quel palco salgano anche rappresentanti di Confindustria, di Confcooperative, di Coldiretti, i nemici di una volta che parlano del lavoro con lo stesso afflato dei sindacalisti. Politici di destra e sinistra, dopo un decennio finalmente comprendono l’impatto dell’AI e ne parlano, come d’abitudine, come l’ennesima emergenza da affrontare da un parte con il fatalismo di chi paventa un mondo senza lavoro in cui avremo tempo per fare tutto quello che vogliamo (o quello che l’AGI ci lascerà fare?!), dall’altra con la lotta e la garra di chi si oppone all’innovazione, come come chi cerca di fermare il vento con le mani. Insomma, sembra di essere nel 2026 quando se parlavi di questi temi eri un pessimista o un illuminato, in base al tono e alla convenienza.

Sono ormai le 12, la temperatura è da forno ventilato, meno male che qui a Germaneto il vento non manca mai. Gli interventi dal palco stanno volgendo al termine e nella piazza c’è un ricambio generazionale, arrivano i giovani e giovanissimi per il concerto che partirà alle 14:30, magari qualcuno ascolterà anche le conclusioni dei sindacati. Mentre osservo queste maree che si muovono, mi sorprende Miriam, 34 anni, ex content strategist, di Catanzaro. Laurea magistrale in comunicazione, master a Milano, corsi di aggiornamento ogni anno. Portfolio clienti invidiabile. Nel 2025, ci eravamo conosciuti in uno dei tanti eventi che organizzava in città. Mi racconta della sua situazione, che non conoscevo, «Ormai tutti pensano di essere copywriter ed esperti di marketing, grazie alle risposte di un LLM. Non è che dall'oggi al domani ti dicono sei licenziata. Ti dicono ci pensiamo noi, ti ricontattiamo. Ho aspettato sei mesi prima di capire che stavo aspettando il nulla». Fa la mamma a tempo pieno di due bambini, di 3 e 7 anni, descrive una famiglia serena, grazie soprattutto a Tonino, 38 anni, elettrotecnico rimasto a casa con i figli perché non ama discorsi e musica “di sinistra”, come la chiama lui. Miriam mi racconta di come il suo mondo sia cambiato in questi anni. Nel 2025 Tonino girava con un furgone bianco ammaccato e le spese, spesso anche per fare benzina al furgone, erano tutte sulle spalle di Miriam. Oggi il furgone è nuovo, grigio antracite, col suo nome stampato sul fianco, guida autonoma e sedili da spa. Lavora solo su appuntamento. Ha la segretaria. La tariffa per un intervento ordinario, un inverter del fotovoltaico bloccato, un raccordo, la sostituzione della resistenza alla lavastoviglie, è quadruplicata. Non perché sia diventato avido. Perché è diventato raro, richiesto, necessario, insostituibile dall’AI. Le chiedo perché non aiuti Tonino con le sue qualità professionali e mi sorprende con poche lucidissime parole: «Il passaparola. La gente non sa più se quello che legge l'ha scritto un umano o una macchina. Quindi ci si fida solo di puoi guardare faccia. Siamo tornati alla comunicazione degli anni ‘90.»

Intanto, il concerto sta per iniziare e il mio pranzo preso al ristorante della regione e non dalle macchinette ambulanti, che ti assediano non appena il tuo smartwatch segnala che tu possa avere fame o sete, è ormai evaporato sotto questo sole sempre più cocente. Enzo è ancora lì, strano vedere “immobile” un commercialista rampante di Reggio Calabria, oggi ha 61 anni, che non sa che fare, ha visto la sua professione svanire, il suo status sgretolarsi, prompt dopo prompt. Studio storico in un palazzo nobiliare sul corso di Reggio. Targa di ottone. Clienti da generazioni. Nato e cresciuto con un solo fine: continuare la dinastia di famiglia. «La prima crepa è arrivata quando un cliente mi ha detto che il sistema della sua banca già gli preparava la dichiarazione precompilata. E tanti report sullo stato della sua azienda. Non capiva perché doveva ancora pagare me.» Pausa. Prende in mano il suo cappello e carezza il nastro verde. «Aveva ragione, in un certo senso.»

Gli chiedo come è andata dopo. Si prende il tempo di rispondere più del necessario. Poi inizia: «Sai qual è la cosa...» Si ferma. Guarda da qualche parte alla mia sinistra, capisco l’ennesima telecamera che per tutti ormai rappresenta l’ingerenza dell’AI nelle nostre vite, come vedevamo in Cina nel 2025, la chiamavamo tecnocrazia e ora siamo qui, anche noi. Enzo Non finisce la frase. Io non la finisco per lui. Restiamo in silenzio qualche secondo, e in quel silenzio c'è più di qualunque cosa avrebbe potuto dire. Prima di andare, gli dico che parlerò di lui e gli chiedo se legge ancora i giornali online. Sorride. «Leggo quelli dove capisco che c'è ancora qualcuno dietro. Si riconosce, sai. Non so spiegare come. Si riconosce e basta.»

In questa piazza degli estremi intercetto Peppino, 55 anni, meccanico, di Cosenza. Lo capisci subito che lavoro fa: mani ruvide, odora quasi di olio motore e di gomma scaldata dal sole di maggio. Scende con suo figlio Salvatore, da una rombante Golf R32, nulla a che vedere con il silenzio delle tante macchine elettriche che affollano il piazzale, una macchina quasi illegale ormai per rumore e scarichi. Suo figlio ha gli occhi di chi analizza tutto, laurea in economia, MBA in America, racconta di lavorare ormai da qualche anno con il padre. Non sembra infelice. E mi parla di come l’officina sia cambiata. Ormai una clinica: si riceve su appuntamento, tutto pulito da robot e sistemi autonomi, lavori pesanti zero, tanto lavoro di mani e di testa laddove un robot non potrebbe per costi e tempi. Adesso dice, hanno persino una segretaria: «Chi ci fa da segreteria nel 2025 guadagnava tre volte quello che guadagnava papà. Adesso lavora per noi.» Si ferma. «Non le chiedo mai cosa sia successo, per rispetto. Ma ci penso.»

Sono le sei e mezza. Mentre sul palco si sono susseguite decine di canzoni realizzate con l’intelligenza artificiale, belle senz’anima potremmo dire, inizia il momento degli artisti in carne ossa, i cantautori; già ancora esistono, ma fino a quando? Sul palco, prende la parola il conduttore con un discorso che scorre troppo bene. Respiri, intonazione, parole. Tutto perfetto. Non so se l'ha scritto lui. Probabilmente non importa più saperlo, e questo è forse il dato più inquietante di tutti.

Mi sposto in un angolo appartato, per chiudere il pezzo e passarlo nell’ottimizzatore AI (quello che mi suggerisce titoli, parole chiave e tagli da fare, che ascolto di rado), prima di pubblicarlo. Sui gradini a fianco a me c'è una ragazza che studia (ancora) e non sa cosa scegliere per il futuro. Mi accenna della mamma che la spinge verso l’imparare un mestiere, mentre la nonna le ricorda di continuare a studiare. Il modello che per 50 anni abbiamo conosciuto e portato avanti dello: studia, laureati e fai un lavoro che non costi fatica e per cui non serva usare le mani, bensì la testa, oggi è totalmente sovvertito. Le menti lucide e acute, che ancora ricercano e generano, sono rimaste poche; la creatività quella vera, orginale, potente nel messaggio è in via d’estinzione e con essa il lavoro di ingegno e culturale. Così svaniscono i principi della nostra Costituzione, della carta dei diritti dell’uomo e della libertà di ciascuno di noi. Resta solo il “lavoro duro”, certo ben pagato, ma che ci riporta ad essere macchine laddove le macchine non possono arrivare.

Le telecamere del sistema di mobilità continuano a girare. Registrano tutto. Non si chiedono se vale la pena. Torno alla macchina, butto lo sguardo dove avevo lasciato Enzo, non c’è. Sicuramente il “sistema” sa dov’è, ma preferisco la libertà di non sapere, l’emozione di essere sorpreso.

Buon Primo Maggio. Festeggiate con chi lavora. Proteggete chi cerca un lavoro. E se leggete qualcosa e sentite che c'è qualcuno dietro fateglielo sapere. Oggi sembra un gesto piccolo. Tra qualche anno potrebbe chiamarsi resistenza. Il mio lavoro, non è finito.

Nota dell'autore: Questo è un articolo di finzione giornalistica proiettato nel futuro. I personaggi sono inventati, anche se costruiti su dinamiche reali già in atto. Lo scopo non è profetizzare né scoraggiare, ma aprire una conversazione che è già urgente oggi: su cosa vogliamo preservare del lavoro umano, del racconto umano, della nostra presenza nelle cose che costruiamo e con cui quotidianamente interagiamo. Coltivare cultura, ingegno ed empatia non può essere un optional. Restare umani, è l'unica risposta concreta che abbiamo.

*Esperto di Comunicazione Politica