Spopolamento, Arminio: «Restare, ma soprattutto tornare. La Calabria è una terra in cui la felicità può avere cittadinanza»
Il poeta e paesologo interviene ai microfoni di LaC OnAir ospite de Le interviste del Premio Caccuri: «Non basta restare. Bisogna tornare e far venire chi non c’entra niente con questi luoghi». E sullo spopolamento dei borghi: «Ci vogliono misure eccezionali»
Esistono modi diversi di guardare i paesi. Non soltanto come luoghi da conservare, fotografie immobili di un passato che lentamente scompare, ma come organismi ancora capaci di futuro. È lo sguardo di Franco Arminio, poeta, scrittore e paesologo, che a Caccuri ha attraversato con le parole uno dei temi più urgenti del Mezzogiorno: il destino dei piccoli centri e, soprattutto, quello della Calabria.
Ospite de “Le Interviste del Premio Caccuri”, il format dedicato ai protagonisti della XV edizione del Premio Letterario Caccuri, trasmesso su LaC On Air, canale 17 del digitale terrestre, con la regia di Andrea Laratta, Arminio parte proprio dalla definizione di quella paesologia che negli anni è diventata una lente per leggere l’Italia dei borghi. «Il paesologo è il contrario del paesanologo», spiega. Se quest’ultimo guarda soprattutto alla storia del proprio paese, il paesologo osserva «tutti i paesi, la trasformazione in atto» e pone una domanda che riguarda il domani: come rigenerare i paesi.
È una domanda che in Calabria assume un peso particolare. Una terra disseminata di piccoli centri, spesso arroccati nell’entroterra, dove allo spopolamento si accompagna la perdita progressiva di servizi, relazioni e prospettive. Per Arminio, però, quando un paese scompare non viene semplicemente meno un luogo sulla carta. «Ogni paese è unico e irripetibile – sottolinea – . Se perdi quel paese perdi qualcosa che non ritrovi nel paese vicino». Eppure, nella sua lettura, non tutto è già scritto. Lo spopolamento esiste, è profondo, ma il paesologo invita a guardare oltre l'emergenza del presente: «In un periodo medio-lungo credo che ci sarà un ritorno ai paesi». Una prospettiva che, soprattutto in Calabria, può diventare una possibilità. Ma non senza un cambio di passo.
Il direttore generale della Rai Roberto Sergio: «LaC è una realtà straordinaria, racconta il territorio ma è aperta all’intero Paese»Non esiste una ricetta unica. Arminio racconta l’esperienza di Aliano, il paese lucano dove un grande festival ha contribuito concretamente a rafforzare la vita del borgo. Ma proprio quell'esperienza, osserva, non può essere trasformata in un modello da replicare meccanicamente ovunque. Turismo e cultura possono aiutare, ma da soli non bastano. Il problema, nella sua lettura, è soprattutto politico. «La situazione è eccezionale, è un male molto molto grande quello dello spopolamento e ci vogliono misure eccezionali che non ci sono mai state». Da quarant’anni, osserva Arminio, si parla dello stesso fenomeno senza che siano state messe in campo risposte realmente adeguate. «La politica non investe. Questa è la vera questione».
Gabriele Cirilli, il successo e la gratitudine: «Proietti mi ha regalato una vita, ora restituisco ai giovani ciò che ho imparato»Ma nei paesi non c’è soltanto il problema della popolazione che diminuisce. C’è anche quello, più silenzioso, della solitudine. È anche per questo che, secondo Arminio, non basta utilizzare una sola parola: restare. «Restare, ma soprattutto anche tornare», evidenzia. E aggiunge una terza possibilità, forse la più sorprendente: «Deve venire qualcuno che non c’entra niente con questi luoghi». Tre movimenti diversi per provare a restituire futuro ai paesi: chi resta, chi torna e chi arriva. Perché abitare un piccolo centro, nella visione di Arminio, significa qualcosa di più che costruire la propria esistenza individuale. «Qui non fai solo la tua vita, fai la vita del luogo».
È una frase che sembra contenere una diversa idea dell'abitare. In una grande città, osserva il poeta, un architetto, un insegnante o un poeta può costruire soprattutto la propria traiettoria personale. In un piccolo paese, invece, ogni gesto acquista una risonanza più ampia, perché entra inevitabilmente in relazione con la comunità.
A Caccuri, in occasione del Premio Letterario promosso dall’Accademia dei Caccuriani, quella riflessione trova una scenografia naturale. Un piccolo paese che, per alcuni giorni, diventa teatro di un appuntamento letterario capace di richiamare scrittori, intellettuali e pubblico. Un luogo piccolo che non accetta, proprio attraverso la cultura, di pensarsi piccolo. Arminio lo sintetizza con una frase che sembra quasi un manifesto: «Piccolo paese, grande vita». Perché le dimensioni di un luogo non dovrebbero stabilire le dimensioni delle sue ambizioni. «Non è che siccome un paese è piccolo bisogna fare cose piccole, cose arrangiate, bisogna essere molto ambiziosi». E allora arriva l'immagine più potente: «Quando uno zoppica è inutile farlo camminare, meglio provare a farlo volare». Forse è questa la sfida che riguarda anche la Calabria: non limitarsi a chiedere ai suoi paesi di sopravvivere, ma trovare le condizioni perché possano tornare a desiderare il futuro. Non trasformarli in musei della memoria, ma restituire loro una funzione, una voce, una possibilità. E alla fine, quando gli viene chiesta una definizione tascabile della felicità, Arminio torna proprio alla Calabria. Non a una soluzione economica, non a una strategia politica, ma a una condizione dell'anima. «La Calabria è una terra in cui la felicità può avere cittadinanza». Poi una definizione più semplice, e forse proprio per questo più difficile da dimenticare: «La felicità è accorgersi che siamo vivi, che è una grande cosa».