Spopolamento in Calabria, il sindaco di Nardodipace: «Non significa solo perdere abitanti, ma annientare una comunità»
Il paesino delle Serre vibonesi è passato dalle migliaia di residenti degli anni ‘70 ai poco più di mille di oggi. Ma l’amministrazione guidata da Romano Loielo ha deciso di reagire. E lancia una sfida ai giovani: «Venite a mettervi in gioco»
Nardodipace, nel cuore delle Serre vibonesi, è uno dei piccoli Comuni calabresi che più hanno conosciuto negli ultimi decenni gli effetti dello spopolamento. Dalle migliaia di abitanti degli anni Settanta a poco più di mille residenti, il paese ha visto partire soprattutto giovani e famiglie. Ma oggi l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Romano Loielo prova a invertire la rotta puntando su turismo, servizi, nuove attività economiche e valorizzazione del territorio. Dai Megaliti al Vecchio Abitato, passando per nuove strutture ricettive e opportunità di lavoro, Nardodipace tenta così di costruire una nuova idea di futuro. Abbiamo chiesto al sindaco Loielo quale sia la situazione, cosa si possa fare per fermare l’emorragia demografica e quale messaggio rivolgere ai giovani che hanno lasciato il paese.
Nardodipace, come tanti piccoli comuni calabresi, rischia di perdere pezzi di comunità ogni anno. Qual è oggi la situazione e quanto è grave lo spopolamento?
Nardodipace contava nel censimento del 1971 circa 2.900 abitanti. Piano piano, anche a causa della grave alluvione del 1972-73, che devastò nuovamente parte dei centri abitati delle frazioni Vecchio Abitato e Ragonà, già colpite dall’alluvione del 1953, la popolazione ha cominciato a diminuire in maniera esponenziale, fino ad arrestarsi qualche anno fa a poco più di mille abitanti.
Sono tanti i fattori che hanno determinato questa situazione. Lo spopolamento non significa soltanto perdere abitanti: significa disperdere pezzi preziosi di una comunità, fino ad annientarne l’anima, gli usi, i costumi e le tradizioni.
Immediatamente dopo il mio insediamento, nel maggio 2023, con la mia Amministrazione abbiamo scelto di lavorare a una nuova visione del territorio, con l’obiettivo di invertire questa tendenza e creare opportunità di crescita e sviluppo. Abbiamo puntato sui punti di forza che caratterizzano Nardodipace: il paesaggio delle Serre, la macchia mediterranea, i millenari Megaliti e il centro storico del piccolo borgo settecentesco del Vecchio Abitato.
È iniziata così un’intensa attività di promozione del territorio, attraverso eventi e iniziative sostenuti anche da finanziamenti regionali e sponsorizzazioni private. Grazie anche alla comunicazione sui social, negli ultimi tre anni abbiamo registrato un considerevole flusso di visitatori attratti dalle nostre bellezze.
Parallelamente abbiamo lavorato alla messa in sicurezza e alla rigenerazione urbana del Vecchio Abitato, sostenendo anche nuove iniziative economiche legate al turismo: l’apertura di B&B e di una trattoria specializzata in piatti tipici locali e prodotti a chilometro zero.
Queste attività stanno contribuendo ad aumentare la presenza di visitatori, calabresi e stranieri, e hanno favorito anche il ritorno di alcune famiglie che avevano lasciato Nardodipace. Lo spopolamento non è certamente un problema definitivamente risolto, ma oggi è meno grave di qualche anno fa. È una condizione che ci fa guardare con maggiore fiducia al futuro.
I giovani partono per studiare e lavorare e spesso non tornano. Che cosa può offrire un piccolo Comune per convincerli a restare o a ritornare?
Anche a Nardodipace la maggior parte dei giovani che negli anni si sono trasferiti fuori regione per studiare non è più tornata, stabilendosi nelle città dove ha frequentato l’università. È un problema che riguarda molti Comuni, soprattutto nelle aree interne, e non ha una soluzione semplice.
Bisogna innanzitutto ricostruire un rapporto forte tra i cittadini e il proprio paese, rendendo soprattutto i giovani protagonisti della comunità e incentivando iniziative capaci di creare servizi e opportunità occupazionali.
Spesso, infatti, l’abbandono non è dovuto soltanto alla mancanza di lavoro, ma anche all’assenza di servizi e strutture culturali, sportive e ricreative.
Per questo abbiamo lavorato su più fronti. Abbiamo aperto un asilo nido, creando tre posti di lavoro, e un call center che, con l’imminente apertura di una nuova sede, arriverà a occupare circa quaranta persone. Abbiamo inoltre realizzato due aree camper, con 72 parcheggi complessivi: una è già ultimata, l’altra sarà completata entro la fine dell’anno. Sono già state assegnate in concessione e, a pieno regime, potranno creare ulteriori opportunità occupazionali nel settore turistico.
Credo che per fermare lo spopolamento delle aree interne serva soprattutto una visione chiara, costruita sulle vocazioni reali del territorio. Non si possono imporre progetti che non hanno nulla a che vedere con le caratteristiche di un luogo.
Non sono in difficoltà soltanto i paesi più piccoli: lo spopolamento ormai riguarda anche centri di dimensioni maggiori. È ancora possibile invertire questa tendenza?
Credo che la risposta sia legata a quanto ho detto prima. La ricetta è sostanzialmente la stessa: bisogna smettere di amministrare pensando alle casacche e alle bandiere, o limitandosi alle passerelle, e tornare a lavorare concretamente nell’interesse delle comunità.
Servono scelte, anche difficili, e soprattutto costanza e passione nel perseguire una visione di sviluppo.
Servizi, lavoro, collegamenti, sanità, scuola: qual è la priorità sulla quale la Regione e lo Stato dovrebbero intervenire subito per salvare i piccoli centri?
È difficile individuare una sola priorità tra i cinque punti che lei ha indicato. Dovendo scegliere, però, credo che la mancanza di servizi sia una delle principali cause che spingono i cittadini a trasferirsi verso località più popolose.
Negli ultimi decenni, soprattutto lo Stato ha ridotto molti servizi nei piccoli centri, in nome della spending review e di un processo di accentramento amministrativo che ha finito per accelerare lo spopolamento.
L’area delle Serre è stata privata, anche in maniera repentina, di importanti servizi amministrativi: dall’INPS all’Agenzia delle Entrate, dal Giudice di Pace agli uffici di collocamento, dagli uffici postali ad altri presidi fondamentali. Sono servizi che rendono meno difficile la vita quotidiana di cittadini che già vivono in aree disagiate e spesso marginalizzate.
Se davvero si vuole fermare lo spopolamento delle aree interne, Stato e Regioni devono intervenire con urgenza per garantire nuovamente i servizi fondamentali. È una scelta decisiva per la sopravvivenza dei piccoli Comuni e delle aree montane.
Se dovesse lanciare un appello ai giovani che sono andati via da Nardodipace, cosa direbbe loro per convincerli che qui può esserci ancora un futuro?
Capisco bene che le società occidentali perseguano sempre più condizioni di vita basate sulla comodità e sull’agiatezza. Per chi vive nei grandi centri del Nord Italia o all’estero, scegliere di tornare in un’area interna e contribuire a costruire nuove opportunità può apparire difficile.
Il mio appello ai nostri concittadini è quindi una sfida: tornate a mettervi in gioco e mettete a disposizione della vostra comunità l’esperienza e le competenze che avete acquisito.
Non è facile, ma questa sfida potrà essere raccolta soltanto se sapremo dare l’esempio e dimostrare che qui è davvero possibile costruire qualcosa. Noi, come classe dirigente di Nardodipace, abbiamo il dovere di creare strutture, servizi e condizioni che rendano il nostro territorio più credibile e attrattivo.
Per decenni Nardodipace è stata abituata alle promesse e all’idea che qui non ci fossero opportunità, spazio per le iniziative private o risorse da valorizzare. Noi stiamo cercando di dimostrare il contrario.
Viviamo in un luogo di straordinaria bellezza, ricco di storia e di risorse paesaggistiche, in una posizione geografica che consente di raggiungere il mare e la montagna in meno di mezz’ora.
Il lavoro della mia Amministrazione sta già producendo alcuni risultati: l’emorragia emigratoria si è arrestata, si registrano i primi rientri e cresce anche l’interesse di persone dei Comuni vicini e di altre regioni ad acquistare casa e trasferirsi a Nardodipace.
Non esistono ricette miracolose. Possiamo però creare le condizioni perché i nostri giovani tornino e, soprattutto, perché riscoprano l’amore per Nardodipace. Ma questo amore dobbiamo essere noi, per primi, a dimostrare di averlo ritrovato.