Strage di Amendolara, Progetto Sud: «Le denunce sul caporalato c'erano già dal 2020, la violenza non nasce dal nulla»
L'associazione ricorda le denunce presentate negli ultimi anni nella Piana di Sibari e avverte: la giustizia non può fermarsi agli esecutori materiali, ma deve ricostruire l'intera filiera dello sfruttamento
Di fronte alla barbarie di Amendolara, nella quale quattro lavoratori agricoli hanno perso la vita e un quinto è sopravvissuto alle violenze subite, non bastano il cordoglio, lo sgomento o l’ennesima dichiarazione di indignazione.
Esiste un tempo per il lutto. Ed esiste un tempo per le domande.
L’Associazione Comunità Progetto Sud, ente operativo da 50anni in Calabria, sente il dovere di dire che quanto accaduto non può essere accettato, normalizzato o archiviato come un semplice fatto di cronaca nera.
La manifestazione nazionale promossa ad Amendolara rappresenta un passaggio importante. Ma non basta.
Il bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento significa fare giustizia e certamente individuare gli autori materiali dei fatti e accertarne le responsabilità.
Migranti uccisi ad Amendolara, Schlein: «Bisogna accendere un faro sullo sfruttamento di tanti braccianti»Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché fare giustizia significa anche comprendere quali rapporti economici, sociali e lavorativi abbiano reso possibile tutto questo. Occorre capire chi reclutasse questi lavoratori, chi organizzava i loro trasporti e le loro giornate, quali condizioni abitative vivevano, quali imprese agricole impiegavano quella manodopera utilizzando il caporalato, quali filiere produttive ne beneficiavano, quali mercati erano destinatari di quei prodotti.
Se esiste il caporalato, infatti, è perché esiste una domanda di caporalato.
Questa domanda non nasce oggi.
Il 27 aprile 2020 oltre 40 braccianti agricoli provenienti dall’Africa Sub-Sahariana si erano già ribellati agli sfruttatori di nazionalità pakistana presenti nell’area di Cassano all’Ionio. Da quella protesta, grazie al lavoro congiunto tra la nostra Associazione, il Progetto In.C.I.P.I.T. e altri soggetti sindacali, ecclesiali e della società civile, era stata condotta un’attività di ascolto e approfondimento che aveva portato a incontrare circa 80 braccianti e ad accompagnare, tra il 2020 e il 2021, 16 braccianti nelle denunce di un sistema di sfruttamento che riguardava lavoro, abitare, trasporti, reclutamento e dipendenza economica dai caporali pakistani. Il sistema emerso descriveva organizzazioni capaci di gestire il reclutamento della manodopera, i trasporti, i pagamenti, gli alloggi e la vita quotidiana dei lavoratori, generando condizioni di forte dipendenza e ricattabilità. I lavoratori descrivevano salari bassissimi, trattenute economiche, lavoro nero o contratti irregolari, abitazioni isolate, minacce, violenze e forme pervasive di controllo sociale.
Quelle denunce hanno determinato procedimenti penali presso la Procura competente.
Parallelamente, tra il 2020 e il 2021, era stato consegnato alla Prefettura di Cosenza un report dettagliato sulle condizioni di sfruttamento presenti nella Piana di Sibari, sulle criticità territoriali, sulle difficoltà abitative, sui trasporti, sulle reti di intermediazione e sulle possibili proposte di intervento.
Per questo oggi la domanda non può essere soltanto: cosa è successo ad Amendolara?
La domanda è anche: cosa è accaduto rispetto alle informazioni, alle denunce, ai procedimenti, alle progettazioni e ai segnali che da anni descrivevano condizioni di forte sfruttamento?
Questa riflessione diventa ancora più urgente se si considera che proprio nella Piana di Sibari, negli ultimi anni, sono stati investiti importanti finanziamenti pubblici destinati al contrasto dello sfruttamento lavorativo, all’inclusione sociale, ai sistemi di presa in carico e ai percorsi di integrazione delle persone migranti vulnerabili.
Eppure, continuiamo a interrogarci sulle stesse questioni: trasporti, abitare, reclutamento, caporalato, isolamento, ricattabilità.
Occorre interrogarsi seriamente sull’efficacia delle politiche costruite e sulla capacità dei territori di trasformare progettazioni, reti, protocolli e finanziamenti in strumenti reali di prevenzione.
Ridurre questa vicenda a una “strage tra immigrati”, a un regolamento di conti o a una prova del fallimento dell’accoglienza significa leggere la realtà con categorie semplicistiche che finiscono per nascondere i meccanismi concreti dello sfruttamento.
Non siamo di fronte a persone geneticamente predisposte alla violenza e alla barbarie. Siamo davanti alle conseguenze di sistemi economici, sociali e istituzionali che permettono a forme di sfruttamento estremo di consolidarsi nel tempo.
Se tra gli sfruttatori vi sono persone migranti, ciò non cancella le responsabilità di un sistema economico e produttivo che consente a tali dinamiche di esistere e riprodursi. Non esistono sistemi di sfruttamento senza rapporti economici. Non esistono sistemi di sfruttamento senza filiere. Non esistono sistemi di sfruttamento senza domanda di lavoro povero.
Occorre interrogarsi anche sul ruolo svolto dalle politiche migratorie. La precarietà amministrativa, la dipendenza dal lavoro per il mantenimento o il rinnovo dei titoli di soggiorno, le difficoltà di accesso alla residenza, all’abitare, ai trasporti e ai servizi, la frammentazione dei percorsi di accoglienza e l’assenza di canali realmente accessibili di incontro tra domanda e offerta di lavoro aumentano lo stato di bisogno e la ricattabilità delle persone migranti e, conseguentemente, la forza dei sistemi di intermediazione informale.
In questo senso il contrasto allo sfruttamento lavorativo non può essere affrontato esclusivamente come questione di ordine pubblico. È una questione di diritti umani. È una questione di politiche migratorie. È una questione di lavoro e di protezione sociale.
Esiste infine una questione immediata che riteniamo fondamentale. Ci chiediamo se, nell’interesse del lavoratore sopravvissuto, siano state immediatamente attivate tutte le misure di tutela previste dall’ordinamento e se siano stati coinvolti i soggetti competenti in materia di identificazione e protezione delle persone potenzialmente vittime di grave sfruttamento, anche attraverso gli strumenti previsti dal Meccanismo Nazionale di Referral.
Ci chiediamo se, nell’interesse del lavoratore, sia stata già valutata l’attivazione degli strumenti di protezione previsti dall’ordinamento, compresi quelli connessi ai cosiddetti nulla osta utili all’accesso ai percorsi di tutela previsti per le vittime di sfruttamento e tratta, attraverso il rilascio di un permesso di soggiorno casi speciali.
Ci chiediamo se altri lavoratori presenti nei medesimi contesti lavorativi, abitativi e relazionali siano stati ascoltati e se anche rispetto a loro siano state attivate attività di identificazione, protezione e presa in carico, comprese quelle relative ai rilasci dei cosiddetti nulla osta per l’ottenimento dei permessi di soggiorno casi speciali.
Perché il rischio è evidente.
Limitarsi a intervenire soltanto quando lo sfruttamento si manifesta nelle sue forme più estreme e violente significa arrivare sempre troppo tardi.
La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima?
Non possiamo permettere che chi è sopravvissuto a questa violenza rischi di diventare vittima una seconda volta.
Così come non possiamo permettere che altri lavoratori rimangano invisibili semplicemente perché ancora vivi.
Oggi chiedere verità e giustizia significa qualcosa di più complesso. Significa ricostruire la filiera dello sfruttamento. Interrogare le responsabilità diffuse. Proteggere chi denuncia. Rafforzare i sistemi territoriali. Costruire alternative reali.
Perché una strage non nasce il giorno della strage!
E perché non possiamo permettere che il territorio torni a ricordarsi dei suoi lavoratori soltanto quando muoiono!