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10/05/2026 ore 19.59
Attualità

Studenti universitari più fragili e ansiosi, l’esperta: «I ragazzi schiacciati dal peso delle aspettative»

La responsabile del counseling psicologico dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria racconta il disagio degli studenti tra ansia da prestazione e paura del fallimento: «Dicono: “I miei genitori non mi hanno fatto mancare niente, eppure sto male”»

di Fabrizio Flavio Quattrocchi

Il prestigio accademico non basta più a colmare il vuoto. A dare voce a questo disagio è stata recentemente Elena Beccalli, Rettrice dell'Università Cattolica di Milano, che ha fotografato una generazione di studenti "più fragili, ansiosi e preoccupati in modo ossessivo dalle performance". Una riflessione che sposta l'asse dal voto all'individuo, mettendo in discussione un sistema che sembra aver smarrito la dimensione del benessere psicologico.

La risposta della Calabria: tra istituzioni e territorio

Questa "nuova questione giovanile" non risparmia il Sud, ma in Calabria la risposta istituzionale sta provando a farsi strutturale. Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha dato una spinta, in questa direzione, con l'istituzione dello psicologo di base, un presidio che punta a normalizzare l'accesso alle cure mentali, sottraendole allo stigma sociale e alle difficoltà economiche. Un passo che si intreccia inevitabilmente con la vita degli atenei calabresi (UNICAL, UMG e UNIRC Mediterranea), dove i servizi di counseling sono diventati l'ultimo baluardo contro l'abbandono degli studi.

Per approfondire cosa stia accadendo nelle aule delle Università Calabresi, abbiamo intervistato la dottoressa Maria Laura Falduto, psicoterapeuta e psicoanalista responsabile del servizio di counseling psicologico universitario dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria. E’ responsabile dei servizi psicologici per i centri di Medicina Solidale Ace di Reggio Calabria e della sede Jonas di Reggio Calabria – Centro di clinica Psicoanalitica per i nuovi sintomi.

Dottoressa Falduto, partiamo dalla cronaca: la Rettrice della Cattolica parla di una "generazione fragile" schiacciata dalle performance. Qual è il suo dato evidenziato tra gli studenti calabresi? I dati locali confermano questa tendenza o il contesto calabrese presenta sfumature diverse?
«Le osservazioni che emergono dalla pratica clinica confermano questi dati e ci invitano a riflessioni più ampie. Le forme di malessere frequentemente lamentate dai giovani (isolamento, depressione, ansia, attacchi di panico, disturbi alimentari) sono legate non tanto all’esperienza del vuoto quanto al peso soverchiante, ingombrante del pieno, dell’eccesso: le aspettative e i messaggi del nostro tempo alimentano un "Io" pieno, forte, tronfio e autocentrato; un Io che resiste agli urti della vita, che si rialza in fretta dopo un inciampo, che risponde a motti e slogan positivisti. Alla richiesta imperante di essere forti, sicuri, felici, scopriamo che spesso si accompagna la tendenza degli adulti di proteggere i figli dalla mancanza, dalla caduta, dalla possibilità dell’errore, dell’incertezza, dalla noia, dalla solitudine elementi fondamentali per lo sviluppo e per una crescita sana. “I miei genitori non mi hanno fatto mancare niente eppure sto male” è questa la frase che molti giovani pronunciano; se non c’è questo passaggio da qualcuno che fa per me, che soddisfa ogni mio bisogno allo spazio “vuoto” che l’altro lascia in me, buca in me con la sua differenza, con la sua mancanza non si da alcuna possibilità di desiderare, si rimane schiacciati dal peso delle aspettative non sorge la domanda chi sono? Chi voglio essere? lascio che l’altro parli per me, desideri per me. I sintomi sono discorsi senza parola a cui cerchiamo di restituire voce e significato, il proprio significato».

Si parla spesso di "ansia da prestazione". Quanto incide, secondo la sua esperienza, il confronto costante con gli standard di successo proposti dai social media e quanto, invece, una reale pressione sistemica del mondo accademico odierno.
«Capita spesso che molti ragazzi arrivino a chiedere aiuto preparatissimi sui criteri scientifici del disturbo che si sono autodiagnosticati, lo hanno visto nei reels, nei video, nelle storie, nei repost, ma non sanno perché soffrono, affidano questa risposta al “supposto sapere” dell’Altro. Non lo sanno perché nessuna storia è uguale a un’altra e lo specchio dei social è vuoto nel senso che riflette ma non può vedere, riflette una vita ideale ma sa poco e niente della nostra vita. Dal momento in cui veniamo al mondo il nostro mondo si costruisce attraverso gli sguardi che riceviamo. Ci vediamo attraverso gli occhi dell’Altro. Lacan direbbe che l’incontro con lo sguardo dell’Altro, è qualcosa che precede la parola. Lo sguardo dal quale io sono sorpreso perché cambia tutte le prospettive. Oggi da chi scegliamo di essere guardati? Siamo sempre a contatto con schermi accesi, notifiche, notizie, informazioni …non abbiamo la possibilità di fare esperienza del buio. L’ansia da prestazione incarna questa difficoltà, quella di “vedersi” anche nel buio, il pericolo è quello di farsi completamente assorbire da ciò che l’altro vuole, si aspetta da me. Questa dissonanza tra ideale a reale spesso è causa di disorientamento, confusione, allontanamento da se stessi. Il rischio è quello di vivere una vita che risponde più a ciò che è “utile”, rispetto a ciò che si desidera o che si ritiene sia più vicino alle proprie inclinazioni. E’ fondamentale aiutare i ragazzi a separarsi dallo specchio feroce e spietato dell’ideale».

Spesso dietro la fragilità si nasconde la paura del fallimento, inteso come macchia indelebile e non come tappa del percorso. Come si insegna a uno studente a "fallire bene" in un sistema che celebra solo il voto massimo?
«Imparare a vedersi mancanti, informi, indefiniti, erranti, insaturi alla ricerca di qualcosa di nuovo per conoscersi meglio. Non significa non avere una direzione nelle proprie scelte, un’organizzazione nei piani, un metodo di studio ecc. ma aprirsi a quello spazio simbolico che include la dimensione dell’imprevisto, dell’imponderabile. Fallire bene significa avere in mente che prestazione significa prestare-azione, un’azione non la vita, e che questa presta-azione si muove in larga misura da ciò “dipende da me” ma anche da ciò che non posso pre-vedere, né controllare (l’imprevisto, il blocco, il vuoto di memoria, la domanda scomoda sulla parte di programma trascurato e cosi via). Fallire bene significa vedere la prestazione andata male come parte del percorso e non come impedimento all’intero percorso. Significa allenarsi ad ascoltare se stessi, a conoscersi nelle proprie risorse e fragilità, provare a stabilire un dialogo costante con queste importanti dimensioni del Sé, evitando di ridursi a numero/voto».

La rettrice Beccalli suggerisce una revisione del modello educativo. Dal Suo punto di vista clinico, cosa dovrebbe cambiare concretamente nella didattica o nell'approccio dei docenti per favorire il benessere senza sacrificare la qualità degli studi? Qual è il primo passo concreto da compiere qui a Reggio Calabria? 
«Il compito di ogni formazione, di qualsiasi ordine e grado, è quello di favorire la soggettivazione, di sostenere e accompagnare la vita affinchè trovi la propria forma, il proprio modo di realizzarsi come persone; non è quello di distribuire in maniera compulsiva e bulimica informazioni, non è quello di formare risorse umane efficienti, ma "umanizzare la vita", difendendo il desiderio di sapere. Un porto sicuro in cui sperimentarsi e crescere, un contenitore poroso che permette alla vita, attraverso la comunità, di esprimersi ed espandersi. In questa prospettiva anche l’orientamento non può limitarsi ad un'infusione di informazioni riguardante i percorsi universitari, le offerte, gli sbocchi professionali, le percentuali di successo. Pensiamo a un possibile ribaltamento: anteponiamo al “mettere dentro” - qualcosa che si inserisce in una specifica forma (in-forma) già costituita, che conduce su una via dritta, già tracciata, controllata - il “tirare fuori”, la ricerca, lo scomodamento, l’ascolto, il movimento del proprio desiderio, l’accensione di una luce che spinge e conduce verso strade non note. All’orientamento che ha la fanatica pretesa di rispondere a tutte le domande e di assorbire integralmente la vita, pensiamo alla ricerca autentica che aumenta i dubbi senza avere mai la pretesa di risolverli».

Il primo passo è quello di pensare nuovi percorsi di prevenzione che siano di supporto ai genitori e insegnanti. Difendere la relazione e gli incontri in ogni processo didattico è ciò che può salvare ogni didattica, unito ad un nuovo patto di alleanza tra genitori e insegnanti.

Un messaggio per chi ci legge: cosa direbbe a uno studente che oggi si sente bloccato e pensa che la rinuncia agli studi sia l'unica via per ritrovare la serenità? Quali sono gli strumenti che uno studente può mettere subito in atto?
«Prenderei in prestito la frase di Gilles Deleuze quando dice che “non c’è incubo peggiore che vivere il sogno di qualcun altro” per dire ai ragazzi di fermarsi a riflettere sulla potenza di questa frase che ci invita a metterci in cammino alla ricerca del nostro desiderio, non lo troviamo negli scaffali di un negozio, nei reels, non lo puoi acquistare nel carrellino di tik tok ma è qualcosa che brucia dentro e che solo tu puoi decifrare… è un fuoco che accende la vita, che rende la vita viva. Quando perdiamo il contatto con il nostro desiderio, come voto/vocazione, la vita si spegne, si inaridisce, non è feconda. Quindi prima di prendere una decisione, prenditi del tempo se lo ritieni utile chiedi aiuto e supporto è il tuo diritto alla salute, porta con te una piccola torcia per vedere lì dove non riesci a vedere, per trasformare le zone d’ombra, il periodo di smarrimento, in una scintilla di poesia, di creazione, di desiderio».

La sfida resta culturale. L'università deve tornare a essere un luogo di crescita. Come emerge dalle parole della dottoressa Maria Laura Falduto, il successo di un percorso accademico, sta nella capacità di abitare il mondo con consapevolezza e senza la paura costante di fallire.