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02/02/2026 ore 06.30
Attualità

Tecnologia come nuovo campo di battaglia: i sei rischi digitali che ridefiniscono la politica globale nel 2026

Non riguardano solo la sicurezza informatica, ma la governance democratica. Dal cybercrime alla disinformazione, dall’AI alle tecnologie di frontiera, il World Economic Forum evidenzia come la tecnologia modelli società, economie e diritti

di Rocco Sicoli*

Nel 2026 la tecnologia non si limita a "raccontare" la realtà, attraverso i social. La modella. Il Global Risks Report del World Economic Forum lo dice senza girarci attorno: i rischi tecnologici crescono in modo trasversale, dal mercato del lavoro all'integrità dell'informazione, fino alle applicazioni militari. Non è più questione di sicurezza informatica nel senso tradizionale del termine. È questione di governance democratica, di resilienza sociale, di capacità di uno Stato e di un'Unione di decidere quando è sotto pressione.

Quando il WEF disegna la mappa delle interconnessioni tra i rischi globali, emerge un dato inquietante: i rischi tecnologici non stanno in una colonna a parte. Si intrecciano con polarizzazione sociale, crisi economiche, instabilità geopolitica ed erosione dei diritti civili. Sono il collante invisibile che tiene insieme le fratture del nostro tempo, un collante che richiama alla mente il colpo di stato digitale presentato nel TED Talk, ormai stagionato, di Carole Cadwalladr (per intenderci colei che portò alla luce Cambridge Analytica e tutto quello che ne è conseguito).

Censura e sorveglianza: la fine della libertà e della democrazia?

Partiamo dal rischio più ambiguo: censorship and surveillance. Non perché sia il più probabile a esplodere domani mattina, ma perché è quello che entra dalla porta laterale, con le parole rassicuranti: "misura temporanea", "emergenza", "stabilità". Il report lo colloca come rischio rilevante nel lungo periodo e lo incastra accanto a dinamiche di polarizzazione e crisi della fiducia pubblica.

Il problema non è solo chi censura o chi sorveglia. Il problema è che la sorveglianza di massa, una volta normalizzata, diventa una tecnologia di governo permanente. E nel 2026, con società sempre più tese e frammentate, il confine tra "prevenire" e "controllare" si assottiglia fino a scomparire.

Cyber insecurity: sicuri di non essere al sicuro

La cyber insecurity è già tra i rischi più alti nel quadro a due anni (al sesto posto) e, soprattutto, entra nel 2026 tra i rischi che potrebbero generare una crisi materiale globale. Il punto geopolitico è che il cyber è ormai dominio allo stesso tempo economico, politico e militare. Un attacco può colpire un ospedale, una municipalizzata, una supply chain, un'azienda strategica, e non serve dichiarare formalmente guerra. L'ambiguità è parte della strategia.

Qui entra in gioco un tema particolarmente rilevante per chi guarda il mondo dalla periferia: come accade a noi italiani e calabresi, spesso sei più esposto. Hai più sistemi legacy, meno investimenti in sicurezza, maggiore frammentazione organizzativa. E quando il cyber colpisce, la domanda non è "chi è stato?". La domanda è: quanto tempo resti fermo? Quanto costa in termini di fiducia, servizi, economia? La vulnerabilità digitale si traduce in vulnerabilità politica. E la mancanza di una strategia regionale su questo dovrebbe allarmarci tutti, perché mette a rischio salute, sviluppo e sicurezza.

Disinformazione: troppe voci sono solo rumore di fondo

Nel report del WEF, misinformation and disinformation occupano il secondo posto nel quadro a due anni. Questa è la parte che molti sottovalutano, perché pensano sia "solo comunicazione", "solo fake news". In realtà, è infrastruttura cognitiva. Quando non si condivide più una base minima di fatti verificabili, tutto diventa negoziabile: le elezioni, le guerre, la sanità, l'economia. La realtà stessa diventa un campo di battaglia, in cui tutti hanno ragione e i fatti scompaiono sommersi dalle opinioni.

Il WEF lega questa dinamica al concetto di "digital distrust": una tecnologia sempre più pervasiva nella vita quotidiana, tensioni geoeconomiche persistenti, e quindi un rischio crescente di sfiducia sistemica e di erosione del progresso socio-ambientale. La domanda vera, quindi, non è "quale notizia è falsa?". La domanda è: quanto costa, a una democrazia, non credere più a nulla? Quanto può resistere un sistema politico quando i cittadini non hanno più un vocabolario condiviso per discutere del mondo? Quanto impatta non avere più organi di informazione liberi, attendibili e autorevoli?

Online harms: siamo tutti contro qualcosa o qualcuno

Gli online harms nel ranking a dieci anni non sono un dettaglio marginale. È la zona grigia tra tecnologia e società: abuso, manipolazione, dipendenze comportamentali, radicalizzazione. E più aumenta la polarizzazione sociale, più l'ambiente online diventa un accelerante, un moltiplicatore di identità costruite per opposizione, di narrazioni "noi contro loro", di sfiducia istituzionale crescente.

L'analisi è chiara: le piattaforme non sono neutre perché ottimizzano. E ciò che ottimizzano: attenzione, permanenza, reazioni emotive; spesso premia esattamente ciò che divide, che genera reazioni di cui si ignora volutamente la qualità e attendibilità. Non è un bug del sistema: è il modello di business. Il problema è che quel modello di business sta avendo conseguenze sistemiche sulla tenuta delle democrazie liberali, sulla nostra capacità di dialogo e dibattito interno, anche perché chi dovrebbe governarli (i politici) si stanno trasformando da leader a follower, pronti a rispondere e riposizionarsi in base alla “moda del momento”.

Intelligenza artificiale: dal rischio 30 al rischio 5

Sale in modo vorticoso in classifica, potremmo dire, se stessimo parlando di un disco, in realtà parliamo dei rischi, poco percepiti, derivanti da un cattivo uso dell’AI. Gli adverse outcomes of AI technologies rappresentano il rischio con il maggiore salto in avanti tra tutti quelli analizzati: passano dal trentesimo posto nel quadro a due anni al quinto nel quadro a dieci anni. Questo non significa "AI apocalittica domani". Significa qualcosa di più sottile e forse più preoccupante: l'AI come forza sistemica, capace di impattare economia, società e sicurezza con tempi più rapidi della lenta governance che dovrebbe regolarla.

Il WEF evidenzia tre linee di frattura. La prima è il lavoro, con il rischio concreto di economie "K-shaped" dove la polarizzazione tra vincitori e perdenti si approfondisce irreversibilmente. La seconda è la perdita di allineamento su cosa siano fatti e cosa sia senso: quando l'AI genera contenuti indistinguibili dalla produzione umana, cosa rimane della verità condivisa, della cultura e del linguaggio che ci rende uomini e comunità? La terza è l'uso militare, con il rischio di escalation non intenzionale in scenari dove le decisioni vengono prese a velocità umana impossibile.

L'AI, nel linguaggio del report, non è più "tecnologia". È potere. E il potere, senza regole credibili e governance efficace, diventa per definizione instabilità.

Frontier technologies: il cigno grigio all'orizzonte

Infine, gli adverse outcomes of frontier technologies. Nel ranking attuale restano relativamente più bassi rispetto agli altri rischi tecnologici, ma il WEF nota che nel passaggio alla prospettiva decennale aumenta comunque la severità percepita. Il report cita esplicitamente i "quantum leaps" come arena di rivalità strategica e potenziale biforcazione economica tra blocchi geopolitici.

Questa è la classica dinamica del "cigno grigio": non è top of mind oggi, non genera titoli allarmistici, ma può diventare una soglia critica domani, soprattutto se rompe assunzioni di sicurezza consolidate.

Sovranità digitale: non un talk show, ma una politica industriale

Se si mettono in fila questi sei rischi: censura e sorveglianza, cyber insecurity, disinformazione, danni online, intelligenza artificiale, tecnologie di frontiera; emerge una sola traiettoria: la competizione geopolitica è entrata nella vita quotidiana. Non è più confinata alle sale dei bottoni o ai vertici diplomatici. È nel tuo smartphone, nel tuo feed, nella tua ricerca di lavoro, nella tua capacità di distinguere il vero dal falso, qualità che dovremmo educare e formare sin dai primi anni di vita.

Per l'Europa e per l'Italia questo significa una cosa molto concreta: bisogna smettere di trattare il digitale come un capitolo di "regolazione" e iniziare a trattarlo come questione di sovranità. Sovranità significa infrastrutture critiche in mani europee, competenze diffuse sul territorio, resilienza sistemica dei servizi essenziali. Ma significa soprattutto fiducia: fiducia nelle istituzioni, nella qualità dell'informazione, nella capacità collettiva di navigare la complessità senza cedere a narrazioni semplificate o soluzioni autoritarie.

Perché nel 2026 la minaccia più pericolosa non è quella che ti distrugge fisicamente. È quella che ti rende incapace di decidere: attraverso il dubbio permanente, il blocco cognitivo, la paura diffusa, la frammentazione sociale. È la minaccia che paralizza senza colpire, che vince senza combattere.

La tecnologia non è neutrale. È il campo dove si gioca la partita del potere globale. E chi non lo capisce, rischia di scoprirlo quando è già troppo tardi ed è ormai suddito digitale di una potenza “straniera”.

*esperto di comunicazione politica

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