Terremoti, la lezione dimenticata dei Borbone: così la Calabria perse per strada il prezioso regolamento del 1783
Dopo l’evento settecentesco il Regno di Napoli introdusse criteri costruttivi avanzati ma un secolo dopo Mercalli denunciò edifici troppo alti e vulnerabili: una prevenzione smarrita dopo l’Unità d’Italia che avrebbe potuto ridurre il numero delle vittime del 1908
Dopo il terremoto del 1783, la Calabria divenne uno dei primi laboratori europei della prevenzione antisismica. La catastrofe aveva devastato interi centri della regione meridionale, provocando decine di migliaia di morti e modificando anche il paesaggio, tra frane, voragini e laghi temporanei. Di fronte a quella distruzione, il governo borbonico non si limitò alla ricostruzione materiale. Furono introdotte regole nuove, destinate a orientare il modo di edificare nei territori colpiti.
Il sistema più noto fu quello della cosiddetta casa baraccata: edifici con murature rinforzate da un’intelaiatura interna in legno, pensata per rendere la struttura più elastica e meno esposta al crollo improvviso. Le prescrizioni riguardavano anche l’altezza degli edifici, la larghezza delle strade, la presenza di spazi aperti e una maggiore regolarità degli impianti urbani. Secondo il Cnr, quel codice rappresentò una delle prime forme organiche di normativa antisismica in Europa.
A distanza di oltre un secolo, però, quelle indicazioni risultavano in larga parte dimenticate. Il terremoto del 28 dicembre 1908, che colpì Messina e Reggio Calabria alle 5.20 del mattino, ebbe una magnitudo stimata di 7.1 e provocò circa 80mila vittime, anche a causa del successivo maremoto. La Protezione civile lo indica tra le più gravi catastrofi sismiche della storia italiana.
Giuseppe Mercalli, che studiò direttamente il disastro, fu netto nell’indicare le responsabilità edilizie. Attribuì l’altissimo numero di morti anche all’altezza delle case e alle condizioni statiche degli edifici, osservando che non rispettavano le regole elementari dell’edilizia antisismica. Scrisse inoltre che i regolamenti emanati dai Borbone dopo il 1783, nel Regno d’Italia «si erano da tempo dimenticati».
Non si può stabilire quante vite sarebbero state salvate se quelle norme fossero state applicate con continuità. Il sisma fu violentissimo e il maremoto aggravò il bilancio. Tuttavia è storicamente fondato sostenere che una maggiore diffusione di criteri antisismici avrebbe potuto ridurre i crolli e, di conseguenza, il numero delle vittime. Lo dimostrano anche gli studi citati dal Cnr su edifici realizzati con il sistema borbonico, capaci di resistere meglio ai terremoti successivi, compresi quelli del 1905 e del 1908.
La vicenda resta una delle lezioni più emblematiche della storia calabrese: la prevenzione non nasce solo dalla conoscenza tecnica, ma dalla capacità di non dimenticarla quando il ricordo della tragedia si allontana.