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21/08/2026 ore 11.31
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TikTok e la ‘ndrangheta, così l’algoritmo può trasformare la “calabresità” in cultura mafiosa

Uno studio della docente Anna Sergi analizza oltre mille video sulla piattaforma e mostra come l’algoritmo possa portare dalla celebrazione della cultura calabrese a contenuti che esaltano valori e simboli della ‘ndrangheta

di Redazione Attualità

Un video sulla Calabria, il suo cibo, i paesaggi, la musica e le tradizioni. Poi un altro, apparentemente simile. E poi ancora un altro, nel quale i concetti di onore, famiglia e appartenenza assumono un significato diverso, fino ad arrivare a contenuti che celebrano apertamente la ‘ndrangheta e i suoi valori. È il percorso che può innescarsi su TikTok secondo uno studio di Anna Sergi, professoressa del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, pubblicato sulla rivista Crime Media Culture.

La ricerca analizza il modo in cui gli algoritmi della piattaforma possono creare una sorta di «rabbit hole», una sequenza di contenuti sempre più specifici e radicali a partire da interessi inizialmente innocui. Il punto di partenza può essere la semplice celebrazione dell’identità regionale: la Calabria raccontata come terra di bellezze, tradizioni, cibo e orgoglio locale. Il rischio, secondo lo studio, è che questo percorso finisca per avvicinare progressivamente l’utente a contenuti legati alla sottocultura mafiosa.

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Dalla cultura locale alla sottocultura criminale

Per arrivare a queste conclusioni, la ricerca ha raccolto oltre mille video pubblicati su TikTok nell’arco di tre mesi, selezionandone poi 225 per un’analisi più approfondita dei contenuti, dei commenti e degli elementi audiovisivi.

Tra i materiali esaminati ricorrono alcuni valori associati all’identità calabrese: onore, lealtà familiare, resilienza e buone maniere. Elementi che, presi singolarmente, appartengono alla narrazione tradizionale della comunità e non hanno naturalmente un significato criminale.

Il problema nasce quando questi concetti vengono reinterpretati. Sergi cita proprio l’onore, che può indicare integrità personale e rispetto sociale, ma che nel contesto della ‘ndrangheta può essere utilizzato per legittimare comportamenti criminali. Lo stesso può accadere con la lealtà familiare, trasformata in uno strumento per proteggere attività illecite attraverso il silenzio e la complicità.

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Quattro livelli: dagli ammiratori agli apologeti

Lo studio individua quattro categorie di contenuti, che descrivono una progressione nella rappresentazione dell’identità calabrese.

Gli «Ammiratori» si concentrano sulla bellezza del territorio, sul cibo e sulle tradizioni. Nei contenuti «Militanti», invece, alla celebrazione della Calabria si aggiunge l'idea di dover difendere la propria cultura da minacce esterne, facendo leva sull'orgoglio e sull'appartenenza.

Il passaggio successivo riguarda i «Sostenitori». Qui la celebrazione dell’identità regionale si intreccia con riferimenti alla forza, all'onore e al rispetto. Compaiono anche figure criminali presentate in termini positivi, mentre vengono stigmatizzati «spie» e «traditori».

Infine ci sono gli «Apologeti», nei cui contenuti la sovrapposizione tra identità calabrese e valori della ‘ndrangheta diventa esplicita. È questa, secondo la ricerca, la forma più radicale del fenomeno: la cultura criminale viene presentata come una componente della stessa «calabresità».

Il rischio delle «camere dell’eco»

È proprio questa progressione a rappresentare il nodo centrale dello studio. Gli algoritmi possono favorire la creazione di «camere dell’eco», nelle quali contenuti inizialmente legati alla cultura regionale conducono verso narrazioni sempre più ristrette e radicalizzate.

Secondo Sergi, l’appropriazione di valori condivisi è una delle modalità attraverso cui le organizzazioni criminali possono costruire consenso e legittimazione. Nel caso analizzato, la piattaforma digitale rischierebbe quindi di contribuire, involontariamente, a rendere meno evidente il confine tra la valorizzazione del patrimonio culturale e la celebrazione di valori mafiosi.

Il fenomeno può riguardare anche gli stessi appartenenti alla criminalità organizzata, che diventano una sorta di «mobfluencer»: figure capaci di utilizzare immagini, linguaggio e narrazioni dei social per promuovere stili di vita e valori legati alla propria idea di onore e lealtà.

La «deriva culturale mafiosa»

È questo il concetto centrale della ricerca: una «deriva culturale mafiosa» favorita dall'ambiente digitale, nella quale i confini tra orgoglio identitario e rappresentazione positiva della criminalità possono diventare progressivamente più sfumati.

L’obiettivo dello studio non è mettere in discussione la celebrazione della cultura calabrese, ma evidenziare come alcuni valori possano essere riutilizzati e deformati all'interno di narrazioni criminali. Il rischio individuato da Sergi è che l'algoritmo, collegando contenuti apparentemente lontani, finisca per accompagnare l'utente lungo un percorso nel quale la «calabresità» viene progressivamente associata alla cultura mafiosa.

La ricerca, intitolata The ‘mafia cultural drift’: A digital ethnography of Calabrian parochialism and ‘ndrangheta values on TikTok, mette dunque sotto osservazione non soltanto ciò che viene pubblicato sulla piattaforma, ma anche il modo in cui la logica algoritmica può contribuire a collegare e amplificare narrazioni differenti, fino a rendere la cultura criminale parte di una rappresentazione distorta dell'identità calabrese.