Tra fango e memoria: dopo l’ultima esondazione il Crati torna a fare paura, ma era già tutto scritto 11 anni fa
Nel dicembre 2014 una perizia redatta dal geologo Carlo Tansi e depositata in Tribunale dopo l’alluvione che colpì l’area di Sibari nel 2013 riporta nel dettaglio cause e conseguenze di quanto accaduto, lanciando un allarme sui rischi futuri. Un avvertimento rimasto lettera morta
È il 13 febbraio di quest’anno e in Calabria sono i giorni del ciclone Nils. Nome scandinavo che – si scopre cercando sul web – deriva dal greco Nikolaos e significa “vittoria del popolo”. Solo che il popolo, quel giorno, perde. Nella Sibaritide perde coltivazioni, mobili, oggetti di uso quotidiano, ricordi di una vita. Perde quello a cui, nello scorrere normale dei giorni, non si fa nemmeno caso e di cui invece si avverte l’importanza quando viene a mancare. Centinaia di sfollati, almeno 900 ettari di terreni sommersi, danni elevatissimi secondo quanto certifica Coldiretti subito dopo il disastro.
Un disastro che arriva alle 18 di quel giorno di metà febbraio con un’onda di fango che scavalca il letto del fiume Crati e con l’incuranza della natura infuriata travolge tutto quanto si trova lungo il suo cammino. Ma la colpa, come sempre, non è della natura. La natura svela. E ciò che svela, stavolta, era già scritto nero su bianco più di 11 anni fa.
E non in modo generico o astratto, ma con un’analisi tecnica dettagliata, contenuta in una perizia depositata agli atti di un procedimento penale aperto al tribunale di Castrovillari dopo l’alluvione che colpì la stessa area il 18 gennaio 2013. La consulenza porta la data del 19 dicembre 2014, la firma è quella del geologo e ricercatore Cnr Carlo Tansi.
Un documento che, riletto alla luce dell’ultima esondazione, assume il valore di un avvertimento rimasto lettera morta. E ora anche la Procura, che proprio in queste ore ha aperto un fascicolo sugli eventi dei giorni scorsi, vuole vederci chiaro.
L’alluvione del 2013
La relazione parte da una constatazione netta: il tratto terminale del Crati non è un’area colpita occasionalmente dalle piene, ma un territorio segnato da una condizione di rischio idrogeologico «elevato e reiterato». Tansi lo scrive chiaramente, sottolineando che «l’area interessata dall’evento alluvionale del 18 gennaio 2013 risulta essere stata già colpita, negli anni precedenti, da fenomeni di esondazione e allagamento».
Un passaggio che, letto oggi, suona come la descrizione di un ciclo destinato a ripetersi. Perché il Crati, come tutti i corsi d’acqua, non ha memoria corta. E quando esonda non lo fa all’improvviso. Manda segnali, avverte. Poi, ignorato, presenta il conto. Ed è un conto ogni volta pesantissimo. Oggi come nel 2013. Nel mezzo l’alluvione del 2018. Prima, tutta una serie di altri eventi alluvionali: 27 solo tra il 2000 e il 2013, come riporta la perizia, «che hanno messo a rischio le migliaia di persone che vivono nelle contrade ricadenti nell’intorno dell’alveo».
Si legge: «Le zone maggiormente colpite sono: il Museo Archeologico di Sibari, del quale in varie occasioni sono stati inondati i piani bassi; l’area di Lattughelle, che è stata soggetta a numerose ordinanze di sgombero per inondazioni dell’intera contrada; i Laghi di Sibari dove il fiume Crati in più di un’occasione ha travolto l’esile barriera che separa il porto dal mare, riversando svariati metri cubi d’acqua nella struttura turistica che hanno sommerso molte abitazioni, e dove contestualmente si registra il continuo intasamento del Canale dello Stombi. Altre contrade frequentemente inondate a causa di rotture e/o sormonti d’argine del tratto terminale del fiume Crati sono Ministalla, Thurio e Permuta». Sempre le stesse zone.
Non è solo pioggia
La relazione smonta poi uno degli argomenti ricorrenti ogni volta che un fiume esonda: quello dell’evento meteorologico straordinario. Analizzando i dati pluviometrici, il documento chiarisce che le precipitazioni, pur essendo state copiose, «non avrebbero potuto provocare i danni e la situazione di pericolo che si è verificata se non vi fosse stata la rottura dell’argine sinistro».
Il messaggio è chiaro: la pioggia non basta a spiegare il disastro. Ieri come oggi. Undici anni dopo quella perizia, Tansi sottolinea: «Gli argini sono a brandelli. Hanno aggiustato i tratti rotti nei giorni scorsi ma il 95% rimane in condizioni pessime. Si tratta di argini che non solo sono in terra battuta – che è un materiale scadente – ma che sono stati realizzati 100 anni fa, quindi hanno anche subito i danni del tempo».
Le cause vanno dunque ricercate qui. Non nel cielo, ma sulla terra. Assenza di manutenzione, vegetazione cresciuta senza controllo dentro l’alveo e tutt’attorno. La relazione parla di una significativa riduzione dell’officiosità idraulica del corso d’acqua, causata dalla presenza di alberi, arbusti e materiale accumulato che restringono la sezione di deflusso. In queste condizioni, anche una piena ordinaria può trasformarsi in una minaccia.
«Ogni qualvolta c’è un’alluvione – spiega Tansi – insieme all’acqua arriva tutto il detrito, che è ciò che va a nutrire le spiagge. Il problema è che una buona parte viene depositato all’interno dell’alveo perché quello del Crati è pieno di alberi, di agrumeti che da un lato tolgono spazio al fiume e dall’altro ne rallentano la velocità determinando il deposito all’interno dell’alveo. Ogni volta che c’è un evento di questo tipo si forma uno strato, e strato su strato per cento anni il livello è salito, l’alveo si è riempito mentre gli argini sono rimasti sempre gli stessi. Quindi ogni evento come quello dei giorni scorsi può potenzialmente causare quello che è successo anche in futuro».
Gli allarmi ignorati
C’è poi un altro elemento che rende la lettura della perizia particolarmente attuale: alcune criticità erano note prima dell’alluvione del 2013. Nel documento si riporta infatti che nel tratto arginale interessato dal successivo collasso era già stata segnalata una situazione di criticità strutturale. Non un problema improvviso, dunque, ma una vulnerabilità già individuata, descritta, eppure rimasta irrisolta.
Tansi nella sua relazione sottolinea che l’alluvione del 2013 risulta essere stata favorita da una serie di concause riconducibili a condizioni strutturali e manutentive preesistenti. È un passaggio che pesa come un macigno, perché sposta il racconto dal piano dell’emergenza a quello delle responsabilità nel corso del tempo.
E, soprattutto, la perizia guarda avanti. Avverte che in assenza di interventi strutturali e di una costante manutenzione dell’alveo e degli argini, permangono condizioni di rischio per la pubblica incolumità. Un monito che, dopo l’ennesima esondazione del Crati, suona come una previsione avverata.
(1. continua)
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Questa è la prima parte di un approfondimento su quanto accaduto con l’ultima ondata di maltempo lungo il Crati. Nei prossimi articoli entreremo nel dettaglio delle segnalazioni ignorate, delle competenze che si sono sovrapposte senza tradursi in interventi efficaci e dei fondi che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto mettere in sicurezza il fiume. Per ora resta un dato difficilmente contestabile: quando il Crati è esondato di nuovo, non ha fatto altro che confermare ciò che era stato scritto, nero su bianco, 11 anni fa.