Tra Marte, Venere e la Luna: il calabrese Nicola Mari protagonista in Texas alla più importante conferenza mondiale sullo spazio
Geologo planetario di Feroleto della Chiesa, post doc all’Unical, ha diretto una sessione scientifica sul pianeta rosso alla Lunar and Planetary Science Conference nei giorni della partenza della missione Artemis II: «Pensavo che il mio fosse un sogno, non posso credere di essere arrivato fin qui»
L’ennesimo giro intorno al mondo, alla ricerca di “segnali” dallo spazio, è culminato a The Woodlands, in Texas, dove ha preso parte alla 57esima Lunar and Planetary Science Conference. Da protagonista. Perché Nicola Mari, calabrese di nascita ma figlio dell’universo, è stato scelto per dirigere una sessione scientifica su Marte, il pianeta da tempo al centro dei suoi studi. Quello che gli fa battere forte il cuore a ogni nuova scoperta.
Trentaquattro anni, originario di Feroleto della Chiesa, attualmente al suo secondo post doc all’Università della Calabria, Dipartimento Dibest, Mari è reduce da «una settimana intensa tra il Nasa Johnson Space Center e la Lunar & Planetary Science Conference». Un occhio a Marte e uno alla Luna, dove sono puntati i riflettori per la partenza, in questi giorni, della missione Artemis II.
Che esperienza è stata questa conferenza, dal punto di vista umano e da quello scientifico?
«È stata una grandissima esperienza, si tratta della conferenza annuale più grande al mondo in geologia planetaria, e ho avuto il piacere di incontrare tanti miei colleghi della Nasa, con i quali lavoro in stretta collaborazione ormai da anni, e di altre università e centri di ricerca. Ho avuto modo di conoscere anche tanti colleghi giapponesi che si occupano delle mie tematiche – l’analisi di materiale extraterrestre, soprattutto meteoriti – e coi quali potrei lavorare nel futuro prossimo. Mi farebbe grande piacere lavorare qualche anno in Giappone. Adoro quella terra e quella cultura, per diversi motivi».
Essere scelto per dirigere una sessione su Marte in una delle conferenze più importanti al mondo: cosa rappresenta per la sua carriera?
«Tanto. Se pensavo che studiare Marte era solamente un sogno campato per aria quando mi trovavo a studiare per la mia laurea triennale in Geologia (all’epoca la Geologia Planetaria era materia di nicchia e quasi inesistente in Italia), non posso davvero credere di essere giunto a questo punto. Nella mia sessione ho avuto il piacere di introdurre scienziati di grande spicco nel campo delle missioni Nasa su Marte e dello studio dei meteoriti marziani, e con alcuni di loro sono rimasto in stretto contatto».
Quali sono stati i temi o le scoperte più interessanti emerse?
«Diversi. Proprio nella sessione che ho diretto si è parlato del primo ritrovamento – da parte dei rover – di rocce granitiche su Marte. Una scoperta sensazionale e totalmente inattesa. Perché? Perché un granito è una roccia generata da un magma molto evoluto, tipico di pianeti con placche tettoniche, come la Terra. Trovarlo su Marte è totalmente fuori luogo, essendo questo un pianeta senza placche tettoniche in movimento. Si sta ora cercando una spiegazione scientifica a questa scoperta, tra le quali quella (che preferisco) che vede il granito marziano generato da un processo di impatto, quando cioè un meteorite impatta sulla superficie marziana, metamorfizzando le rocce basaltiche presenti in granito. Un processo che raramente potrebbe vedersi sulla Terra, per via dell’atmosfera terrestre che rallenta o scherma del tutto l’impatto di meteoroidi. Questo però, per Marte, risolverebbe la questione senza ricorrere a processi geologici “esotici”».
Quale pianeta o corpo celeste sta dando le sorprese più grandi alla comunità scientifica?
«Sicuramente molta attenzione è posta alla Luna e a Venere, al momento. Per due semplici motivi. La Luna sta vedendo l’arrivo di grossi finanziamenti per quanto riguarda la ricerca per via delle missioni Artemis, che riporteranno l’uomo sulla Luna, dopo il 1972. Per quanto riguarda Venere, invece, i riflettori per questo corpo planetario sono dovuti al fatto che anche qui, dopo anni e anni di silenzio (si parla dei tempi della Russia sovietica) finalmente si tornerà a studiare questo pianeta con nuove missioni spaziali, si pensa anche a un lander. Riveleremo Venere come mai prima d’ora, e sarà proprio come scoprire un nuovo pianeta, quasi totalmente».
A questo proposito, è appena partita la missione Artemis II. Dal punto di vista geologico, cosa potremo scoprire sulla Luna che finora ci è sfuggito?
«La missione Artemis II ha come scopo quello di assicurare che tutti i sistemi (di navigazione, comunicazione ecc.) funzionino alla perfezione, prima di proseguire con le prossime missioni (fino a giungere alla Artemis IV che dovrebbe far sbarcare i nuovi umani sulla Luna), facendo un giro orbitale attorno al nostro satellite. Dal punto di vista geologico, col continuo delle missioni e della ricerca geologica lunare, dobbiamo ancora capire molto della Luna, tra cui il destino dell’acqua lunare, la struttura interna definitiva, se l’ipotesi dell’impatto che ha formato la Luna è vera e le georisorse presenti nella regolite lunare sono utilizzabili per le basi umane. Inoltre, la Luna servirà come “appoggio” per poi andare su Marte. È un passaggio fondamentale nell’esplorazione spaziale moderna».
La Lunar & Planetary Science Conference è anche un’occasione di incontro e confronto tra studiosi: quanto conta la rete internazionale nella ricerca spaziale?
«Ovviamente tanto. Al giorno d’oggi nessuno lavora da solo, ma sempre in team. Io stesso mi trovo quotidianamente a lavorare con ricercatori in Europa, Usa, Asia… Tutti al contempo. E a una stessa missione spaziale prendono parte molti team di ricerca internazionali».
L’Italia e la scienza italiana che contributo stanno dando?
«L’Italia sta dando un contributo importante alle missioni Artemis, tanto per dirne una. Il veicolo Orion, nel quale viaggiano i quattro astronauti di Artemis II, dispone di pannelli fotovoltaici sviluppati dalla Leonardo, in Italia. Mentre la Thales Alenia Space fornisce sottosistemi essenziali per i sei componenti dello European Service Module».
Lei è sempre in giro per il mondo: ricerche, studi e conferenze. Qual è stata finora l’esperienza più esaltante?
«Sicuramente una delle mie ultime spedizioni, quella che mi ha portato fin nel cuore della Polinesia. Mi trovavo in giro per isole sperdute del Pacifico a campionare lava basaltica anticamente prodotta da vulcani sottomarini, in modo da poi compararla con i dati chimici delle lave di Venere. Quella è stata un’esperienza sensazionale da tutti i punti di vista: scientifico, culturale, e di vera e propria esperienza di vita».