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06/05/2026 ore 10.29
Attualità

Tredici miliardi di Ponte (e di sogni), un chilometro e mezzo di realtà inaugurati da Salvini

Ieri l’inaugurazione del primo lotto della Trasversale delle Serre. Ma la Calabria tra grandi promesse e viabilità interna fragile, continua a muoversi tra sogni infrastrutturali e realtà quotidiane segnate da strade che cedono e isolamento

di Gianfranco Donadio*

Vazzano, entroterra vibonese. Un nastro d’asfalto fresco, nero come la pece, che profuma ancora di bitume e di promesse elettorali. Il ministro sorride, la forbice luccica, il nastro tricolore cade. Millecinquecento metri. Una distanza che un atleta olimpico percorre in meno di quattro minuti, ma che qui, tra le pieghe rugose delle Serre, assume le proporzioni di un’epopea spaziale. È la celebrazione del frammento. Un chilometro e mezzo di gloria circondato da chilometri di rassegnazione.

Fuori dal perimetro del cerimoniale, la Calabria reale non taglia nastri. Li annoda per chiudere strade che cadono a pezzi. Basta un temporale più nervoso degli altri, uno di quelli che una volta chiamavamo pioggia e oggi definiamo evento estremo per lavarci la coscienza, e la terra decide di riprendersi lo spazio. I calanchi scivolano, l’argilla si gonfia, l’asfalto si spezza come un biscotto secco sotto i denti di un gigante. È un’antropologia del crollo. Ci siamo abituati a vedere transenne arrugginite che diventano parte integrante del paesaggio, monumenti permanenti all’incuria che nessun ministro verrà mai a inaugurare.

Mentre si discute dell’acciaio che dovrà scavalcare Scilla e Cariddi, dell’opera che dovrebbe riscattare il destino del Mediterraneo, la viabilità interna muore di consunzione. È il paradosso del gigante dai piedi d’argilla, o meglio, del gigante che vuole saltare da una sponda all’altra senza avere le scarpe per camminare nel proprio giardino. Tredici miliardi di euro sono una cifra che la mente umana fatica a visualizzare. È un numero astratto, una proiezione di potenza. Ma provate a tradurli in bitume, in muri di contenimento, in canali di scolo, in messa in sicurezza di quei ponti provinciali che tremano al passaggio di un autotreno. La Calabria diventerebbe un’altra cosa. Non un parco giochi per ingegneri di fama mondiale, ma una terra civile. Sicura. Normale.

La normalità è la vera rivoluzione mancata. Invece, ci nutriamo di simbolismo. La Trasversale delle Serre è un cantiere infinito, una ferita aperta dagli anni Sessanta che attraversa il corpo della regione. Si procede per segmenti molecolari. Un pezzo qui, una galleria artificiale lì. Nel frattempo, i paesi dell’interno restano sospesi in un isolamento che sa di abbandono medievale. Se devi andare in ospedale, se devi portare la merce al mercato, se vuoi semplicemente tornare a casa dopo il lavoro, non ti serve un ponte avveniristico sospeso nel blu. Ti serve che la strada provinciale non finisca in un precipizio dopo la prima curva.

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È una questione di sguardo. Lo sguardo del potere è sempre rivolto all’orizzonte, alla grande opera che lascia il segno nei libri di storia. Lo sguardo del cittadino è invece basso, fisso sulle buche, attento ai segnali di pericolo, concentrato sulla sopravvivenza quotidiana. C’è una distanza siderale tra questi due modi di vedere il mondo. I soldi spesi per progettazioni, consulenze e penali di un’opera che ancora non esiste sono già, di per sé, un’offesa morale a chi ogni giorno deve fare i conti con una rete viaria da terzo mondo. Non è populismo, è contabilità del dolore.

Sulla carta, tutto brilla. Le slide mostrano piloni maestosi e treni a velocità siderale. Ma la carne viva del territorio racconta un’altra storia. Racconta di una regione dove la manutenzione ordinaria è considerata un lusso esotico e dove l’eccezionalità è diventata la norma. Si interviene solo quando il disastro è compiuto, quando il fango ha inghiottito la carreggiata, quando l’isolamento diventa notizia da telegiornale nazionale per quarantotto ore. Poi, il silenzio torna a regnare tra i boschi e le colline, interrotto solo dal rumore di qualche ruspa che sposta detriti senza mai risolvere il problema alla radice.

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Forse il vero problema è che la manutenzione non si inaugura. Non ci sono forbici per pulire un fosso o per consolidare un versante. È un lavoro oscuro, faticoso, privo di appeal elettorale. Eppure, è lì che si gioca la dignità di un popolo. Una Calabria senza buche sarebbe meno fotogenica di una Calabria col Ponte, ma sarebbe finalmente una terra dove restare non è più un atto di eroismo o una condanna.

Mentre il corteo ministeriale si allontana da Vazzano, le luci si spengono e il silenzio torna a farsi pesante. Resta quel chilometro e mezzo di modernità, un’oasi di perfezione statistica in un deserto di criticità. Poco più in là, la vecchia strada continua a sgretolarsi sotto i colpi di una natura che non aspetta i tempi della burocrazia. Viene da chiedersi se quel ponte, quando e se mai ci sarà, servirà a unire due sponde o se sarà solo l’ultimo, grandioso viadotto per fuggire più velocemente da una terra che abbiamo smesso di curare dalle fondamenta.

*Documentarista Unical