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20/04/2026 ore 06.15
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Tumore al seno, una nuova speranza arriva dalla Calabria: un farmaco già esistente blocca la crescita delle cellule

Uno studio dell’Unical dimostra che la silodosina, già usata per l’ipertrofia prostatica, può inibire la crescita del canco alla mammella. Risultati promettenti, ma ancora in fase preclinica. Il lavoro del team del dipartimento di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione

di Redazione Attualità

Una nuova speranza nella lotta contro il tumore alla mammella arriva dall’Unical. Un team di ricercatori del Dipartimento di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione dell’Università della Calabria ha dimostrato, per la prima volta, che la silodosina, farmaco attualmente impiegato nella terapia dell’ipertrofia prostatica benigna, possiede un’efficace attività antitumorale nei confronti del tumore al seno.

Lo studio pubblicato su una rivista internazionale

Lo studio, condotto nei laboratori di «Microbiologia, Igiene e Sanità Pubblica» e di «Biologia Molecolare», coordinati rispettivamente dal professore Michele Pellegrino e dalla professoressa Paola Tucci, è stato recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell Death and Discovery del gruppo Nature, a testimonianza dell’elevato impatto scientifico.

I risultati della ricerca sulla silodosina

«L’obiettivo della ricerca - spiegano all’Agi i due professori - è stato valutare il potenziale antitumorale della silodosina nel carcinoma mammario umano, ambito in cui il farmaco non era mai stato studiato. I risultati dimostrano che la molecola è in grado di inibire la proliferazione e la crescita delle cellule tumorali mammarie, sia estrogeno-responsive sia non responsive, inducendo arresto del ciclo cellulare e apoptosi.

Si tratta di uno studio che dimostra come la silodosina, un farmaco già utilizzato per l’ipertrofia prostatica benigna, possa avere effetti antitumorali nel carcinoma mammario. Abbiamo osservato che è in grado di rallentare la crescita delle cellule tumorali, bloccarne la proliferazione e indurne la morte programmata».

Il valore del riposizionamento farmacologico

I professori Pellegrino e Tucci evidenziano l’importanza dello studio anche se si tratta di un farmaco già esistente «perché si tratta di “riposizionamento farmacologico”. In pratica, utilizziamo un farmaco già approvato per una nuova indicazione terapeutica. Questo può ridurre tempi e costi rispetto allo sviluppo di nuovi farmaci e accelerare l’arrivo di nuove terapie per i pazienti».

Un meccanismo d’azione innovativo

«Abbiamo visto - spiegano - che la silodosina agisce su diversi fronti: riduce la proliferazione delle cellule tumorali, ne limita la capacità di migrazione e ostacola la formazione di strutture tridimensionali che simulano il tumore in vivo. Inoltre, è efficace anche su forme particolarmente aggressive, come il tumore al seno triplo-negativo.

Uno degli aspetti più innovativi dello studio è il meccanismo d’azione. Abbiamo scoperto che la silodosina non agisce solo sul suo bersaglio classico, ma può legarsi anche ai recettori degli estrogeni, che sono fondamentali nello sviluppo del tumore al seno. Questo - aggiungono - suggerisce un’azione "a doppio bersaglio”, molto promettente».

Prospettive future e limiti dello studio

«I risultati sono molto promettenti, ma siamo ancora in fase preclinica. Serviranno studi in vivo e successivamente trial clinici per confermare efficacia e sicurezza nelle pazienti».

Questa scoperta, fanno rilevare, potrebbe essere molto importante soprattutto per «le pazienti con forme di tumore al seno più aggressive o resistenti alle terapie attuali, come il triplo-negativo. In questi casi, nuove opzioni terapeutiche sono particolarmente necessarie».

Il ruolo dell’Unical nella ricerca

«Questo studio è il risultato della collaborazione tra diversi laboratori e competenze: biologia molecolare, modellistica computazionale e studi cellulari. Solo integrando queste competenze è possibile ottenere risultati così completi.

L’Unical ha avuto un ruolo centrale nella ricerca - sottolineano - perché è stata interamente condotta nei laboratori dell’Università della Calabria, dimostrando come anche realtà accademiche italiane possano contribuire in modo significativo alla ricerca oncologica internazionale».