Turismo delle radici, la Calabria deve trasformare il ritorno in una rotta di sviluppo
Tra aree interne, destagionalizzazione e mercati internazionali, il legame con gli italiani e gli italo-discendenti nel mondo può diventare una leva di sviluppo. Ma servono servizi, infrastrutture, competenze e una vera organizzazione dell’offerta
Ci sono segmenti turistici per i quali una destinazione deve costruire la domanda e altri per i quali la domanda esiste già, ma rimane dispersa e spontanea. Il turismo delle radici appartiene alla seconda categoria. Milioni di persone conservano un cognome italiano, una storia familiare o il nome di un paese dal quale un nonno o un bisnonno è partito. Per loro l’Italia non è soltanto una meta, ma un luogo al quale sentono di appartenere.
La Farnesina stima in circa 80 milioni il bacino formato da italiani all’estero, italo-discendenti e oriundi. I viaggiatori delle radici, 6,6 milioni nel 2024, potrebbero superare i 7,4 milioni nel 2026, generando una spesa superiore ai 5,5 miliardi di euro. Non una nicchia folkloristica, dunque, ma un mercato che dovrebbe interessare soprattutto le regioni segnate più profondamente dall’emigrazione.
La Calabria è una di queste. La sfida è trasformare l’appartenenza in un viaggio organizzato, accessibile e capace di produrre valore nei luoghi d’origine.
Il ritorno non è ancora un prodotto turistico
In Calabria il rientro estivo di emigrati e discendenti è un fenomeno antico. Riempie le case di famiglia, riattiva relazioni, restituisce vita ai paesi e sostiene parte dei consumi locali. Il turismo delle radici invece, nella sua forma più evoluta, non coincide con il ritorno per le ferie o con la visita ai parenti.
Diventa turismo quando intorno al desiderio di ritrovare le origini si costruiscono servizi: ricerca genealogica, accesso agli archivi, accompagnamento nei luoghi familiari, ospitalità, mobilità, visite guidate ed esperienze prenotabili. La memoria è l’innesco del viaggio, ma non può esserne l’intero programma.
Chi arriva dall’Argentina, dal Canada, dagli Stati Uniti o dall’Australia non cerca soltanto il certificato di nascita di un avo. Vuole vedere la casa ricordata nei racconti, conoscere la cucina, le feste, il paesaggio e collegare il luogo delle origini ad altre tappe della Calabria.
Senza un’offerta capace di accompagnare questo percorso, una grande opportunità affettiva non diventa automaticamente sviluppo economico.
La via naturale verso le aree interne
Il turismo delle radici ha una caratteristica decisiva per la Calabria: la destinazione non viene scelta soltanto per notorietà o concentrazione di attrazioni, ma perché coincide con un luogo preciso della storia familiare. Può essere un borgo montano, una frazione o un piccolo comune delle Serre, dell’Aspromonte, della Sila o del Pollino. Territori marginali nei grandi circuiti diventano centrali per chi possiede con essi un legame personale.
Può quindi essere una leva per le aree interne, non perché possa fermare da solo lo spopolamento, ma perché porta attenzione e domanda verso luoghi normalmente esclusi dai flussi principali.
Secondo l’Istat, tra il 2014 e il 2024 la popolazione delle aree interne italiane è diminuita del 5 per cento, molto più di quella dei centri. Eppure molti di questi territori conservano musei, monumenti, siti archeologici, archivi e patrimoni culturali diffusi. Il turismo delle radici può contribuire a riattivarli, purché siano accessibili, raccontati e collegati ad altre esperienze.
Non basta invitare le persone a tornare, occorre rendere possibile il ritorno.
Un’alternativa alla concentrazione, non uno slogan contro l’overtourism
Il turismo delle radici viene spesso presentato come alternativa all’overtourism, un collegamento corretto, ma che va interpretato con prudenza. Non si tratta di spostare artificialmente i turisti dalle destinazioni iconiche verso paesi che non hanno scelto, perché il mercato turistico non si governa attraverso semplici inviti a cambiare meta.
Il turista delle radici genera una domanda diversa fin dall’origine. Raggiunge il piccolo centro proprio perché quel luogo è insostituibile, la casa dei nonni e un archivio anagrafico non possono essere delocalizzati; una storia familiare non si ricostruisce in un borgo scelto dalla pubblicità.
Questa domanda può contribuire a distribuire i flussi nello spazio e anche nel tempo. Le ricerche genealogiche, le visite culturali e gli incontri familiari non dipendono necessariamente dal mare o da agosto, possono essere organizzati in primavera, in autunno e in occasione di feste patronali o ricorrenze.
Per una regione nella quale, secondo la Banca d’Italia, nel 2024 oltre il 90 per cento delle presenze si è concentrato nei comuni a vocazione marittima e l’85 per cento tra giugno e settembre, questa possibilità merita una strategia specifica. La Calabria presenta, inoltre, il più elevato indice di stagionalità turistica tra le regioni italiane.
Dalla genealogia alla filiera territoriale
La costruzione del prodotto deve partire dai Comuni, ma non può ricadere interamente sulle amministrazioni. Molti piccoli enti non dispongono di personale, competenze linguistiche, strumenti digitali e risorse sufficienti per gestire richieste internazionali e ricerche negli archivi.
Serve una filiera territoriale. Archivi comunali, parrocchie e diocesi devono dialogare con genealogisti, guide, strutture ricettive, agenzie, ristoratori, artigiani, aziende agricole e operatori della mobilità. La ricerca di un documento può diventare l’inizio di un itinerario che colleghi il paese d’origine alla costa, ai parchi, ai musei, ai siti archeologici e alle produzioni locali.
Occorrono piattaforme semplici, assistenza multilingue e servizi acquistabili prima della partenza. Chi vive a migliaia di chilometri di distanza deve sapere cosa troverà, chi lo accompagnerà e quali costi sosterrà. L’emozione non sostituisce la professionalità.
In Irpinia, ad esempio, il turismo delle radici viene collegato a un cammino storico-religioso, a un polo museale sull’emigrazione, alla riqualificazione della stazione, a un hub intermodale e al recupero di una ferrovia storica. Il principio è evidente: il ritorno alle origini ha bisogno di infrastrutture e servizi, non soltanto di comunicazione.
Una politica regionale, non una somma di eventi
La Calabria ha già promosso iniziative dedicate al turismo delle radici, ora deve passare dalla promozione episodica a una politica regionale permanente.
Il tema, del resto, è entrato stabilmente nell’agenda nazionale: oltre alla misura avviata con il PNRR, il Ministero degli Esteri ha ottenuto 200 milioni di euro del Fondo Sviluppo e Coesione per valorizzare borghi, percorsi, riserve e siti del Centro-Sud.
La Regione dovrebbe costruire una rete dei comuni delle radici, mappare i principali bacini migratori, organizzare servizi genealogici sovracomunali e definire standard minimi di accoglienza. Dovrebbe lavorare con le associazioni dei calabresi nel mondo, gli istituti italiani di cultura, le università, i consolati e i tour operator specializzati.
La comunicazione viene dopo. Prima occorre sapere quali esperienze siano disponibili, in quali lingue, in quali periodi e con quali operatori, evitando di generare aspettative che il territorio non è ancora in grado di soddisfare.
Anche la misurazione deve cambiare, perché non basta contare i partecipanti a una festa degli emigrati. Bisogna rilevare pernottamenti, durata del soggiorno, periodo del viaggio, servizi acquistati, comuni visitati e spesa generata, verificando soprattutto la capacità di coinvolgere seconde e terze generazioni.
Dare una rotta alle radici
Il turismo delle radici non può sostituire servizi pubblici o politiche contro lo spopolamento, può però diventare uno dei segmenti più coerenti con la storia e la geografia calabrese.
La Calabria possiede ciò che molte destinazioni cercano di costruire artificialmente: una comunità globale che conserva un legame con i suoi paesi, le sue famiglie e la sua cultura. Un legame però non è ancora un mercato, una memoria non è ancora un prodotto e un ritorno non è ancora una strategia.
Per trasformare le radici in sviluppo occorre dare loro una rotta: organizzare l’accoglienza, collegare costa e aree interne, rendere accessibili gli archivi, formare gli operatori e costruire esperienze.
La Calabria non deve soltanto aspettare chi torna, ma deve diventare capace di accompagnarlo verso ciò che cerca e, possibilmente, fargli scoprire molto più di ciò che pensava di trovare.
*Esperto di Marketing e Comunicazione per le PMI e di Marketing Territoriale e Valorizzazione Culturale per la PA – CMO del gruppo Fedinvest