Un anno di Trump: il terremoto annunciato che ha lasciato solo macerie
Dalla stretta di mano con Putin ai dazi sulla Groenlandia: il mondo secondo Trump, tra propaganda, minacce e instabilità permanente
Washington, gennaio 2026. Dodici mesi dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump può rivendicare una cosa sola con assoluta certezza: aver mantenuto le promesse più divisive. Non quelle migliori, ma quelle più rumorose. Il secondo mandato non è stato un déjà-vu del primo. È stato qualcosa di più brutale, più rapido, più consapevole. Un Trump senza freni e con un’idea fissa: dimostrare che l’America può permettersi di rompere tutto, anche se poi non sa come rimettere insieme i pezzi.
Il 20 gennaio 2025 il giuramento avviene sotto una cupola blindata, tra misure di sicurezza eccezionali e un Paese già spaccato. Le parole d’ordine sono “ordine” e “protezione”, declinate nel modo più semplice possibile: muri, espulsioni, dazi. Il mondo viene avvisato subito: non sarà una presidenza di mediazioni, ma di decreti.
L’immigrazione diventa l’agenda del giorno uno. Ordini esecutivi, retate, restrizioni di viaggio motivate dalla sicurezza nazionale. Trump rispolvera leggi antiche per giustificare deportazioni di massa, scavalca Stati e sindaci, accende la miccia. Le proteste esplodono, soprattutto in California. Los Angeles diventa il simbolo della frattura tra Washington e una parte d’America che non si riconosce più nel governo federale.
Poi c’è l’economia. O meglio: la guerra commerciale permanente. A marzo Trump annuncia l’“età dell’oro”, ma l’oro resta nelle parole. I mercati rallentano, le borse oscillano, mentre la Casa Bianca impone tariffe a raffica e introduce una novità che inquieta mezzo pianeta: i dazi secondari, una sanzione travestita da commercio, per colpire chiunque osi fare affari con il Venezuela. Un’arma economica che trasforma gli alleati in ostaggi e i partner storici in sospettati.
L’Europa protesta, l’Asia prende le distanze, l’America Latina osserva con crescente diffidenza. Trump non arretra. Non tratta: colpisce. Sul piano internazionale il quadro è ancora più instabile. Gli alleati storici vengono trattati come clienti ingrati, la NATO come un costo inutile, l’Ucraina come un dossier ingombrante. E poi c’è il grande teatro mediatico: l’incontro con Vladimir Putin, accolto come l’evento che avrebbe dovuto “chiudere la guerra”. Tappeto rosso, sorrisi, promesse. Risultato: zero. Il conflitto non finisce, i rapporti non si chiariscono, l’immagine di uomo forte resta solo un’inquadratura buona per i social.
Il vero spartiacque arriva però a gennaio 2026. Venezuela. L’amministrazione Trump passa dalle pressioni economiche all’azione militare. Maduro viene arrestato, il Paese precipita nel caos, l’America Latina entra in una fase di tensione che Washington dice di voler “gestire”. Un eufemismo. L’interim di Delcy Rodríguez non stabilizza nulla, mentre gli Stati Uniti scoprono di aver aperto un fronte senza avere una vera exit strategy.
Come se non bastasse, c’è la Groenlandia, l’isola artica che Trump torna a trattare non come territorio autonomo sotto sovranità danese, ma come un immobile di pregio finito per errore sul mercato. Prima la boutade – “ci serve, la prenderemo” – poi il salto di qualità: l’annuncio di dazi punitivi contro i Paesi che hanno inviato soldati a presidiare l’isola, colpevoli di aver preso sul serio una minaccia che sembrava una sparata.
È il trumpismo applicato alla geografia: se un territorio è strategico, allora è contendibile; se qualcuno lo difende, allora è ostile; se è ostile, allora va colpito economicamente. Nessuna diplomazia, nessuna distinzione tra alleati e avversari, nessuna linea rossa che non possa essere spostata a colpi di tweet e conferenze.