«Un pezzo di Calabria rischia di scomparire, non possiamo aspettare miracoli»: Longobucco è il simbolo dello spopolamento
Autore di video social che raccontano le tradizioni dei nostri paesi, sui social Natalino Stasi cerca di tenere in vita le aree dell’entroterra: «Un territorio muore davvero solo quando smette di essere raccontato»
Ricercatore appassionato, autore di video sui social che raccontano storia, tradizioni e memoria dei nostri paesi, Natalino Stasi è uno dei più attenti osservatore dell’entroterra calabrese. Lo abbiamo sentito per commentare con lui uno dei casi limite di spopolamento in Calabria, quello di Longobucco: una comunità che scompare.
Natalino Stasi, in questi giorni si parla di sanità, di strade, di lavoro. Ma c’è un’altra emergenza, forse più silenziosa: lo spopolamento. Siamo destinati a scomparire?
«La verità è che un paese non muore in un giorno. Muore lentamente. Prima se ne vanno le persone, poi chiudono i servizi, poi si spegne la speranza. E quando perdi la speranza, hai già perso tutto. Longobucco, come tanti centri dell’entroterra, vive questo processo da decenni. Non è allarmismo: sono numeri».
I dati sulla popolazione sono impietosi. Dal 1961 ad oggi il paese perde in media circa mille abitanti ogni dieci anni. Quasi cento l’anno, sette al mese. Se il trend continuasse, tra 25 anni Longobucco potrebbe non esistere più.
«È una proiezione che fa male, ma che non possiamo ignorare. Quando guardo quei grafici nei miei studi e nei video che pubblico, non vedo solo linee che scendono. Vedo case chiuse, scuole svuotate, botteghe che abbassano la saracinesca. Dietro ogni numero c’è una famiglia che parte, un ragazzo che non torna, una strada che resta in silenzio».
Non è un caso isolato. In Calabria l’80% dei 404 comuni ha meno di 5.000 abitanti, e in questi territori vive quasi un terzo della popolazione regionale. Solo nell’ultimo anno la regione ha perso oltre 8.000 residenti.
«Esatto. Longobucco è un simbolo, ma non è un’eccezione. Lo spopolamento riguarda quasi tutta l’area interna calabrese. Borghi montani con un altissimo indice di vecchiaia e servizi sempre più difficili da garantire. I giovani vanno via perché cercano lavoro, università, opportunità. E spesso non tornano. È un processo che svuota non solo i paesi, ma l’intera identità collettiva».
Cosa ne sarà allora di tutto quello che abbiamo vissuto? Delle voci per strada, dei pomeriggi infiniti, delle amicizie nate senza pensarci troppo?
«Il rischio è che restino solo nei ricordi. E i ricordi sono importanti, ma non bastano a tenere in piedi una comunità. Un paese vive se ci sono bambini che giocano, se c’è chi apre un’attività, se c’è chi sceglie di restare o di tornare. Senza questo, diventa un museo a cielo aperto. Bello, forse. Ma fermo».
Eppure Longobucco ha già conosciuto l’emigrazione. Dopo l’Unità d’Italia, in pochi anni la popolazione si dimezzò. Poi ci fu una ripresa.
«Sì, la storia ci insegna che non è la prima volta. Dopo l’invasione piemontese – chiamiamola col suo nome storico – migliaia di persone partirono verso il Nord e le Americhe. Fu uno choc demografico enorme. Eppure, nel secondo dopoguerra, arrivò una fase di crescita. Questo significa che i cicli esistono. Ma le riprese non avvengono per caso: servono condizioni economiche, infrastrutture, lavoro».
Ci potrà essere un nuovo “miracolo economico”, qualcosa capace di invertire la rotta?
«Non possiamo aspettare un miracolo. Servono politiche mirate per le aree interne: incentivi veri per chi investe, servizi digitali efficienti, scuole che restano aperte, collegamenti sicuri. E serve una strategia culturale: far capire che questi territori non sono periferia, ma risorsa. Turismo lento, artigianato identitario, valorizzazione ambientale. Longobucco ha una storia millenaria, tradizioni tessili uniche, un patrimonio naturale straordinario. Ma da solo non basta: serve una visione».
Quindi non tutto è perduto?
«No, ma il tempo non è infinito. Se continuiamo a ignorare i dati, la curva continuerà a scendere. E allora sì, rischiamo di trasformare i nostri paesi in luoghi fantasma: case vuote, silenzio, memoria che si sgretola come intonaco».
Tu stai facendo un gran lavoro sui social.
«Nei miei video cerco di raccontare, documentare, tenere viva la coscienza collettiva. Perché un territorio muore davvero solo quando smette di essere raccontato. Finché qualcuno studia, denuncia, propone, ama questi luoghi, una possibilità esiste. Ma deve diventare scelta politica e comunitaria. Subito».