Unical, 35 anni dopo: l’università che ha insegnato a una generazione a pensare con la propria testa
Un bilancio tra ricordi, contraddizioni e libertà: per tanti giovani il campus di Arcavacata è stato una possibilità concreta di costruirsi un futuro senza dover partire. Un luogo imperfetto, ma capace di lasciare un segno profondo
L’autobus del Consorzio delle autolinee frenava con un soffio d’aria compressa sul piazzale di Arcavacata, ricoprendo tutti di polvere e gas di scarico, a pochi metri da dove “Giovanni ‘u cane” confezionava panini con affettati, mentre il profumo di pane del forno di Cannataro te lo portavi appresso per tutta la giornata. Era l’inizio degli anni Novanta. Per chi scendeva da quei gradini con una cartella sottobraccio e il conto della spesa stretto in tasca, il campus non era un’icona dell’architettura brutalista. Era un’ulteriore frontiera da attraversare. Nessuna retorica. Niente mitologie da pieghevole universitario. I padri facevano i conti a cena, le madri tiravano le somme sulla spesa, e il verdetto era quasi sempre lo stesso: altrove non si poteva andare a studiare. Ricordo quando mio padre operaio mi disse questo guardandomi negli occhi: “Io fuori non posso farti studiare”. Sarà stata la frase di tanti genitori calabresi. L’Università della Calabria è stata questo. Non un’idilliaca accademia platonica, ma una breccia democratica aperta d’imperio in una terra abituata a contare solo le partenze.
Trentacinque anni dopo, fare un bilancio significa innanzitutto guardare in faccia le contraddizioni. Perché l’Unical non è mai stata un’isola incontaminata. Ha conosciuto le rughe della burocrazia, le miserie delle baronie locali, le lentezze snervanti e le solite derive della politica nostrana. Chi ha vissuto le sue aule sa bene quanto il meccanismo potesse stridere, incepparsi, deludere. Eppure, proprio dentro quel cantiere imperfetto, è successo qualcosa di irreversibile per me e per tanti ragazzi come me.
Studiare lettere e filosofia con un indirizzo socio-antropologico non ti regalava certezze rassicuranti. Ti costringeva a stare sul margine. Però ti insegnava a posare lo sguardo dove gli altri tiravano dritto. Sui gesti minimi, sui silenzi dei paesi, sulle fratture sociali di una terra complessa. Guarda, registra, comprendi. Senza infingimenti. Alcuni maestri di quella stagione non cercavano scolari accondiscendenti. Pretendevano schiene dritte. Insegnavano a vivisezionare la realtà, a smontare le narrazioni di comodo, a non farsi abbagliare dai dogmi. Ma soprattutto esercitavano a fare la cosa più pericolosa e necessaria in una società di fedelissimi: avere il coraggio di dire quello che si pensa. A muso duro, se serve. Senza sconti.
È un’attitudine che ti si appiccica addosso per sempre, come il freddo umido che in innverno tagliava la galleria del polifunzionale dove c’erano i telefoni a gettoni e nella parte trasparente di vetro gli affascinanti laboratori della facoltà di Fisica. Chi ha imparato a leggere il mondo con quell’ostinazione non ha più smesso di farlo. Il documentarismo d'osservazione e la ricerca etnografica nascono proprio lì. Nascono nella pretesa cocciuta di cercare la verità dietro la superficie delle cose, di dare sostanza e voce alle storie che la storia ufficiale finisce sempre per dimenticare.
Oggi, in un tempo che liquida la complessità con un'occhiata distratta e premia solo il conformismo più comodo, quel principio suona quasi eversivo. Ti dicono di smussare gli angoli. Ti suggeriscono di accontentare il committente di turno, di non disturbare il manovratore, di usare toni più morbidi. Ma chi è passato da quella palestra nei tempi della “Pantera” forse non sa piegare la schiena. Il debito morale verso chi ti ha insegnato la libertà di parola non si estingue con il passare dei decenni, ma si paga ogni giorno continuando a dire le cose come stanno, costi quel che costi.
Si può criticare quell’ateneo? Si deve. Si possono elencare i suoi limiti e i suoi fallimenti? È un dovere della memoria. Ma quando si tira una riga e si fa il totale, la verità è una sola, pulita e inattaccabile. Senza quell’intuizione ostinata e quel cantiere di cemento piantato tra le colline di Arcavacata, una generazione intera sarebbe rimasta a guardare il mondo dalla finestra di una corriera in partenza.
La libertà di pensare con la propria testa non si compra al supermercato. Te la regalano maestri capaci di sfidarti, dentro un posto che ti ha dato una chance quando il resto del mondo non te ne dava nessuna. Tutto il resto è rumore di fondo.
Questo articolo è dedicato a tutte le matricole che si preparano a riempire le aule dell’Unical.
*Documentarista