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06/08/2026 ore 07.00
Attualità

Unical, storia di un ponte lungo tre chilometri che voleva unire la Calabria al futuro

Nata come esperimento visionario di Andreatta, l’Università di Arcavacata ha cambiato pelle senza smarrire la propria vocazione: oggi la sfida è continuare ad attrarre idee, talenti e sguardi oltre i confini regionali

di Gianfranco Donadio
Unical a Rende

Il grigio a vista del Polifunzionale non è mai stato soltanto cemento. Negli intendimenti di chi posò la prima pietra sulle colline di Arcavacata era materia viva, uno strappo netto e violento contro il paesaggio dell’arretratezza. Un’impalcatura scabra pensata per accogliere i figli degli analfabeti e trasformarli, senza chiedere il permesso alle consorterie locali, in una nuova classe dirigente. Oggi quel cemento appare segnato dal tempo, sommerso da una marea immobile di automobili in sosta. Il campus residenziale sognato da Beniamino Andreatta cinquant'anni fa, nato per costringere docenti e studenti a una convivenza quotidiana e stimolante, ha fatto i conti con i ritmi del pendolarismo moderno. Si arriva, si parcheggia, si frequenta la lezione, si torna a casa.

La professoressa Rosanna Nisticò, sulle pagine della rivista “Dissonanze”, ha ripercorso questa storia con la precisione dell'economista che non rinuncia allo sguardo sociale. Ha ricostruito la parabola di un’utopia divenuta luogo, osservandone l'evoluzione naturale. L'Unical degli esordi era un esperimento senza precedenti. Ammissioni modellate sul censo per favorire i meno abbienti, frequenza rigorosa, una residenzialità che puntava a quote altissime di alloggi e un innesto massiccio di docenti extraregionali.

Un progetto fortemente innovativo precipitato in una Calabria complessa per tracciare nuove strade. Nisticò certifica come l'ateneo sia cresciuto, consolidando la propria offerta formativa e mantenendo standard scientifici di rilievo, pur avendo fisiologicamente modificato il proprio assetto originario: la residenzialità si è ridotta a poche migliaia di posti letto, il numero chiuso ha ceduto il passo ad accessi più ampi e la pressione urbanistica ha cinto i bordi del campus.

Sulle bacheche dei social la riflessione ha trovato un'ulteriore chiave di lettura in un commento di Massimo Veltri. Già docente dell'ateneo e senatore, Veltri ha ricordato la diffidenza iniziale con cui una parte della borghesia notabiliare calabrese accolse Andreatta, e la fermezza con cui il primo rettore difese il proprio disegno. Non era chiusura al territorio, ma rigorosa tutela dell'autonomia universitaria. Andreatta sapeva che salvaguardare il nucleo scientifico originario dalle pressioni locali era la condizione indispensabile per far decollare la struttura.

Negli anni, quel naturale processo di radicamento ha inevitabilmente avvicinato l'ateneo al suo contesto di riferimento. L'attrattività, originariamente diffusa su scala nazionale, si è concentrata prevalentemente entro i confini regionali. È una dinamica comprensibile per un grande ateneo di territorio, che risponde prima di tutto alla domanda delle famiglie calabresi, anche se porta con sé il rischio di affievolire quella contaminazione di esperienze e sguardi che arrivava da fuori.

Anche sul piano delle discipline la trasformazione è evidente. L'Unical nacque senza Giurisprudenza e senza Medicina, privilegiando ingegneria, economia e scienze di base per creare competenze nuove e distanti dai percorsi professionali tradizionali del Mezzogiorno. L'introduzione di Giurisprudenza prima e la recente nascita del polo di Medicina rispondono a un'esigenza reale e sentita dalla comunità locale: garantire servizi di formazione sanitaria d'eccellenza e risposte concrete ai bisogni della regione. Si tratta di una sfida complessa e ambiziosa. La presenza di Medicina attrae inevitabilmente risorse imponenti e una forte centralità pubblica. Il punto d'equilibrio sta nel far sì che questa importante novità possa integrarsi con le altre anime dell'ateneo, senza oscurare il patrimonio storico delle scienze dure e della ricerca sociale.

Si tratta di un passaggio di maturità che meriterebbe un confronto ampio e sereno negli organi collegiali dell'università. Tra le incombenze gestionali quotidiane, le scadenze dei bilanci e la programmazione delle risorse, l'esigenza condivisa è quella di ritagliare spazi per una riflessione strategica di lungo periodo, cioè definire con chiarezza la traiettoria dell'Unical per i prossimi decenni, coniugando il posizionamento nelle graduatorie scientifiche con la sua storica funzione di presidio culturale e sociale.

Visto con l'occhio di chi osserva le dinamiche umane e gli spazi collettivi, il campus di Arcavacata resta un'opera straordinaria. Il ponte progettato da Vittorio Gregotti non è una semplice struttura sopraelevata, ma una piazza tesa sulle colline, pensata per favorire l'incontro informale tra studenti e docenti. Oggi che la fruizione dello spazio è cambiata e le modalità dello studio si sono digitalizzate, quel ponte chiede di essere riabitato con funzioni e linguaggi rinnovati, all'altezza delle nuove generazioni.

Non si tratta di provare nostalgia per la stagione pionieristica delle maisonnettes e dei primi anni di sperimentalismo. L'Unical è una realtà grande, solida e matura. La scommessa odierna consiste nel valorizzare i traguardi raggiunti senza perdere la consapevolezza delle origini, continuando a essere non soltanto un grande centro formativo di prossimità, ma un motore capace di attrarre energie fresche e proiettare la Calabria oltre i propri confini.

*Documentarista