Vattienti e predatori: se la reflex diventa il nuovo flagello. A Nocera una flotta dei fotografi senza sguardo
Il rito del venerdì e del sabato santo disturbato da una milizia di “reporter” che ha scambiato un atto di fede ancestrale per una sessione di street photography estrema
Adesso che Pasqua é passata lo possiamo dire. Il grandangolo e il teleobiettivo non documentano ma stuprano. A Nocera Terinese, quando il rito (fase pubblica) dei Vattienti entra nel vivo, venerdì sera e sabato, l’aria si fa densa di un’elettricità che non ha nulla di divino. È il ronzio dei motori degli autofocus, il ticchettio isterico degli otturatori, il respiro affannato di una milizia di reporter della domenica che ha scambiato un atto di fede ancestrale, o di religiosità popolare, per una sessione di street photography estrema.
Non è più documentarismo. È un assalto all’arma bianca.
Un tempo, l’operatore o il fotografo era una figura liminale. Stava ai margini, quasi scusandosi di esserci. C’era una sorta di cavalleria non scritta tra chi impugnava la Leica e chi portava il sughero con le schegge di vetro chiamato “cardo”. Si cercava il momento, non lo scatto. Si cercava di capire come quel sangue, versato tra i vicoli, potesse ancora cementare l'identità di un paese. Oggi quella discrezione è diventata cenere. La flotta di cineamatori e professionisti del “clic facile” arriva con la tracotanza dei colonizzatori. Non osservano, estraggono. Estraggono pixel come fossero litio, con una voracità che ignora la grammatica elementare del rispetto umano.
Si accalcano, sgomitano, si calpestano per guadagnare quei dieci centimetri di prossimità che trasformeranno una testimonianza in una macro-fotografia da macelleria. L’uso - o meglio, l’abuso - del dispositivo, o del grandangolo spinto, è il sintomo clinico di questa patologia dell'ego. Infilare una lente a pochi millimetri dalla carne martoriata non serve a raccontare il rito. Serve a gridare: “Io ero lì, io sono più bravo, io ho lo scatto più violento”. È una distorsione ottica che diventa distorsione morale. Il Vattiente, nel loro mirino, smette di essere un uomo in colloquio con l’assoluto per diventare un manichino biologico da sezionare.
C'è qualcosa di profondamente deprimente in questa pornografia del dolore. Questi cacciatori di immagini trascurano la complessità del gesto, il legame con l'Ecce Homo, la ritualità del vino, il canto dialettale delle donne. Troppo difficile. Troppo lento. Meglio concentrarsi sullo spruzzo, sul rosso acceso, sulla crosta. È il trionfo del dettaglio sul senso. Una riduzione dello spirito a pura ematologia.
E poi c’è la prosopopea del tecnico. Questi “esteti del sangue” discutono di profondità di campo e di gamma dinamica mentre intorno a loro si consuma un dramma che ha radici medievali. La loro presenza è un inquinamento acustico e visivo. Occupano lo spazio sacro con i loro zaini e i loro treppiedi piantati come bandiere di conquista, rompendo quel cerchio magico che dovrebbe unire il penitente alla sua comunità. Sono diventati essi stessi il rito. Un rito laico, narcisista, ossessionato dalla condivisione immediata, dal “like” che convalida l'esistenza della loro vacanza antropologica.
Hanno trasformato Nocera in un set di posa. Ma è una posa che non concede nulla alla verità. Perché la verità di un rito non risiede nella nitidezza di una ferita, ma nell’invisibile che la muove. Se togli il mistero e lasci solo la piaga, non stai facendo cultura, ma stai facendo voyeurismo da fiera.
Mentre l’ultima raffica di scatti si spegne e la flotta ripiega verso le auto, soddisfatta per aver “portato a casa il lavoro”, resta l’amarezza di uno sguardo che ha visto tutto senza capire niente. Hanno catturato il sangue, certo. Ma si sono persi l’uomo. E nell’ossessione di apparire grandi testimoni, sono rimasti piccoli, piccolissimi spettatori di una tragedia che non sanno nemmeno più come guardare senza il filtro di un obiettivo. Chissà se, tornati a casa, riguardando quegli scatti deformati, riusciranno a sentire il peso del silenzio che hanno violato. Ne dubito. L’ego, di solito, è sordo prima ancora di essere cieco.
*Documentarista Unical